La solitudine di Israele. Il n.5/2026 di Limes. Parte prima

Da quando sono stata chiamata dalla direttrice editoriale a recensire Limes per Vitamine vaganti è la prima volta che fatico a sfogliare un volume della rivista di Geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, La solitudine di Israele. Troppo grande la prepotenza di questo Stato, troppo crudele il genocidio perpetrato sulla popolazione palestinese e sui suoi bambini e le sue bambine, troppo evidente la übris dimostrata dal suo Governo, insopportabile la ferocia dei coloni in Cisgiordania e impossibile da tollerare il silenzio dell’Italia e dell’Ue di fronte a tutto questo. Il 2 luglio scorso ha segnato i Mille giorni dal genocidio di Gaza: 21mila bambine e bambini sono stati uccisi e 17mila sono rimasti orfani, come riporta la trasmissione Esteri di Radio Popolare di Milano. La Commissione internazionale indipendente del Consiglio dei diritti umani dell’Onu sostiene che l’esercito israeliano li ha uccise/i deliberatamente.
Per cercare di capire il perché di tutto questo odio viene in soccorso il sottotitolo del volume: La strategia della vendetta consuma lo Stato ebraico in guerra con sé stesso. La vendetta è qualcosa che riguarda gli individui o i gruppi ma non si addice a uno Stato, che per definizione deve mediare tra interessi contrapposti per un interesse comune e generale. E proprio Il costo della vendetta è l’editoriale di Lucio Caracciolo: «Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre?».

In appendice all’editoriale troviamo due articoli molto interessanti. Il primo è di Laura Canali e ha per titolo La Gerusalemme incatenata. Un pezzo breve ma incisivo ed efficace che farei leggere nelle scuole; il secondo è di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, primo vincitore del Premio Limes 2026: L’Apocalisse della nuova Gerusalemme, estratto dalla lettera alla Diocesi Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, che si ispira alla visione della Gerusalemme celeste di Giovanni, descritta nei due capitoli finali dell’Apocalisse.

I 6 salotti di Smotrich

La prima parte del volume Israele vuole diventare grande ospita interventi di Netanyahu (Le dieci piaghe di Iran e le dieci vittorie di Israele), Smotrich (Il piano decisivo, un estratto di un documento programmatico diffuso dall’attuale Ministro delle finanze nel 2017 in cui si elencano le fasi per la definitiva annessione del territorio che gli israeliani come lui chiamano Giudea e Samaria) e un’analisi giuridica del modo in cui Israele si prenderà definitivamente la sovranità sulla Cisgiordania (Il cappio sulla Cisgiordania).

Il mosaico israeliano

Questo articolo inizia con una dichiarazione di Tamir Pardo, già direttore del Mossad, che evoca le immagini della Shoah mentre assiste alla Nakba palestinese. Non è il solo israeliano a condividere queste posizioni; la pensano come lui moltissime persone israeliane, non solo «intellettuali radicali o anti-establishment ma anche leader sionisti di primissimo piano… L’obiettivo dello Stato d’Israele è diventare grande. E il governo Netanyahu vede nella congiuntura degli eventi post-ottobre 2023 la mano di HaShem — l’impronunciabile Nome d’Iddio — che prende in braccio il suo prediletto e si china su di lui per dargli da mangiare (cfr. Osea 11,4). Il piccolo Israele mangia quanta più terra possibile per crescere e, dopo essersi preso fette di Libano e Siria e la gran parte di Gaza, il piatto principale arriva con la Cisgiordania. Da ingurgitare, finalmente, per intero. Sputando fuori i palestinesi come ossicini». Chi avesse la curiosità di comprendere le difficoltà dei palestinesi nel far valere i diritti sulle terre che hanno sempre abitato troverà le assurde spiegazioni che Israele vanta nei loro riguardi per giustificare quella che di fatto è un’espropriazione illegittima.

In questa parte alcune autrici e autori sono concordi nel considerare Israele votato all’autodistruzione. Scrive Carolina Landsman: «Il filosofo Yeshayahu Leibowitz, coscienza pubblica di Israele, ammonì decenni fa che l’occupazione corrompe. Ma a posteriori, non è la mera occupazione ad aver minato la società israeliana. È stata anche, se non soprattutto, la decisione di negarla, abbandonando ogni aspirazione a porvi fine e ogni sforzo in tal senso. La soluzione dei due Stati, che per anni è rimasta la cornice di base anche quando non attivamente perseguita, è stata sistematicamente delegittimata. Nulla l’ha rimpiazzata, nessuna visione alternativa. La politica è diventata: non c’è soluzione, quindi viviamo come se il problema non ci fosse. In questo vuoto, la sinistra israeliana e l’Autorità nazionale palestinese sono state spinte ai margini. Il loro posto è stato occupato dalle forze ostili al compromesso: da un lato Ḥamās e dall’altro la destra israeliana, che punta all’annessione e alla pulizia etnica». La tregua di Trump si è rivelata un fallimento e all’interno della Striscia di Gaza si continua a morire e a vivere in condizioni disumane, come ricorda Antonella Caruso nel suo articolo Il Piano Trump traghetta Gaza nel Limbo.
Israele è oggi su sette fronti, tra cui quello siriano è il più conteso, come risulta dalla brillante analisi di Lorenzo Trombetta, Il grande banchetto siriano. Il prossimo potrebbe essere proprio la Turchia, la Patria blu con velleità imperiali. E anche la relazione con la Russia non sarà più quella di prima (Mosca, Gerusalemme e la fragile “relazione speciale”).
Chiude questa prima sezione del volume una delle “Storie di Limes”, sempre molto belle: A dodici chilometri dal Libano di Sabina Messeg, israeliana con una Guest house nel Nord del Libano, che racconta ciò che il popolo israeliano ha subito in quella zona nel tempo; la traduzione è di Irene Salvoni. La cura di Sabina è stata la poesia, di cui riporto quella che chiude il suo racconto, ricordando che le vittime dei conflitti sono sempre le persone, da qualunque parte siano schierate:

Robinsoniana
Ogni mattina riaffioro dal relitto,
o forse,
discendo dall’arca,
e approdo su un’isola.
Ogni giorno
un’isola nuova.

E vi innalzo una trave,
come la prima trave del mondo.

Cammino scalza tra gli alberi del giardino,
come il primo essere umano
dopo il diluvio.

E come Adamo nell’Eden
passo in rassegna la guava, gli agrumi, l’ulivo…

Ma soprattutto costruisco.
Costruisco senza fine,
anche quando tutto sembra già compiuto da tempo.

Perché il costruire stesso –
sì, il puro atto del costruire,
e il far crescere le cose –
è,
ormai,
la mia dimora. 

In copertina: particolare dalla copertina di Limes, di Laura Canali.

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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