La Puglia è generalmente riconosciuta per il suo mare, le sue coste e il buon cibo. Tuttavia, anche l’entroterra pugliese nasconde una ricchezza culturale, storica e naturalistica. Tra i suoi luoghi più affascinanti vi è la Murgia, un altopiano calcareo che sembra scolpito dal tempo e dagli elementi: sembra essere sospeso nel tempo, in un luogo quasi lunare, solcato da profonde incisioni erosive chiamate gravine. Si tratta di veri e propri canyon naturali, solchi nella terra, che hanno da sempre rappresentato un rifugio, una via di transito e un luogo di incontro per le comunità.
Oggi vi porto con me in una passeggiata tra Gravina e Altamura, due città simbolo dell’Alta Murgia, per conoscere le donne che hanno abitato e costruito l’identità di questi luoghi.

La prima tappa è a Gravina, in via Rosa Brunetti. Qui nacque nel 1770, da Niccolò Brunetti e Maria Bianchino, Rosa Brunetti, che crebbe in una famiglia profondamente amante della conoscenza. Fu una donna di grande intelletto e ardore politico e per questo motivo non fu mai indifferente rispetto agli ideali di libertà e giustizia che animavano l’Europa di fine Settecento. La sua storia è inseparabile rispetto al contesto della Repubblica Napoletana. Sul finire del XVIII secolo, le idee dell’Illuminismo europeo e della Rivoluzione Francese invasero l’Italia, grazie alle truppe francesi di Napoleone, fino a Napoli. Da qui, Regno dei Borbone, nel dicembre 1798, mentre i soldati napoleonici si avvicinavano, re Ferdinando IV fuggì verso la Sicilia lasciando la capitale nel caos. È in questo momento che un gruppo di giovani menti prese il controllo e proclamò la Repubblica Napoletana nel 1799. L’obiettivo dichiarato era quello di abolire i privilegi dei feudatari, creare scuole per tutti e tutte e dare al Sud una Costituzione democratica. I reazionari li chiamarono con disprezzo i giacobini. Si trattava, tuttavia, di un sogno utopico, ideato da una élite colta che i ceti più poveri e analfabeti non compresero mai: i repubblicani erano percepiti come complici degli occupanti francesi, denigranti delle religioni e della tradizione locale.
L’eco della Repubblica Napoletana giunse dunque alle orecchie di Rosa Brunetti, che decise di schierarsi apertamente con i giacobini e le giacobine. La Repubblica durò soli cinque mesi, spazzata dalla reazione borbonica. Il Re si affidò al cardinale Fabrizio Ruffo, il quale organizzò l’Armata della Santa Fede: un esercito eterogeneo e mal organizzato composto da contadini/e, lealisti della corona, e briganti attratti dalla promessa di ricevere un compenso. I Sanfedisti e le Sanfediste risalirono il Sud propagando sangue ovunque passassero. In Puglia, il cuore pulsante della resistenza repubblicana divenne la città di Altamura, dove si radunarono le/i patrioti della provincia. Rosa Brunetti accorse ad Altamura insieme ad altri compagni e compagne per prendere parte alla difesa. Il 9 maggio 1799, le orde del cardinale Ruffo assediarono Altamura, la quale subì tre giorni di saccheggi, violenze e carneficine. D’altro canto, Gravina fu esonerata da questo destino: i/le gravinesi attribuirono la propria salvezza all’intercessione di San Michele Arcangelo.
Rosa fu catturata ad Altamura. I verbali la descrissero come una giovane donna minuta, dai capelli neri e intensi occhi castani. Trasferita nelle carceri di Napoli, subì violazioni e umiliazioni indicibili. Le fu commutata la condanna nell’esilio a vita a Marsiglia e le fu vietato categoricamente di rimettere piede nel Regno di Napoli, pena la condanna a morte. La storia ebbe però altri piani. Nel 1801, infatti, a seguito del Trattato di Firenze stipulato da Napoleone e dalla monarchia borbonica, fu concessa un’amnistia per tutti e tutte le prigioniere di guerra e deportate politiche. Rosa potè così tornare a Gravina. Ci si aspetterebbe che Rosa avesse vissuto da allora una vita tranquilla, nell’ombra, ma così non fu, non era nella sua natura. Negli anni successivi, quando le idee rivoluzionarie si riorganizzarono clandestinamente attraverso le “Vendite” della Carboneria, lei vi aderì con una accesa passione. Tra il 1820 e il 1821 scoppiarono i nuovi moti costituzionali, il Re represse nuovamente i cospiratori e le cospiratrici. Rosa Brunetti fu individuata come uno dei punti di riferimento della Carboneria locale, fu processata in contumacia e condannata a morte. La giacobina gravinese subì la damnatio memoriae, la cancellazione della sua memoria e di ogni documento ufficiale che la riguardasse. Da quel momento le sue tracce si persero. Oggi, la ricordiamo come uno dei simboli dimenticati della lotta per la libertà nel Mezzogiorno.

