Con il suo saggio The Sexual Politics of Meat (1990), Carol J. Adams aggiunge un ulteriore tassello alla secolare associazione donna-animalità, individuando un legame tra il sessismo e il consumo di carne. Con l’espressione “politica sessuale della carne”, la saggista introduce il concetto atto a descrivere l’atteggiamento e la pratica che animalizza le donne e sessualizza gli animali, ovvero il presupposto che gli uomini abbiano bisogno di/diritto alla carne e che mangiarla sia un’attività maschile associata alla virilità.
In questa mistificazione patriarcale, il bisogno dell’uno si risolve nella privazione dell’Altro, sessualmente ed etnicamente connotato, e nell’assunzione dell’oggetto su cui l’uomo agisce il diritto di prelazione a emblema della sua superiorità. Non a caso, il consumo di carne, nel tempo, è stato assunto quale marcatore simbolico di distinzioni di classe e di genere. Le persone nere ridotte in schiavitù ricevevano razioni alimentari differenziate, pari a circa mezzo chilo di carne al giorno per gli uomini e poco più di un quarto di chilo per le donne; nel corso dell’Ottocento, i sostenitori delle teorie della superiorità razziale bianca attribuivano alla carne lo “status” di alimento superiore: da qui l’idea che il “selvaggio” e le classi sociali ritenute inferiori potessero nutrirsi esclusivamente di alimenti vegetali e meno raffinati. George Beard, applicando la teoria evoluzionista darwiniana agli alimenti, elaborò un corollario in cui specifici regimi alimentari venivano associati a differenze razziali e di genere: nella sua scala evolutiva, cereali e frutta venivano collocati a un livello minore rispetto alla carne e, pertanto, considerati alimenti più adatti alle etnie non bianche e alle donne, ritenute esseri inferiori. A proposito, il medico spiegava la capacità delle popolazioni indigene di sopravvivere con diete considerate evolutivamente subordinate riconducendola alla presunta vicinanza delle cosiddette “razze selvagge” allo stato animale originario e a una conseguente maggiore adattabilità a tali alimenti.
Quando la povertà imponeva una distribuzione consapevole della carne, erano gli uomini a riceverla. Semplificazioni storiche e culturali porterebbero a pensare che si tratti della naturale evoluzione del ruolo maschile, ovvero della sua trasformazione da cacciatore a consumatore privilegiato dell’alimento; tuttavia, la sua portata simbolica è ben più articolata.
Secondo la mitologia della cultura patriarcale, la carne promuove la forza e le qualità tradizionalmente ricondotte alla mascolinità. Non a caso, durante i periodi di guerra, i soldati — l’ideale di virilità per eccellenza — erano gli unici a goderne mentre il resto della popolazione veniva sfamato prioritariamente attraverso i vegetali. Ma la persuasione si estendeva ben oltre i tempi in cui era necessario il razionamento dei cibi: nel modello del breadwinner maschile — che, in taluni casi, persiste se non nella pratica nell’ideologia familiare — la retorica del procacciatore di cibo, nella sua evoluzione da cacciatore a lavoratore che acquista beni attraverso il lavoro salariato, si manteneva stabile, cementificandosi nell’immaginario collettivo e diventando atemporale.
Il sistema culturale di riferimento, identificato da Derrida nel concetto di fallologocentrismo, veniva ulteriormente sviluppato dall’autore che, nel 1997, coniò il termine di carnofallogocentrismo per descrivere l’insieme dei pilastri (carne, fallo e logos) su cui si regge la struttura patriarcale, specista e logocentrica, dove il soggetto maschile, razionale e mangiatore di carne, si pone al centro dell’universo simbolico e sociale, stabilendo gerarchie che definiscono chi può parlare, chi può essere ucciso e chi può essere mangiato.
In questo paradigma patriarcale e carnivoro, la subordinazione delle donne ha riguardato anche la loro alimentazione: il regime dietetico è stato spesso modellato e imposto loro come segno di inferiorità. Poiché il consumo di carne viene assunto a misura di una cultura e di un individuo virile, le verdure ad alimento femminile e il vegetarianismo equiparato alla castrazione simbolica e alla femminilità. La manipolazione — non ce ne stupiamo — è anche linguistica. Il termine “vegetale”, che nella sua accezione originale indicava qualcosa di vivo e attivo, viene risignificato come sinonimo di passività biologica, monotonia e vulnerabilità. Nell’incarnazione operata dal patriarcato, mangiare un vegetale significa diventare un vegetale e, per estensione, diventare simili a una donna.
