È consuetudine diffusa fare bilanci a fine anno: può capitare invece di farli a inizio estate, quando gli impegni si diradano e i lunghi pomeriggi assolati inducono alla quiete e alla riflessione.
Come possiamo sintetizzare questa prima parte dell’anno 2026? A che punto siamo? Abbiamo consolidato le conquiste del ‘900 o rischiamo di vederle messe in discussione?
Situazioni
Rispetto all’agenda Ocse 2030, nel quadro complessivo di una crescita delle disuguaglianze e dell’arresto della mobilità sociale, l’obiettivo in cui l’Italia è più indietro è ancora la parità di genere.
La classifica del Global Gender Gap Report ci vede al 79° posto nel mondo. Nel 2016 eravamo al 50°. Alle donne italiane spetta il 35% del potere politico, l’11,2% del potere economico, il 9% del potere mediatico. Secondo il World Economic Forum ci vorranno 132 anni per colmare il divario.
Basta leggere il più recente Rendiconto di genere pubblicato dall’Inps:
Le donne registrano tassi di occupazione inferiori (53,3% rispetto al 71,1% degli uomini), più diffuso ricorso al part time, stipendi più bassi di oltre il 25% e pensioni fino al 34-44% inferiori rispetto ai colleghi maschi, anche a causa della discontinuità del percorso lavorativo.
La loro presenza in ruoli dirigenziali è ferma al 21,8% (il dato appare ancora più significativo se confrontato con i livelli di istruzione, dove le donne rappresentano il 52,6% delle persone diplomate e il 59,4% di quelle laureate). Sono meno remunerati, meno ambìti e ritenuti meno prestigiosi i settori in cui la maggioranza del personale è femminile.
E nelle case? Il 76% del lavoro di cura è a carico del sesso femminile. Una donna su cinque lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio/a. Infine — e questo è determinante — una donna su tre dipende economicamente dal partner o da un altro maschio di famiglia.
Dalla salute riproduttiva al lavoro, dai servizi alla pensione, si vuol costruire un’Italia in cui le donne abbiano diritti tutelati solo se madri. Paternalismo verso quelle che si adeguano, violenza simbolica contro quelle che non si adeguano: ecco le risposte.
È dunque ancora legittimo — dopo tante battaglie e tante riflessioni — domandarsi perché la differenza di sesso dà origine a una gerarchia. Come si giustifica, come si mantiene?
Linguaggi
La nostra esperienza del mondo dipende dalle parole che ascoltiamo e da quelle che usiamo. Lavorare sul linguaggio significa lavorare sull’organizzazione della coscienza. È qui che si sedimentano cancellazioni, denigrazioni, stereotipizzazioni. È qui che la discriminazione diventa invisibile.
Le lingue sono i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, vissuti come naturali e quindi ritenuti immutabili proprio perché appresi dalla e nella lingua materna.
Nonostante le donne siano entrate nel mondo della politica e in quello del lavoro anche in ruoli storicamente riservati agli uomini e questo sia ormai un dato acquisito, secondo molti e molte la lingua deve continuare a veicolare soprattutto il genere maschile: la stizza con cui si controbatte a ministra, assessora, architetta, ingegnera ecc. permane anche dopo le indicazioni chiarissime dei dizionari, dei e delle linguiste, della Treccani, dell’Accademia della Crusca… riporto come ultimo esempio il siparietto che a fine giugno ha contrapposto alla Camera dei deputati il vannacciano Pozzolo e la vicepresidente Ascani, democratica.
Alla richiesta di quest’ultima di essere appellata correttamente come “la Presidente” il deputato si è opposto con forza, e ancor più si è risentito, sentendosi sminuito, quando Ascani ha controbattuto chiamandolo di rimando ‘deputata’. Il maschile quindi eleva, il femminile avvilisce. Siamo abituati e abituate a non vedere la gerarchia per cui si usa nei mestieri meno prestigiosi e meno redditizi, mentre svapora nelle alte cariche. La finzione dell’universale neutro è uno dei trucchi più semplici ed efficaci su cui è stata costruita la società patriarcale.
Che dire poi, a proposito di cancellazioni, dei temi proposti all’ultimo esame di maturità? Sette tracce e una sola autrice. Da 27 anni nessuna letterata è stata ritenuta degna di essere scelta. D’altronde anche nei manuali, di letteratura come di altre discipline, i canoni parlano una lingua sola, quella di un Paese a metà. Fin dai tempi di Aristotele i filosofi, artefici principi della gnoseologia, han descritto l’umanità ritraendo il genere maschile come rappresentante esclusivo della specie umana. Non diciamo forse ancor oggi “l’uomo primitivo” inglobando le donne? O “suffragio universale” quando le si escludeva?
Parole chiave
La prima metà del 2026 ruota intorno al termine ‘consenso’.