Passiamo davanti al Monumento dedicato ai caduti e alla Torretta dell’Orologio Curci per addentrarci nei vicoli del centro storico e giungere presso il Palazzo Ducale Orsini. Qui è ricordata, con una targa in sua memoria, Teresa Orsini, denominata «serva di Dio». Teresa Orsini Doria Pamphilj Landi nacque il 23 marzo 1788 a Gravina, ducato della sua casata, da Domenico, principe di Solofra, e da Faustina Caracciolo dei principi della Torella. Rimasta orfana di padre, la sua educazione fu affidata al nonno Filippo e, successivamente, alle Suore della Sapienza a Napoli, alle Orsoline e alle Benedettina di Tor de’ Specchi a Roma. Nel 1808, a vent’anni, coronò la sua vocazione familiare sposando il principe romano Luigi Andrea Doria Pamphilj Landi. Tutta la sua vita fu dedicata all’amore e alla fede per Dio, ponendosi al servizio dei/delle più povere: le porte delle sue residenze erano sempre spalancate per chiunque necessitasse di un rifugio e di aiuto. L’impegno di Teresa Orsini era rivolto sia alla promozione dell’arte e degli scavi archeologici nella Villa Pamphilj, sia al volontariato nell’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili. Fu nominata, inoltre, Priora all’Ospizio della Trinità dei Pellegrini, per il suo ruolo assistenziale nei confronti dei/delle convalescenti e dei pellegrini e pellegrine giunte per l’Anno Santo del 1825. Per le sue straordinaria benemerenze, papa Pio VII la nominò “Dama della Pubblica Beneficenza”. Sensibile al riscatto sociale, Teresa Orsini promosse e sostenne dal punto di vista economico il gruppo delle Lauretane, un laboratorio nato per dare lavoro alle donne guarite dall’Ospedale di San Giacomo, attingendo spesso al proprio patrimonio personale. Dopo aver dato vita, nel 1820, alle Suore di Carità per l’assistenza domiciliare nel rione Monti, Teresa si fece carico dell’urgenza di riorganizzare l’assistenza sanitaria negli ospedali romani. In particolare, fondò, nell’Ospedale di San Giovanni, un nuovo istituto, denominato le Suore Ospedaliere della Misericordia, di cui divenne direttrice e guida fino al suo ultimo giorno di vita. Tuttavia, la dedizione non giovò alla sua salute: a soli trentadue anni contrasse una grave malattia. Nonostante ciò, non rinunciò ai propri sforzi, ma li intensificò, presagendo che il tempo a sua disposizione fosse oramai breve. Teresa Orsini si spense il 3 luglio 1829, a soli quarantun anni. Tutta Roma pianse la scomparsa e la perdita della “Martire della Carità”.
Rimaniamo a Palazzo Orsini e torniamo indietro nel tempo, per parlare della storia di Giovanna Frangipane della Tolfa. La Duchessa Orsini fu madre di Pier Francesco Orsini, divenuto papa nel 1724 con il nome di Papa Benedetto XIII. Giovanna Frangipane fu una fervente promotrice dello sviluppo locale: commissionò la creazione di una fabbrica di ceramiche e maioliche pregiate, con fornaci che producevano manufatti sia per il mondo contadino sia per la nobiltà. Le mattonelle realizzate arrivarono persino ad arricchire il pavimento pregiato della Cattedrale. Nel 1676 decise di divenire una suora di clausura. Fondò il monastero di Santa Maria, finanziandone la ristrutturazione e la costruzione della chiesa adiacente, divenendo ufficialmente badessa delle consorelle. La sua vita fatta di privazioni, digiuni e umiltà lasciò una impronta nelle storia di Gravina.

