L’Animale Narrativo nell’era della saturazione digitale 

La riflessione sul nostro essere umane si è arricchita di nuove, urgenti sfumature in occasione della presentazione della settima edizione del Festival “42Gradi”, tenutasi a Bari il 13 luglio nella Biblioteca dell’Università degli studi Aldo Moro, scelta per sancire la preziosa collaborazione con il Dipartimento di ricerca e innovazione umanistica dell’Ateneo in qualità di partner culturale. Questo evento, confermatosi ancora una volta come uno straordinario punto di incontro per la nascita di sinergie inaspettate, rappresenta un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. In questo spazio le idee prendono forma concreta in un clima che invita a una partecipazione intensa, trasformando la rassegna in un’occasione di autentica connessione e resistenza culturale. 
Il festival ha un ampio programma dal 22 al 26 luglio 2026 a Bisceglie che, guidato dal provocatorio tema di quest’anno intitolato Non si sa mAI, esplorerà il concetto di intelligenza umana, artificiale, collettiva, ecologica e politica, dimostrando come la rassegna non si limiti a parlare di meri algoritmi (il programma completo è consultabile nella sezione News del sito ufficiale di 42Gradi o attraverso i loro canali social). 

Ciò che rende unica questa iniziativa, nata dalla collaborazione tra l’Associazione culturale Linea D’Onda, la libreria Vecchie Segherie Mastrototaro e Sistema Garibaldi, è la capacità di superare la frattura tra cultura umanistica e scientifica. Il festival si muove con naturalezza lungo la trasversalità dei saperi, unendo filosofia, scienze del vivente, tecnologia e narrazione, in un dialogo in cui il rigore accademico sposa il linguaggio pop. Al tempo stesso, si configura come una comunità di pensiero fondata sull’arte dell’ascolto e come un osservatorio sul presente, capace di porre domande radicali sulle criticità del nostro tempo, offrendo anche un focus speciale sul progetto di formazione Testecalde, la storica sezione dedicata ai giovani dai 16 ai 20 anni precedentemente nota come La Classe

Proprio a partire da questa cornice ideale si comprende il motivo della scelta di presentare il libro di Maura Gancitano: Animali narrativiPerché non possiamo smettere di credere alle storie, pubblicato a maggio da Marsilio. Nel testo emerge il pensiero della sua autrice, che legge il contemporaneo attraverso un’analisi lucida e critica. Al centro del dibattito si colloca la nostra condizione di animali narrativi, costantemente in bilico tra il bisogno incessante di connessione e la necessità vitale di distacco. Il confronto, arricchito dai contributi delle docenti dell’Ateneo barese Lea Durante, Tiziana Drago, Elisabetta Todisco, Antonia Chiara Scardicchio, mette in luce come la nostra tendenza a vivere immersi in storie preconfezionate rischi di soffocare la capacità di abitare e interpretare il reale. Ci troviamo oggi di fronte a una profonda saturazione narrativa. Parliamo continuamente di raccontare storie, ma le nostre esistenze finiscono per omologarsi, scivolando in dinamiche di sopraffazione reciproca. In questo scenario, le intelligenze artificiali generative smettono di essere semplici strumenti tecnologici e si trasformano in veri e propri attori che influenzano la nostra mente e il nostro modo di esistere. Il rischio è quello di cadere in una forma di demenza digitale provocata da un continuo affaticamento cerebrale, un paradosso per cui l’aumento della velocità delle informazioni corrisponde a una drammatica diminuzione della profondità del pensiero critico. 
Per orientarsi in questa complessità, l’opera suggerisce di adottare una bussola basata sul pensiero trasversale e sulla sostenibilità culturale. Dobbiamo imparare a percepire il vivente oltre il semplice consumo di contenuti e praticare un autentico antispecismo che riconosca dignità a ogni forma di intelligenza, uscendo dalle logiche predatorie dello sfruttamento. La sfida che ci attende, benché faticosa ed esorbitante, consiste nel ritrovare il coraggio politico di credere a storie che non siano semplici merci digitali, ma varchi capaci di restituirci la nostra umanità. Nonostante la perdita del contatto profondo e il rischio di smarrimento nel flusso tecnologico, la narrazione consapevole resta lo strumento più alto per resistere, per accordare i nostri respiri e per non smettere di essere voci narranti del nostro tempo. 

