L’acinellatura è un difetto nello sviluppo della pianta della vite. È, citando, «un’anomalia fisiologica e genetica caratterizzata dalla mancata o incompleta fecondazione dei fiori, che genera grappoli con acini disomogenei. Questo difetto impedisce lo sviluppo dei semi (vinaccioli) e provoca la presenza di acini più piccoli, a volte senza semi, che possono rimanere verdi o maturare parzialmente».
L’acinellatura è, però, anche la tecnica che viene messa in campo per correre ai ripari qualora questo difetto si presenti.
Da un punto di vista linguistico, si potrebbe parlare di enantiosemia, il fenomeno per cui un termine assume due significati tra loro opposti; da un punto di vista più prosaico, sembrerebbe una sorta di cortocircuito nel quale la malattia e la cura si confondono e sovrappongono.
Il 13 luglio di undici anni fa, nelle campagne di Andria, Paola Clemente moriva, stroncata dalla fatica e dal caldo. Faceva la bracciante, estraeva gli acini troppo piccoli dai grappoli di uva per renderli omogenei. L’acinellatura, appunto. Tutto per 27 euro al giorno.
Il lavoro, nella voce popolare, è dignità e riscatto. È il fondamento della nostra Repubblica. Eppure, sempre per un cortocircuito, esso è diventato sinonimo di sfruttamento; di giustificazione allo sfruttamento. E non c’è alcun fenomeno linguistico. L’anafora, qui, è storica: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Ortofonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni».
Anche Annamaria Torno era una cafona: morì il 1 marzo del 1996 mentre era sul furgone che la stava portando a lavorare nei campi. All’inizio si parlò di incidente stradale. Poi, il tiro venne raddrizzato.
Cafoni erano pure i 136 italiani che, l’8 agosto del 1956, persero la vita a Marcinelle; così come erano cafoni i 16 migranti morti a Foggia esattamente sessantadue anni dopo. Braccianti, pure loro, come Paola Clemente e Annamaria Torno. Braccianti come Bakary Secka, Satnam Singh e Eris “Petty” Stone; cafoni e cafone, come Mohamed Ben Ali e Samara Saho, Ivan Miecoganuchev, Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, Moussa Ba, Becky Moses, Suruwa Jaiteh e Sylla Noumo. Nomi passati veloci nelle cronache, caduti e scaduti nell’ombra come le vite di coloro che li portavano.
Dovrebbero fare eco, questi nomi. E invece la loro risonanza ha finito per esaurirsi addosso a quei muri che dividono noi da loro.
A New York, nel Greenwich Village, tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI, c’era un locale gestito da un certo Chico, un barista e imprenditore di origini cubane. Si chiamava «Quarto Stato Café», ed era diventato ben presto un punto di ritrovo iconico per le persone immigrate, gli artisti e le artiste, e per chiunque fosse appassionato della storia del movimento operaio. Come il nome lascia forse intendere, ovunque al suo interno, in ogni forma e dimensione, campeggiavano riproduzioni del celebre quadro di Giovanni Pellizza da Volpedo. Chico ne era un profondo estimatore. Si immagini, dunque, il duro colpo che egli subì quando qualcuno gli spiegò che quell’opera l’aveva dipinta un pittore piemontese e che raffigurava un piccolo paese dell’alessandrino: «Ma com’è possibile — esclamò sconsolato —. E io che per tutta la vita ho creduto che quelli fossero dei contadini cubani!».
Aveva ragione Chico. Come hanno sempre avuto ragione tutte e tutti coloro che, in quella tela, hanno voluto e potuto riconoscere la propria rivoluzione.
E prima era così: i padroni stavano da una parte e il popolo stava dall’altra. E se il lavoro era l’unico vero segno di riconoscimento e appartenenza, adesso gli sfruttatori armano gli sfruttati per combattersi l’un l’altro, quasi che la colpa fosse non di chi schiavizza ma di chi “accetta” di essere schiavizzato.
La lotta è comune, e riguarda la possibilità di scegliere. Perché Paola Clemente non ha potuto scegliere, ed è per questo che è morta, undici anni fa, per stanchezza e sfruttamento, per 27 euro al giorno.
«Rimandandoli a casa [gli immigrati e le immigrate] sbloccheremmo una situazione assurda e porteremmo gli italiani stessi, che raccoglievano fragole, olive e pomodori trenta o quaranta anni fa, probabilmente a rivolgersi anche a questi lavori». Chissà se il generale che ha fatto questa affermazione si preoccuperebbe, nel caso, di combattere la piaga del caporalato che ha, neanche troppo stranamente, una sua propria democrazia.
Così non fosse, si tratterebbe davvero di un cortocircuito.
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Concludiamo con Il giugno di Toponomastica femminile, il report delle attività svolte dalla nostra associazione, e auguriamo buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco
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Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Filologia moderna, è giornalista pubblicista. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere la forza di continuare a chiedere: Shomèr ma mi llailah (Sentinella, quanto [resta] della notte)? Crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