Il 26 gennaio si esamina in Senato un disegno di legge sulla violenza sessuale; la relatrice presenta un emendamento che si discosta in modo significativo dal testo approvato all’unanimità in novembre alla Camera, che recependo la Convenzione di Istanbul si adeguava agli standard internazionali. Nella nuova versione non si parla più di assenza di consenso libero, inequivocabile e attuale, ma di compimento di atti sessuali contro la volontà della persona. L’onere della prova — rilevano le donne dei Centri antiviolenza — ricade insomma sulla persona offesa, esposta ancora una volta al rischio della vittimizzazione secondaria.
Il consenso in questo campo non è qualcosa che si dà e si prende: è un’interazione tra due creature umane, non un’imposizione. «Solo sì è sì»: il consenso esiste solo quando è esplicitamente affermato e non solo supposto. In più, la necessità di provare un’esplicita negazione di consenso non è in linea con i risultati dei principali studi, che hanno dimostrato che durante uno stupro la paura per lo più immobilizza la vittima e le impedisce di parlare o di reagire. Victimblaming, ovvero lo spostamento delle responsabilità, la distrazione dell’attenzione. Le cronache dei giornali e le chiacchiere dei bar sono prodighe di “dimostrazioni” secondo cui è la vittima che ha scelto qualcosa di sbagliato: il vestito, l’orario, la bevanda, il luogo, il lavoro, l’occasione, la reazione, il partner…
4 giugno: si approva in via definitiva una riforma scolastica che, tra le principali novità, vieta i progetti sull’identità di genere nelle scuole dell’infanzia ed elementari e impone il consenso informato scritto dei genitori per le attività di educazione sessuo-affettiva alle scuole medie e superiori.
Censure, divieti, controlli, tabù. Temi pericolosi, da sorvegliare? Temi scabrosi, su cui sorvolare?
Ha vinto l’allarmismo della propaganda chiamata antigender, han vinto la paura e l’oscurantismo: si accentueranno i divari educativi e ne risulteranno danneggiati proprio i figli e le figlie delle famiglie assenti o disfunzionali: generazioni che continueranno a cercare informazioni e consigli solo nell’universo incontrollato della rete e nell’abbondante offerta dei siti pornografici.
Violenze
Il 2026 si conferma un anno orribile per le donne. C’è un filo che lega lo sguardo che umilia, la parola che minimizza e la mano che colpisce: è la cultura che li rende possibili, è una maschilità costruita su un’eterosessualità aggressiva e predatoria.
Ha un gran successo in politica l’ex generale Roberto Vannacci, che nega l’esistenza del femminicidio sostenendo una posizione, congrua al glossario dell’estremismo di destra, che ignora il significato stesso della parola e vi rintraccia un privilegio per le donne. Tace che la legge nel riconoscere questo tipo di violenza — come accade ad esempio per la mafia — ricostruisce per i reati connessi dinamiche ricorrenti caratterizzate da precise evidenze culturali e da elevato allarme sociale.
A Milano si scopre che alcuni dipendenti Atm condividono e commentano in modo volgare e degradante in una chat immagini di particolari di corpi femminili ripresi dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici: abusi mascherati da goliardia, come nelle cosiddette “chat del calcetto”.
Oltre 25mila utenti attivi ogni giorno su Telegram Italia da tempo vendono contenuti sessuali espliciti di donne e ragazze, spesso minorenni, senza consenso.
Le piattaforme digitali sono il nuovo strumento di diffusione e legittimazione della violenza sulle donne. Una quantità impensabile di maschi si incontra online incoraggiandosi ad abusi di ogni tipo.
Viene alla luce l’esistenza di un nuovo gruppo Facebook, con quasi 55mila persone già iscritte, dal nome “Meglio una di meno che una femminista di troppo”. Di fronte alle denunce Meta non considera questo titolo motivo sufficiente per la rimozione del gruppo, e l’odio diventa un’esca autorizzata per aumentare le visualizzazioni.
156 persone identificate, 57 arresti: in giugno l’Europol smantella in dieci Paesi una rete di uomini organizzati online per violentare e far violentare partner sedate e drogate. Da decenni esiste un mondo sommerso di crimini sessuali frequentato da centinaia di migliaia di uomini: un archivio di forum e di chat criptate, una violenza che, normalizzata online e amplificata dagli algoritmi, alimenta la disumanizzazione e la radicalizzazione. L’asticella spinge ogni giorno un po’ più in là la soglia dell’indicibile.
È stato coniato il termine online domination per indicare le pratiche che tendono a ristabilire un dominio di genere. La logica sottesa è riconoscibile in diversi contesti e non è nuova (è stata un pilastro del fascismo italiano e spagnolo e del nazionalsocialismo tedesco) ma ha ripreso vigore: qualcosa che spettava agli uomini è stato loro sottratto, e reagire con aggressività è l’unica soluzione per i maschi che non vogliono femminilizzarsi. Il linguaggio del rancore è praticato ovunque; si evoca una crisi per promettere una restaurazione. Quando un nome-utente è femminile in rete riceve 100 insulti contro 3,7 per un utente maschile; a lei il codice machista riserva solo parole dal greve riferimento sessuale.