L’atto della nutrizione non è mai neutro; esso veicola, in maniera più o meno consapevole, l’adesione a un sistema sociale, identitario e valoriale o, all’opposto, il suo rifiuto, configurandosi quale potenziale strumento di resistenza.
Ne erano ben consapevoli le sostenitrici dell’ecofemminismo che, nei primi anni Settanta, si impegnarono in una decostruzione dell’opposizione binaria natura/cultura smascherando l’intreccio tra il dominio sugli animali, sulla natura e sulle donne che sottende l’ideologia androcentrica e maschilista. Studiando i processi simbolici che la sostengono, il collettivo individuò nel disprezzo patriarcale verso gli esseri viventi non umani una similitudine con quello provato nei confronti delle donne e riconobbe nella violenza riservata a entrambi la conseguenza di quel sentimento. Dall’esperienza del gruppo Feminists for Animal Rights (anni Ottanta) — nato con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul legame tra sfruttamento, oggettivazione e violenza sulle donne — prese forma la prospettiva dell’eco-veg-femminismo che, evidenziando le interrelazioni tra lo sfruttamento animale e le diverse forme di oppressione, colloca il veganismo entro un quadro teorico e pratico volto a riconoscere gli animali non umani come soggetti morali, invitando a superare il paradigma razionale e oggettivante dominante.
La funzione ermeneutica che il cibo e le pratiche alimentari possono assumere viene riconosciuta pienamente (Lupton, 1999). Più recentemente, nel 2017, la giornalista e saggista francese Nora Bouazzouni ha introdotto il neologismo di Faiminisme (dato dalla contrazione dei termini francesi faim — fame — e féminisme — femminismo) per incoraggiare l’adozione di un approccio femminista all’alimentazione, che sia in grado di captare le disuguaglianze di genere — relative all’accesso ai cibi, alla loro significazione, alla divisione del lavoro nella produzione e preparazione del cibo e alle norme culturali che influenzano cosa e quanto si “dovrebbe” mangiare — e analizzare il ruolo svolto dalle pratiche alimentari nella sottomissione del genere femminile.
Adottando questo approccio, riusciamo a cogliere una storia parallela a quella narrata dalla cultura mainstream. La relazione con il cibo, nel tempo, ha costituito, infatti, anche la voce attraverso cui le donne hanno espresso il proprio sé.
Le storiche del cibo Barbara Haber e Arlene Voski Avakian (2005) hanno discusso la concettualizzazione negativa del lavoro alimentare — riflesso di un quadro intellettuale che vede il cibo e la sua preparazione come carichi di conflitto, coercizione e frustrazione — in termini più complessi, individuando nella cucina uno strumento di agency: «Se approfondiamo il rapporto tra donne e cibo scopriremo come le donne abbiano creato spazi all’interno di quell’oppressione». Nel solco tracciato dalle due autrici, si inserisce poi il contributo di Gloria Wade-Gayles, che descrive la cucina come un “tempio” in cui il lavoro domestico diventa rituale e fonte di autorità, realizzazione e guarigione, e la valorizzazione di Meredith Abarca (2006) che, mutuando il concetto di “homeplace” di bell hooks, concepisce questo luogo in funzione degli accadimenti sociali che vi avvengono all’interno e che lo rendono uno spazio dinamico di molteplici livelli di libertà, autoconsapevolezza e soggettività. Recuperando la prospettiva femminista antirazzista e intersezionale, la casa, e in particolare la cucina, diventa oggetto di riappropriazione identitaria, non più un luogo di confinamento passivo, ma uno spazio sociale e politico strategico di sopravvivenza, solidarietà e aggregazione fra donne. In questo nuovo scenario, il cibo, inteso nelle sue molteplici dimensioni (preparazione, consumo, trasmissione di eredità), diventa un “utensile” di empowerment femminile.
In copertina: immagine tratta da Pinterest
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
