Editoriale. Elogio della complessità 

Mi piacciono le parole, mi piace sceglierle con cura e mi piace, di tanto in tanto, soffermarmi sul loro significato.
La complessità è la proprietà di un sistema, costituito da molteplici elementi, interagenti in modo non lineare, tanto che il comportamento complessivo non può essere previsto semplicemente analizzando le singole parti.
Forse se ne comprende meglio il significato analizzando la differenza fra complicato e complesso.

Complicato: Deriva dal latino cum e plicare (piegare insieme). È un sistema costituito da molte parti ma governato da regole fisse. È difficile da affrontare, ma ha una soluzione determinabile.
Complesso: Deriva da cum e plectere (intrecciare). Le variabili sono interdipendenti e si influenzano a vicenda. Non esiste una soluzione ottimale definitiva, ma solo adattamenti continui al contesto.
Riparare un orologio è complicato, gestire un ecosistema è complesso. Fare le tagliatelle in casa è più o meno complicato ma ci si può riuscire, invece coltivare del grano duro, ricavandoci un reddito, può essere complesso.
Completare il cubo di Rubik è complicato ma seguendo determinate regole ci si riesce. Non esiste invece una formula matematica che possa far funzionare una relazione di coppia.
La complessità, dunque, fa sì che le cose siano difficili da comprendere, realizzare e spiegare. Richiede strumenti adeguati, conoscenze diverse, capacità di mettere in relazione cause ed effetti. Ma fa anche parte di quelle capacità degli esseri umani che li distinguono dagli animali: quella di comprendere, almeno in parte, sistemi che vanno oltre ciò che vediamo immediatamente.

Perché tante menti rifiutano la complessità? Semplicemente perché è complessa, richiede riflessione, approfondimento, sforzo di comprensione e spesso anche la disponibilità di rivedere il proprio pensiero. Richiede, prima ancora, di pensare, e l’abitudine a pensare è sempre più rara.
Ma, non solo, si fugge dalla complessità e si banalizzano ancora di più le discussioni rifugiandosi nella polarizzazione totale: sì o no, bianco o nero, con noi o contro di noi.
Complessità è farsi domande a volte semplici: perché all’improvviso circa 60 mila persone decidono di buttarsi in mare e nuotare per alcune pericolosissime centinaia di metri che permettono di uscire dal Marocco ed entrare nell’exclave spagnola di Ceuta (extra Schengen?). Chi le ha spinte a farlo, proprio in quel momento? Perché non c’era la polizia, ma c’erano i giornalisti? Chissà, forse erano stati avvertiti? Se non ci si pone domande si urla Basta Schengen o Remigrazione. Se ci si fa domande si scopre che qualcuno gli aveva fatto credere che una sentenza del giudice supremo aveva proibito il respingimento immediato per chi fosse arrivato in Spagna via mare, senza superare confini visibili. Ad alcuni di loro qualcuno altro aveva aperto le porte della prigione in Marocco, facendogli credere che a Ceuta, colonia portoghese passata alla Spagna, si sarebbero trovati in Europa. E facendosi ancora altre domande si trovano possibili risposte: il ruolo di Sánchez negli equilibri internazionali, quello del re del Marocco, i rapporti con Netanyahu e così via. E poi la vecchissima domanda: cui prodest? A chi giova?

È molto complesso il tema velo o non velo, burka o non burka, eppure si cerca di risolverlo con una polarizzazione: sì oppure no. È ovvio che nessuna donna vorrebbe portare il burka. Ma mentre la maggioranza di noi è consapevole di questa imposizione, altre donne potrebbero non percepirla allo stesso modo. E per convincere loro, ma soprattutto per convincere chi impone quell’obbligo, non basta semplicemente vietare o consentire: è necessario un cambiamento culturale. D’altra parte, capire quale sia libera scelta è veramente difficile. Rosalind Gill ci ha spiegato che anche la sovraesposizione del corpo da parte delle donne, l’uso eccessivo della chirurgia plastica e l’auto-sessualizzazione non possano essere liquidati semplicemente come libere scelte, ignorando il contesto culturale e le pressioni sociali che le producono.

La vicenda del gioielliere, invece, è forse più complicata che complessa, perché richiede soprattutto conoscenze giuridiche. Si dovrebbe discutere di questi temi con un po’ di umiltà, quando non si possiedono quelle competenze. Una vicenda con risvolti etici, giuridici e sociali non dovrebbe comunque ridursi a un semplice sì o no.

A volte la complessità non la comprende neanche un’oncologa che si ritrova a dire che le creme solari farebbero male perché una statistica dice che le persone che hanno avuto tumori della pelle usavano di più le creme solari. Ma in realtà l’aumento di tumori in chi usa più crema solare è spesso un paradosso dovuto al fatto che le persone più a rischio per genotipo o fototipo le utilizzano di più. Ma il paradosso è anche dovuto al fatto che, soprattutto chi ha la pelle chiara, mette la crema ma si espone a lungo e non la riapplica dopo un po’ di tempo come invece dovrebbe fare.

