Nel dibattito pubblico sul lavoro italiano, si sente parlare di «gender gap», «sottorappresentazione femminile», «disuguaglianza di accesso». Parole ormai familiari in ogni settore: dall’economia alla medicina, dalla tecnologia all’università. Eppure, nel mondo del cinema e dell’audiovisivo il problema è diverso, perché non riguarda soltanto l’accesso a un lavoro, ma il controllo su come il mondo viene raccontato. Dietro ogni film, ogni serie, ogni scena, vi sono scelte creative e tecniche. Dietro l’obiettivo — metaforicamente e letteralmente — vi è chi decide come inquadrare una donna, quale storia merita di essere amplificata. In Italia, quella scelta è ancora prerogativa di molti uomini.
Questa questione affonda le radici negli anni Settanta. Il libro Poche. La questione di genere nell’industria culturale italiana (WriteUp Books, 2023) raccoglieva i contributi di ricercatrici e professioniste del settore e risaliva ai primi studi italiani sul tema. Nel 1977 Patrizia Carrano pubblicava Malafemmina. La donna nel cinema italiano, denunciando come le donne fossero sistematicamente escluse dai posti di responsabilità, confinate in ruoli considerati «da donne» — truccatrici, parrucchiere, costumiste — e assenti dalla regia. In quell’Italia degli anni Settanta, le registe che contavano erano solo due: Lina Wertmüller e Liliana Cavani. Un’esclusione così totale che suggeriva un problema strutturale, non un semplice difetto di inclusione.
A questa osservazione seguì, nei decenni successivi, una vera sistematizzazione teorica del fenomeno. Nel 1978, Marilyn Loden coniava il termine Glass Ceiling — soffitto di cristallo — per descrivere quelle barriere invisibili che fermano la carriera basandosi su discriminazioni di genere. L’immagine era perfetta per quello che accadeva nell’audiovisivo italiano: una barriera che non si vede, difficile da nominare quando sei dentro. I dati lo confermavano. Nel 2009, secondo Women in Film, le donne raggiungevano il 20% di chi lavorava nel settore cinematografico. Sembrava poco, e infatti lo era. Nei reparti tradizionalmente femminili superavano il 50%, mentre nei posti di comando — regia e produzione — restavano al 20%. Un modello che rivelava il vero problema: non che mancassero donne capaci, ma che l’industria era costruita su divisioni di genere.
A questa divisione occupazionale si aggiungeva un fenomeno psicologico ben documentato: il double-bind effect, il doppio vincolo. Le donne che riuscivano a raggiungere posizioni di comando si trovavano in una trappola impossibile. Gli stereotipi dicevano che dovevano essere dolci, sensibili, amichevoli. Ma il ruolo di leader chiedeva durezza, decisionalità, capacità di imporsi. Se troppo femminili, venivano viste come «brave ma deboli». Se troppo dure, diventavano «competenti ma antipatiche». Un gioco dove qualunque mossa era quella sbagliata. A questo si aggiungeva il Gender Pay Gap: le donne guadagnavano meno dei colleghi uomini.
Quasi cinquanta anni dopo i primi studi degli anni Settanta, nel settembre 2025 è stato presentato il Gender Balance in Italian Film Crews #5, uno studio del Ministero della Cultura che ha analizzato 2295 film italiani dal 2017 al 2024. I numeri mostrano una situazione più complessa rispetto al passato: ci sono progressi veri, ma lenti. Nel 2024, il 20% dei film era diretto da donne — più del 2023, ma ancora lontano dalla parità. Tuttavia, il dato più incoraggiante riguarda i film d’esordio: il 60% era diretto da donne, segno che sta emergendo una nuova generazione di registe. Tra il 2017 e il 2024, il numero di film girati da giovani donne è cresciuto del 21% all’anno, mentre quello dei giovani uomini solo del 3%. È un segnale di un cambio reale tra generazioni, anche se ancora circoscritto.
Questo rinnovamento generazionale non riguarda però tutte le professioni in modo uniforme. Tra le undici professioni monitorate — dalla regia alla sceneggiatura, dalla cinematografia all’editing, dal suono agli effetti speciali — otto rimangono ancora prevalentemente maschili nel 2024. Però il numero di donne che accedono a questi lavori di responsabilità sta crescendo dove prima era tutto maschile. Le professioni dove ci sono più donne rimangono quelle storicamente femminili: costumiste (78%), truccatrici (69%), scenografe (57%). Mentre i posti ancora quasi completamente maschili rimangono tali: sound designer (8% donne), compositori (10%), direttori della fotografia (13%). Uno schema che mostra come il cambiamento non sia uniforme: in alcuni settori le porte cominciano ad aprirsi, in altri rimangono chiuse.
Anche il fronte economico racconta una storia di disparità persistente. I film diretti da donne rimangono a budget ridotto: il 27% costa meno di duecentomila euro. Eppure c’è un segno di cambiamento: il numero di film diretti da donne che costano più di un milione e mezzo è cresciuto più velocemente di quelli diretti da uomini. Nel periodo 2017-2024, inoltre, più della metà dei film diretti da donne sono documentari, mentre quelli diretti da uomini si dividono tra fiction e documentario. L’animazione, invece, rimane quasi totalmente maschile: solo l’1% dei film è diretto da donne.
Se la produzione rimane squilibrata, i riconoscimenti ai festival disegnano un quadro più promettente. Nel 2023, il 38% dei film diretti da donne aveva ricevuto nomination ai festival, contro il 25% di quelli diretti da uomini. Nel 2024, ancora più significativamente, il 19% dei film diretti da donne ha vinto premi, rispetto al 10% di quelli diretti da uomini. Quando i film diretti da donne arrivano ai festival, hanno più probabilità di vincere. Una piccola vittoria simbolica, ma il vero problema rimane: arrivarci è ancora più difficile.
Mezzo secolo dopo Malafemmina, la situazione è migliorata. Le giovani registe stanno facendo strada, i numeri lo provano. Ma il cambiamento rimane frammentario, dipende ancora troppo dagli sforzi individuali invece che da trasformazioni strutturali dell’industria. Come è stato già detto in questo spazio, il cambiamento accade solo se è condiviso da tutti. Non basta che le donne siano brave, motivate e piene di energia — lo sono, e i dati lo confermano. Serve che l’industria riconosca che dietro l’obiettivo, la scelta di chi racconta e come racconta, non sia una questione di merito individuale, ma di chi ha il potere. E quel potere può essere distribuito diversamente solamente se c’è la volontà collettiva di farlo.
In copertina: immagine presa da Pixabay di pubblico dominio https://pixabay.com/it/illustrations/cinema-film-telecamera-proiettore-4153289/
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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.
