Tolleranza zero 

Il potere esecutivo italiano dà regolarmente vita con prassi ormai consolidata a una grandinata di decreti. Un’urgenza e poi un’altra, che riguardano soggetti disparati, dai/dalle migranti ai/alle minori, ai/alle partecipanti ai rave, dalle e dagli attivisti politici alle persone detenute, agli autori di reati predatori, impongono contrasto, repressione, misure cautelari, fermi, sgomberi, espulsioni, sanzioni, inasprimento di pene, condanne in nome di questo o di quell’allarme presentato dalle cronache.  
Gli specialisti hanno contato in pochi anni 57 nuovi reati, 60 nuove aggravanti. 

Con l’attuale governo ben sette decreti-legge sono stati intestati alla sicurezza, quasi un format ormai. Il voto di fiducia ai “pacchetti” garantisce la velocità delle risposte emergenziali, conferma la risposta penale e l’arretramento delle garanzie come modalità condivise di controllo sociale.  
Lo Stato quando non sa intervenire sulle cause interviene sulle persone. 

Dobbiamo aggiungere dettagli alla parola chiave, visto che è ripetuta fino allo sfinimento dalla destra di governo ma è cara anche a tutte e a tutti noi e la vogliamo proteggere dalle distorsioni. 
Essa ingloba nell’uso comune della nostra lingua le due necessità che l’inglese distingue in safety e security

Chi non vorrebbe sentirsi sicuro/a? Chi non vorrebbe poter esser difeso/a dai pericoli, sostenuto/a nel caso di situazioni o evenienze spiacevoli, protetto/a dalle avversità, tutelato/a dallo Stato grazie alla prevenzione dei rischi? 

Un decreto li affronta o li nomina? 

Oggi, estate 2026, godi complessivamente di sicurezza soprattutto se sei un maschio bianco benestante e sano.  
Non sei poi così sicuro se non sei eterosessuale. 

Un po’ meno sicure le donne, soprattutto dietro le porte chiuse delle case. 
Un po’ meno sicuri i malati e le malate, se non possono pagare la sanità privata. 
Ancor meno sicure/i se hanno pensioni da fame o se hanno introiti precari, anche perché più esposti di altri a cambiamenti climatici devastanti. 
Non molto sicuri gli e le abitanti delle molte zone a rischio idrogeologico. 
Poco sicuri della vita i lavoratori e le lavoratrici se sono stati più di mille, l’ultimo anno, coloro che la sera non sono tornati a casa. Quasi 600mila le persone infortunate sul lavoro. 

Poco sicuri coloro che hanno la pelle di un colore diverso, a meno che non siano emiri o calciatori famosi. 
Infinitamente meno sicuri di tutti i e le migranti, se sono povere, se non trovano lavoro e casa, se sono sfruttate, se vivono in condizioni disagiate. 
Poco sicure le famiglie: se un loro membro manifesta disagio ci sarà qualcuno ad aiutarlo? 
Progressivamente sempre meno sicuri di essere liberi di esprimersi in maniera non violenta i contestatori, i protagonisti di un pensiero divergente, i non allineati.  

Ecco, così la parola prende un senso diverso.  
Da sola non significa niente, se non un’esibizione di fermezza che influenza pulsioni emotive e percezioni. Dunque a poco o niente, se non a indicare nemici per mietere consensi immediati, servono le misure securitarie. 

Siamo più sicuri/e o più impauriti/e

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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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