23 giugno: a Bruxelles l’Occidente palesa la più grave delle sue contraddizioni. Una delegazione di Talebani è ricevuta ufficialmente da rappresentanti della Commissione Europea non per chiedere conto delle violazioni dei diritti e delle persecuzioni sempre più crudeli contro le donne e le ragazze, ma per discutere sulle modalità di rinvio di esiliati afghani.
Intanto la Corte europea per i diritti umani condanna per la nona volta l’Italia per l’inadeguatezza del sistema giudiziario che nonostante un efficace ordinamento spesso utilizza ancora stereotipi sessisti, minimizza i comportamenti violenti, non tutela abbastanza le vittime e i loro figli. Molti passi avanti sono stati fatti, molto resta da fare, se accade ancora che la Cassazione debba intervenire per annullare una sentenza che aveva assolto due stupratori perché la vittima era ritenuta troppo brutta, quindi “non stuprabile”.
Situazioni che discriminano, linguaggi che cancellano o denigrano, sguardi che oggettualizzano, battute che umiliano, violenza che colpisce. Ancora e ancora.
Tutto ciò ha l’effetto pratico, ma soprattutto la fondamentale funzione sociale di ribadire la ripartizione delle posizioni squilibrate tra i generi; pertanto non solo di negare l’autodeterminazione della persona, bensì di riparare l’oltraggio all’ordine patriarcale, che prevede un ruolo predeterminato necessariamente e indiscutibilmente rivestito dal genere sottomesso. L’apparente impossibilità di trovare una spiegazione a gesti gratuiti e orribili in realtà cela la resistenza a svelare aspetti che turberebbero l’ordine del discorso costituito accettato da secoli.
Il modello predatorio non appartiene al maschile per destino biologico ma per storia culturale. È strano che siano solo le donne a contestare questo assunto: non dovrebbero farlo gli uomini, non dovrebbero sentirsi offesi da una rappresentazione che li fa miserabili?
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Tra memoria e attualità, il nuovo numero di Vitamine Vaganti raccoglie voci e storie che raccontano diritti, donne, cultura e territori.
Le pietre angolari della Costituzione inaugura una serie dedicata alla Carta costituzionale soffermandosi sugli articoli 2 e 3, considerati il fondamento dei diritti inviolabili, dell’uguaglianza, della dignità e della solidarietà. L’articolo sottolinea l’attualità dei principi costituzionali e richiama l’impegno di cittadine e cittadini per la loro piena attuazione nella società contemporanea.
Di 25 aprile e 4 luglio mette a confronto le celebrazioni del 4 luglio negli Stati Uniti e del 25 aprile in Italia, criticando le contraddizioni del sovranismo italiano, più presente alle ricorrenze americane che a quelle nazionali, e analizzando come Trump abbia trasformato l’Independence Day in un evento fortemente personalizzato e divisivo.
Dentro l’eccezionalismo umano riflette sull’antispecismo, mettendo in discussione la presunta superiorità umana e denunciando i meccanismi culturali e linguistici che legittimano lo sfruttamento degli animali, invitando a ripensare il rapporto con gli altri esseri viventi come questione etica, politica e di giustizia.
Marija Jurić Zagorka. Pioniera del giornalismo femminile in Croazia, impegnata nella difesa dei diritti delle donne, della libertà di stampa e dell’autonomia croata, con la sua attività giornalistica e letteraria aprì la strada a generazioni di donne, lasciando un’eredità ancora oggi riconosciuta e celebrata.
Il secondo Ottocento pugliese. Le scrittrici. Parte seconda racconta le vicende di alcune protagoniste della letteratura e del giornalismo pugliese tra Otto e Novecento, evidenziandone il contributo culturale e il ruolo nell’emancipazione femminile, attraverso una scrittura capace di sfidare gli stereotipi del loro tempo.
Per un nuovo costume della donna in Sicilia ricostruisce la vicenda di Louise Hamilton, scrittrice e fotografa che denunciò la condizione femminile e l’arretratezza sociale della Sicilia di inizio Novecento. Attraverso i suoi scritti e le sue immagini, l’autrice offre uno sguardo critico su usi, tradizioni e disuguaglianze, lasciando una preziosa testimonianza storica.
Mauritania. Un mondo di donne? mette in luce, attraverso gli incontri con donne mauritane, il contrasto tra apparenti spazi di autonomia e una realtà ancora segnata da profonde disuguaglianze di genere. Il reportage offre uno sguardo sulle tradizioni, sulle difficoltà quotidiane e sulle rare storie di emancipazione femminile nel Paese.
Nomi che diventano strade presenta l’esperienza del progetto Tutta mia la città e un itinerario di genere dedicato alla toponomastica femminile di Licata. Attraverso le vie cittadine si restituisce memoria e visibilità a donne che hanno lasciato un segno nella storia, nella cultura, nella scienza e nell’impegno civile.
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Per concludere, In cammino verso le Cime Bianche, che descrive un’escursione nel Vallone omonimo, evidenziandone il valore naturalistico e la necessità di difenderlo dai progetti che ne minacciano l’integrità e Sottovetro. Nocino, dedicato alla tradizionale ricetta preparata con le noci raccolte nella notte di San Giovanni e da gustare nel periodo natalizio.
Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
