Film 1966. Un anno d’oro per la cinematografia italiana e internazionale. Parte seconda

Dopo la panoramica sulla produzione italiana, ci spostiamo nel resto del mondo affrontando opere dei massimi registi internazionali, purtroppo senza poter segnalare fra loro alcuna donna. Qui dobbiamo aprire una parentesi, sottolineando il fatto che la regia è diventata “femminile”, eccetto rari casi (da Elvira Notari a Leni Riefenstahl), piuttosto di recente, con Lina Wertmüller (prima candidata all’Oscar nel 1977), Liliana Cavani (Il portiere di notte è del 1974), Cecilia Mangini, Agnès Varda, Margarethe Von Trotta, Jane Campion. Ma oggi la situazione è ben diversa e le registe, ovunque, si impongono con la loro bravura, freschezza, originalità.
Questa volta partiamo da lontano con una pellicola per lo più sconosciuta, ma da segnalare per la sua particolarità: si tratta infatti dell’unico film ideato e diretto dal celebre scrittore giapponese Yukio MishimaYukoku (patriottismo) da lui stesso interpretato. È un corto di 30 minuti il cui protagonista, un giovane ufficiale, decide di morire tramite seppuku (il suicidio rituale) insieme alla moglie; proprio così farà Mishima quattro anni dopo, con un fedelissimo discepolo.

La tomba di Yukio Mishima. Lo scatto originale (intitolato Grave of Yukio Mishima.jpg) è ospitato sulla piattaforma Wikimedia Commons. L’autore dell’opera, registrato con lo pseudonimo Lotosesser, ha rilasciato l’immagine nel 2007 utilizzando due specifiche tutele legali: GNU Free Documentation License (versione 1.2 o successive).
Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported (CC BY 3.0)

Andrej Rublëv è considerato il capolavoro del russo Andrej Tarkovskij, realizzato nel 1966 ma ostacolato dalla censura sovietica nel bel mezzo della “guerra fredda”; giunse nelle sale tre anni dopo, al festival di Cannes, e fu diffuso solo dal 1971. Opera complessa, lunga più di tre ore, racconta la vita del meraviglioso pittore di icone del XV secolo, periodo travagliato da guerre sanguinose, diventando in realtà una parabola contro la violenza praticata dagli esseri umani contro altre creature, umane e animali, e un inno alla bellezza salvifica dell’arte.

Passiamo ora a un film dal successo planetario, diretto dall’inglese David Lean, ma ambientato in Russia (tuttavia girato in Finlandia, Canada e Spagna): Il dottor Zivago, tratto dal romanzo di Boris Pasternak, che nel 1958 aveva vinto e rifiutato il premio Nobel. A dire il vero la pellicola, prodotta dalla Mgm e da Carlo Ponti, appartiene al 1965 ma fu premiata nel 1966 con 5 Oscar e 5 Golden Globe; in Italia arrivò addirittura a dicembre, quindi i tre David di Donatello risalgono all’anno successivo.
Un’opera fluviale, di oltre tre ore e 20, che abbraccia un lungo periodo storico partendo dagli anni Dieci del XX secolo: si attraversa la Prima guerra mondiale, poi la rivoluzione, la lotta fra Armata Rossa e Armata Bianca, la nascita dell’Urss fino alla delusione per un regime sempre più burocratizzato e oppressivo; il tutto si intreccia abilmente con le vicende umane, politiche e affettive del protagonista, innamorato di Lara (ricordate il celeberrimo “tema” musicale omonimo di Maurice Jarre?). Lean non era nuovo a imprese titaniche e super costose: basta citare Il ponte sul fiume Kwai Lawrence d’Arabia, ma qui si superò sia perché ebbe a disposizione un cast di stelle (da Omar Sharif a Julie Christie, da Rod Steiger a Geraldine Chaplin fino ad Alec Guinness) sia perché si servì di circa 10.000 comparse in totale e utilizzò mezzi originali per fingere le bufere di neve in Spagna. Furono usate infatti tonnellate di sale, polvere di marmo, cera fusa per coprire un’area di vari chilometri nella campagna spagnola. Il film, come del resto il romanzo, fu proibito in Urss fino al 1984.

