Da maggio temperature troppo elevate, che in alta quota fanno persistere costantemente lo zero termico oltre i 4mila metri di quota.
Il torrente Evançon che scende dal Monte Rosa da mesi è gonfio giorno e notte, notte e giorno, di acqua color latte, con una portata eccezionale. È tutto il ghiaccio che se ne sta andando. Ormai la neve abbondante caduta in inverno e in primavera è già stata tutta mangiata dalla “canicola” persistente. Il sole sta divorando quel che rimane dei ghiacciai.
Il Cervino “piange” e dalle sue pareti sono scese cascate d’acqua. In alta quota non nevica, il permafrost si scioglie, e dopo l’acqua che scende arrivano colate di fango che invadono il campo da golf da 18 buche di Cervinia. Ma c’è proprio bisogno di un campo da golf in alta montagna? Andate a Cervinia, anzi Breuil, e vi darete una risposta da voi stessi/e. Se avete ancora un minimo di senso critico e osservazione dell’ambiente montano…
E poi arriva la grande frana che stravolge la parete di Sua Maestà e le Guide del Cervino sospendono l’attività di accompagnamento dei clienti in vetta. Troppo pericoloso salire in queste condizioni. In ultimo, dai primi di agosto, lo sci estivo è sospeso a Plateau Rosà, ma che strano… non è più sicuro sciare d’estate sui ghiacciai? Ma davvero pensiamo che lo sci estivo, visti i segnali che da anni ci manda il cambiamento climatico, sia ancora un’attività “sostenibile”?
Qualche giorno fa, durante un’escursione, sono passato da un alpeggio a circa 2100 metri di quota e mi sono fermato a parlare con la bergera, la pastora e conduttrice dell’attività, la quale era molto preoccupata, se non disperata, per la scarsità di pioggia, il caldo anomalo e la probabile mancanza d’acqua in alpeggio. In più la maggior parte dei pascoli — diceva — erano ormai secchi, ingialliti e ridotti a paglia. Sconsolata, paventava la quasi certezza di dover scendere a valle, cioè fare una desarpa (transumanza verso il basso) molto anticipata rispetto agli altri anni, quando iniziava il 29 settembre e si protraeva fino a metà ottobre, solitamente un’occasione di festa. Molto probabilmente, per tanti allevatori e allevatrici della Valle d’Aosta, quest’anno sarà una desarpa molto triste. Inoltre, non avendo la possibilità di irrigare, ben difficilmente si potrà fare il “secondo taglio” per avere così fieno buono. Ciò comporterà l’acquisto necessario di foraggio con un aggravio di spese. Per non parlare del caldo anomalo che influisce negativamente sul benessere e sulla produzione di latte di questi preziosi animali. Apprendevo tutto questo mentre il viso triste della bergera sorvegliava la mandria che ritornava in stalla per la mungitura, scortata dai fedeli cani pastori. Ci siamo salutati sperando di reincontrarci il prossimo anno in questo alpeggio, mentre la pastora, con la tristezza negli occhi, paventava anche la chiusura di un’attività preziosa per l’economia di montagna e del suo ecosistema, che si tramanda da generazioni.
Venendo a quella che considero ormai “casa nostra” (cioè la Val d’Ayas) dove in questo periodo di caldo “africano” la città si trasferisce in montagna, succedono piccole, ma significative, “cose strane”: gente che, spesso in compagnia di quadrupedi slegati, attraversa i prati senza porsi il minimo dubbio che così si rovina l’erba, come se fosse normale calpestare l’orto del vicino. Perché questi pascoli, per chi ci lavora e ci vive, sono dei veri e propri orti, anche se un po’ più grandi, ma questo “la gente di città” spesso non arriva a capirlo.
Girando la Valle in e-bike mi è capitato di imbattermi in una coppia con il papà che portava sul seggiolino della sua mountain bike un bambino piccolo. Stava iniziando un percorso in salita molto impegnativo, dove poi la discesa nel bosco diventava molto “tecnica”. Basta una pietra presa male o una radice e si rischia una rovinosa caduta,per di più con una bici caricata con un seggiolino. Mi sono chiesto a che punto è arrivata l’incoscienza della mente umana. L’unico mio rammarico è stato quello di non essermi fermato per chiedere a quel padre se sapesse quello che stava facendo, ma probabilmente meglio così, perché rischiavo di insultarlo.
Sempre su un sentiero molto ripido e in discesa, che io e la mia compagna di vita e cammini stavamo percorrendo, immersi in un magnifico e fresco bosco di conifere, abbiamo visto scendere un giovane che si “trascinava” una mountain bike. Gli faccio notare, usando un eufemismo, che si tratta di una discesa difficile e tecnica e il giovane mi risponde testuali parole: «Non me l’aspettavo così». Fra l’altro, lo sprovveduto ragazzo non era munito neanche di casco! Cosa che gli ho fatto notare, soprattutto per la sua incolumità. Anni fa un casco mi ha probabilmente salvato la vita perché mi ha protetto la testa mentre incappavo in una rovinosa caduta in discesa.
Potrei continuare a elencare quasi quotidiani episodi che denotano come l’anomalia (che purtroppo ormai è normalità) climatica vada di pari passo con anomalie di varie tipologie dei personaggi che stanno popolando di questi tempi la montagna. Gente che fa fatica a rispondere al consueto saluto che ci si scambia quando ci si incontra sui sentieri e nei piccoli villaggi montani. Gente che abbandona rifiuti nel bosco e al di fuori dei cassonetti, anche se ormai di questi tempi il servizio e il sistema della nettezza urbana dei Comuni di montagna frequentati da un turismo di massa sono saltati a causa dell’enorme flusso di turisti/e che arrivano dalla bollente pianura. È l’overtourism, bellezza! E ci stiamo sbattendo il muso contro.
Non ho la pretesa di avere soluzioni semplici, dico solo che è e sarà veramente una sfida difficile giocata tra montagna e città, una sfida per portare al maggior numero di persone una mentalità di educazione e rispetto veramente mirata al minor impatto possibile sull’ambiente, partendo dalle piccole azioni quotidiane. Fino a un aspetto più generale di come veramente vogliamo che sia nel futuro l’impatto di noi umani su un ambiente così delicato e fragile come la montagna.
L’ambiente montano dovrà sopportare il probabile esodo “verso l’alto” di un gran numero di individui che, dalle roventi città delle pianure, si sposteranno verso borghi di Alpi e Appennini che avranno l’opportunità di ripopolarsi e di avere anche “linfa giovane” per iniziare nuove attività. Ci sono già molti esempi di giovani che hanno avviato nuove imprese che una politica lungimirante della montagna dovrebbe avere l’obbligo di aiutare, fornendo strumenti, infrastrutture e anche veri incentivi. L’ultima cosa che auspico è che le terre alte non diventino “un luna park”, un parco-giochi per poche persone ricche chiuse come in un ghetto in pseudo-paesi ricostruiti, magari anche bene, magari ecosostenibili e con tanti gerani ai balconi ma privi della vera anima di questo ambiente. Sarebbe l’ultima e definitiva offesa alla Montagna.
In copertina: l’Evançon colore del latte ai piani di Verra.
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Articolo di Marco Peccenati

Montanaro di pianura, socio del Cai di Melegnano, con un passato da alpinista, ha alternato la passione per le lunghe distanze, a piedi, in bicicletta e sugli sci di fondo a quella per la montagna “non addomesticata”. Frequenta assiduamente le valli valdostane, che ama percorrere in tutte le stagioni. Come il pastore di stambecchi Louis Oreiller «dove l’orizzonte è piano non sa stare».