Ci spostiamo ora ad Altamura, e iniziamo l’itinerario proprio da Piazza Duomo e dalla sua Cattedrale. Quest’ultima, innalzata in onore di Santa Maria Assunta, fu costruita tra il 1232 e il 1254 per volere dell’imperatore Federico II, come chiesa palatina. Durante la Rivoluzione di Altamura del 1799, il sacerdote della cattedrale, Nicola Popolizio, prese parte alla rivolta e fu torturato davanti al portico della cattedrale fino alla morte. Il canonico Celio Colonna fu sgozzato all’interno mentre pregava nella cappella di San Giuseppe.
È nella chiesa che troviamo una epigrafe commemorativa risalente al 1860, che racconta in poche parole una drammatica vicenda familiare.


La lapide è dedicata a Cecilia Montaruli Melodia, una aristocratica locale scomparsa in giovanissima età: il testo la definisce poeticamente un «fiore troncato dopo quattro lustri di vita». La ragazza morì, infatti, ad appena vent’anni, lasciando la sua piccola figlia. Fu quest’ultima, infatti, ormai adulta e portatrice del titolo di «Principessa di Tricase», a far innalzare la croce e la targa, rendendo omaggio a quella madre che non aveva mai potuto abbracciare e conoscere il «materno bacio».


Giungiamo presso il Palazzo dell’Archivio biblioteca museo civico di Altamura, dove sono conservati alcuni dipinti di Tina Laudati, pittrice altamurana, figlia del pittore Raffaele Laudati, nata nel 1910. Trascorse a Parigi gran parte della sua infanzia, spronata dal padre nel coltivare il suo talento artistico. Frequentò difatti l’Accademia di Belle Arti francese, l’Académie Humbert, in cui abbozzava i suoi primi disegni in cui ritraeva corpi nudi femminili. Con il passare del tempo, cimentandosi sempre di più, i suoi soggetti divennero località parigine, come il quartiere di Montmartre: le sue opere ricordano molto lo stile di pittura del padre. Nel 1930 vinse il secondo Gran prixper una pittura estemporanea, alla gara del “Bal Tabarin”. Un critico d’arte francese disse di lei: «Nelle sue personali pennellate rigide e madreperlacee riesce a raggiungere una evidente unità di stile, che la pone fra le più grandi e personali energie dell’areopago figurativo pugliese». La sua arte fu particolarmente fedele al reale, raffigurando i luoghi e la varietà di soggetti nelle zone di Altamura. Godette del privilegio di vedere i suoi quadri esposti presso il Salon des Artists francais e agli Indépendents di Parigi. In Italia allestì alcune mostre personali a Roma e a Napoli, dove visse, portando avanti la sua carriera di artista. Gli ultimi anni, trascorsi in Puglia, vedono Tina Laudati dipingere per lo più nature morte e paesaggi della Murgia, giocando e sperimentando con la luce. Morì nel 2000.
Altamura le ha intitolato una via e nel 2010 è stata organizzata una mostra nel municipio: L’arte di Raffaele e Tina Laudati, curata dal comune e dalla collaborazione dell’Abmc.
In copertina: Ponte Acquedotto Madonna della Stella, a Gravina in Puglia.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