Rimanendo nelle atmosfere dell’Europa settentrionale, in Svezia fu girato Persona, scritto e diretto da Ingmar Bergman con due fra le sue attrici preferite: Bibi Andersson (1935-2019) e Liv Ullmann (1938). È una delle pellicole più innovatrici del grande regista, in un bianco e nero luminoso, con moltissimi primi piani delle sensibili interpreti e scene surreali e oniriche che danno l’idea dei travagli inconsci e dell’inevitabile incomunicabilità. Due donne, l’infermiera Alma e la paziente Elisabet, si trasferiscono in una casa sul mare per trovare una situazione serena e favorire il dialogo fra loro, che ha momenti di distensione e di conflitto al tempo stesso. Il titolo deriva dal latino e si riferisce alla dramatis persona, ovvero la maschera indossata dagli attori teatrali per le loro molteplici parti, di volta in volta buffe, tristi, tragiche, maschili, femminili… quindi allude a un gioco fra finzione e verità.

Riguardo al kolossal storico inglese Un uomo per tutte le stagioni, regia di Fred Zinnemann, la locandina dice molto, senza falsa modestia: il film migliore dell’anno, il film con più riconoscimenti grazie a 6 Oscar e 42 premi!
Ma sarà del tutto vero? Certo è che la ricostruzione dei complessi eventi fu apprezzata e pure l’interpretazione del protagonista, affidata a un famoso attore teatrale che già aveva rivestito il ruolo di Thomas More sui palcoscenici: Paul Scofield, premiato di nuovo per questo, dopo altri riconoscimenti inglesi e americani. Nel difficile rapporto con il sovrano e la vita di corte, il filosofo mostrò sempre la propria integrità morale e la fedeltà ai propri princìpi, pur adattandosi alla cruda realtà, evidenziata dalla superbia di Enrico VIII, colui che firmò l’Atto di supremazia nel 1534, volendo convolare a nuove nozze con Anna Bolena. More pagò con la vita la coerenza e il rifiuto degli onori, essendo «fedele servitore del re, ma prima di Dio».

Concludiamo la panoramica europea con tre pellicole francesi, quando era presidente Charles De Gaulle alla guida della Quinta Repubblica, che offrono in modo efficace sguardi assai diversi sulla società e sul rapporto fra gli individui. Claude Lelouch firmò il suo film di maggior successo e di durata più lunga nel tempo: Un uomo, una donna, aiutato da due interpreti indimenticabili: la bella e brava Anouk Aimée e l’affascinante Jean-Louis Trintignant, entrambi molto noti e amati dal pubblico internazionale. Grand Prix al festival di Cannes e premio Oscar al miglior film straniero, nonostante fosse stato girato in sole tre settimane e con un budget ridottissimo, ebbe addirittura due sequel, con i medesimi protagonisti: Un uomo, una donna oggi (1986) e I migliori anni della nostra vita (2019). Jean-Louis e Anne sono entrambi vedovi e casualmente fanno conoscenza; fra loro nasce una forte attrazione, ma la donna ha ancora troppo vivo il ricordo del marito. Il finale ci lascia intendere che qualcosa potrebbe nascere fra loro, in un’atmosfera assai sentimentale, accompagnata da musiche struggenti di Francis Lai. 
«E se non piangi, di che pianger suoli?», direbbe efficacemente il Conte Ugolino (XXXIII canto dell’Inferno dantesco) a proposito della triste sorte del povero asino Balthazar, creatura sventurata che passa di mano in mano, fra padroni indegni e violenti. Film dalla gestazione faticosa visto il soggetto a cui nessun produttore voleva credere, Robert Bresson ci mise dieci anni per convincere qualcuno a finanziare questo progetto davvero anomalo, ma potenziale capolavoro, come poi si rivelò. Au hasard Balthazar entusiasmò i primi spettatori selezionati, fra cui Godard e Marguerite Duras, e fu apprezzato in modo unanime dalla critica perché va ben oltre la misera vita dell’animale, vittima dell’egoismo umano, alludendo piuttosto alla condizione delle persone più fragili e dimesse oppresse dalla malvagità altrui.