Cosa ha mosso, dunque, delle donne a seguire questo incontro in un caldo giorno di luglio, affrontando la consapevolezza opprimente di trentasette gradi percepiti? Con Linda Leuzzi, Angela D’Ottavio, Marianna Di Gioia, Agnese Purgatorio e Gabriella Morisco ci siamo ritrovate lì, spinte da un richiamo profondo. Ci unisce un femminismo che assume sfumature diverse per ciascuna di noi, un mosaico di prospettive differenti eppure convergenti nel desiderio comune di incontrare e ascoltare di persona Maura Gancitano, di cui da tempo apprezziamo le straordinarie doti empatiche e comunicative. 
La sgradevole sorpresa è stata comprendere, al momento del via, che la scrittrice sarebbe apparsa soltanto attraverso la mediazione di uno schermo, in collegamento da remoto. Tuttavia, l’umanità del corpo possiede canali misteriosi e immediati, capaci di comunicare anche senza l’ausilio delle parole. La postura, i gesti e la presenza digitale hanno subito svelato che la saggista stava attraversando problemi di salute, un’evidenza che lei stessa ha confermato non appena ha preso la parola. L’ascolto che ne è seguito si è rivelato tutt’altro che semplice. Il continuo movimento della relatrice sullo schermo frammentava la fluidità visiva, rendendo la sua narrazione a tratti intermittente e faticosa da seguire. Eppure, nonostante i limiti fisici imposti dalla distanza e dalla sofferenza corporea, quel discorso si è dimostrato ugualmente efficace e incisivo. La forza delle idee ha saputo oltrepassare il video, dimostrando che l’autenticità di una voce e la necessità di una resistenza culturale sanno superare le barriere digitali anche quando il corpo è costretto alla fragilità. 

Maura Gancitano
Animali narrativi. Perché non possiamo smettere di credere alle storie
Marsilio, 2026
pp. 160

La lettura del libro, affrontata prima dell’incontro, trova un suo punto centrale nel settimo capitolo. In queste pagine, dedicate alle api meccaniche, l’autrice descrive l’esperimento di far scrivere delle storie alle intelligenze artificiali, mettendo a confronto la produzione algoritmica con la necessità umana di comunicare. Il nucleo del discorso si chiarisce a pagina 86, dove viene ridefinito il concetto stesso di animale narrativo: «Forse l’animale narrativo non è semplicemente quello che racconta storie. È quello che non riesce a non creare relazione, anche dove la relazione è impossibile. Anche dove l’altro non può ricambiare. Anche dove tutto finirà tra minuti. […] Potresti scoprire che la narrazione non è un dono ma una responsabilità. Sei tu che devi portare la storia, perché l’altro non può. Sei tu che devi ricordare, perché l’altro dimentica. L’animale narrativo è quello su cui ricade il peso del passaggio — quello che deve fare da ponte tra ciò che è stato e ciò che sarà. Le api muoiono. Tu resti. E nel restare, narri». 
Questo passaggio, sebbene scritto da “un’ape meccanica”, da un’intelligenza artificiale, spiega la scelta di partecipare all’incontro nonostante il caldo intenso e la parziale barriera dello schermo. L’esperienza digitale e la distanza fisica passano in secondo piano di fronte al contenuto del libro: ciò che conta è l’intenzione di fare da ponte e la responsabilità di continuare a tessere relazioni attraverso la parola e i corpi narranti. 

In copertina: un momento dell’incontro. 

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Articolo di Pasqua Taronna

Insegna Lettere al Liceo artistico e coreutico, intrecciando la didattica con lo sguardo critico dei femminismi. Ha una formazione che passa attraverso la pratica incessante della lettura e l’impegno politico vissuto nei corpi e nelle piazze, dal Centro documentazione e cultura delle donne di Bari alle Donne in Nero. È attiva come referente di Toponomastica femminile a Bari nell’ambito del progetto Cosmopolita.

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