Per Fahrenheit 451, sua prima opera a colori, François Truffaut si ispirò al celebre romanzo di fantascienza di Ray Bradbury, visto che era un accanito lettore e non poteva lasciarsi sfuggire un inno alla bellezza dei libri, all’amore per la lettura, alla salvaguardia della parola scritta, minacciata da un governo tirannico. Il risultato all’epoca non fu accolto in modo unanime da pubblico e critica, che giudicò la pellicola un po’ statica e ripetitiva, specie nella seconda parte; qualche anno dopo il parere fu ampiamente rivisto e fu evidente come il messaggio emergesse forte e chiaro e l’intento del regista fosse stato coraggioso nel delineare una società cinica e spietata, dominata dalla televisione. Il rogo dei libri non può che ricordare quanto avvenuto davvero nella Germania nazista, ma anche quanto oggi da qualche parte si tenta di fare eliminando il pensiero critico e scomodo.

Per finire ci spostiamo negli Usa all’epoca della presidenza di Lyndon B. Johnson, eletto dopo l’assassinio di J. F. Kennedy risalente a tre anni prima, con due classici: un giallo di qualità e un coraggioso film d’impegno sociale. 
Il sipario strappato, diretto da Alfred Hitchcock, si inserisce bene nella sua filmografia, anche se affronta temi d’attualità e tecniche originali, per lui inedite, come la “guerra fredda” e le scene d’azione, con un brillante Paul Newman affiancato da Julie Andrews (1935), preceduta dalla fama di Mary Poppins.

Julie Andrews, Sydney, Australia, 2013, foto di Eva Rinaldi. Fotografia d’archivio e promozionale, liberamente utilizzabile e condivisa sulle piattaforme della comunità di Wikimedia Commons

Due interpreti di spicco, e pure costosi, ma non del tutto corrispondenti alle esigenze del regista: per entrambi fu la prima e unica volta che lavorarono insieme e che furono ingaggiati da Hitchcock. La pellicola non fu un grande successo e in varie parti fu giudicata inverosimile, tuttavia presenta delle situazioni, al solito, memorabili, prima fra tutte la scena girata nel museo berlinese vuoto che appare come un labirinto angosciante, un’altra consiste nella complicata uccisione di Gromek da parte del protagonista Armstrong, a dimostrare che non è mai facile ammazzare un proprio simile.

La caccia (The Chase), per la regia di Arthur Penn, è un bellissimo film drammatico con un cast formidabile: Jane Fonda, Marlon Brando (lo sceriffo), Robert Redford (l’evaso Bubber), Angie Dickinson e Robert Duvall, tratto dal testo teatrale di Horton Foote e sceneggiato dalla grande Lillian Hellman (1905-1984), scrittrice e drammaturga. L’ultima sua sceneggiatura sarà Giulia (1977), diretto da Fred Zinnemann, con Jane Fonda, di nuovo, e Vanessa Redgrave, opera pluripremiata sull’amicizia fra due donne iniziata nel 1934 e vissuta per un lungo arco temporale, funestato dal nazismo e dalla guerra. La caccia, come indica il titolo, è appunto quella a un evaso a cui si dedica con zelo la popolazione violenta e razzista di un paese del Texas che arriverebbe fino al linciaggio, se non fosse ostacolata dallo sceriffo onesto; tutto questo odio irrazionale provocherà lutti e disastri, fra cui un incendio, e la definitiva disillusione per lo sceriffo Calder che sceglierà di andarsene.

Con questa interessante riflessione sulle storture della società, a distanza di sessanta anni non troppo cambiata almeno in certe zone del mondo, fra cui l’America più profonda, chiudiamo la panoramica del 1966, contando di riprendere in futuro l’argomento passando ad altri anniversari.

In copertina: Bibi Andersson. Questo scatto è stato realizzato dal fotografo Harry Pot per l’agenzia giornalistica olandese Anefo il 5 giugno 1961, in occasione della settimana del cinema ad Arnhem. La foto fa parte della collezione del Nationaal Archief (l’Archivio Nazionale dei Paesi Bassi), il quale ha rilasciato l’immagine con licenza libera in quanto i diritti d’autore della biblioteca di immagini di Anefo sono scaduti o sono stati ufficialmente donati al pubblico dominio.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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