È ugualmente necessaria la complessità delle competenze statistiche per evitare di dire che la casa è più pericolosa dei luoghi di lavoro perché gli incidenti domestici sono numericamente superiori agli incidenti sul lavoro. I dati statistici non sono assoluti, ma vanno relazionati alle relative popolazioni, sia per caratteristiche che per numero. Altrimenti, arriveremmo al paradosso di dire che il letto è pericoloso perché la maggior parte delle persone muore nel letto!

E quanta complessità è necessaria per comprendere il cambiamento climatico? 

Rifletterei anche sul fatto che le donne che fanno body shaming su Meloni in costume da bagno non sono certo femministe, come qualcuno sostiene, e che quasi tutti gli uomini fanno body shaming su quasi tutte le donne. Ma pare che sia troppo complicato o complesso da comprendere.

La necessità di confrontarsi con la complessità aumenta con i media digitali che richiedono di orientarsi tra informazioni, interpretazioni e presunte verità. Quando a fine anni Novanta si cominciò a diffondere l’uso di Internet, la sua particolarità pareva straordinaria; ci sembrava che noi utenti non saremmo stati più fruitori passivi della comunicazione, perché il rapporto sarebbe diventato circolare, ma non avremmo mai immaginato che ciò avrebbe portato a un tale abbassamento del livello della comunicazione. Prima lo spazio della rete si è ristretto e concentrato (ricordate il tempo in cui si navigava davvero? Si partiva da un sito e non si sapeva dove si sarebbe andati a finire). Poi sono arrivati gli algoritmi che ci suggeriscono, o forse sarebbe meglio dire decidono, dove dobbiamo andare, e poi la polarizzazione, le fake news, le bolle informative.

Adesso viviamo il grande incubo dell’intelligenza artificiale che, come ogni tecnologia e come ogni media, potrebbe esserci di grande aiuto se venisse utilizzata insieme alla nostra intelligenza naturale e non come suo sostituto.
Perché nessuna tecnologia è democratica per natura, così come nessuna tecnologia è, sempre per natura, antidemocratica. È importante invece come viene governata e gestita e che chi la usa abbia una bella dotazione di spirito critico e che sappia vivere nella complessità. La cosa più terribile che ho visto in rete in questi giorni è il video, ovviamente finto, del generale che, durante una festa, parla con Elly Schlein, quasi corteggiandola, mentre lei appare in un atteggiamento di accettazione e gratificazione. Comprendere la complessità potrebbe aiutare.

E ci sarebbe stato bisogno di complessità, negli ultimi quindici anni, per comprendere che la bufala del gender era soprattutto rivolta a favorire il backlash contro le donne. Ce lo sta dimostrando, con grande chiarezza, il tema, così discusso in questi giorni, del patriarcato mediterraneo, entrato nel programma del generale. Dalla negazione dell’esistenza del patriarcato siamo arrivati al punto in cui c’è chi lo auspica apertamente. E ancora ce ne vuole, di complessità, per comprendere perché quest’ultimo in pochi tempi abbia ottenuto una tale visibilità. Chi lo finanzia? Chi contribuisce a costruirne il successo? E perché?
In questo caso leggere la complessità consiste nel capire che la maggioranza degli uomini, nonostante neghi l’esistenza del patriarcato, lo desidera ancora più violento.

Non ridiamoci su troppo. Si fa presto a sdoganare qualcosa: oggi ci si ride sopra, domani diventa normale, dopodomani persino desiderabile e accettabile.
Vivere nella complessità non significa rinunciare ad avere delle idee, a prendere posizione o a scegliere, ma significa semplicemente sapere che, prima delle risposte, esistono le domande. Che prima degli slogan esistono i fatti. E che, tra una causa e un effetto, c’è un intreccio di interessi, condizioni, responsabilità e conseguenze che non possiamo ignorare solo perché sarebbe più comodo scegliere una delle due caselle disponibili.
Il problema non è neanche semplificare. Semplificare è necessario: altrimenti non potremmo spiegare, comunicare, decidere. Il problema è semplificare fino a banalizzare o addirittura falsificare. Trasformare una realtà complessa in uno slogan, una persona in un’etichetta, un fenomeno in un colpevole, una domanda in una risposta già pronta.
Forse oggi la vera forma di ribellione è proprio questa: fermarsi un attimo prima di condividere, prima di indignarsi, prima di scegliere da che parte stare. Chiedersi se sappiamo davvero di cosa stiamo parlando. Cercare quello che manca, non soltanto quello che conferma ciò che pensiamo già, perché la complessità non ci chiede di essere neutrali, ma di essere più consapevoli; in un mondo che ci vuole veloci, arrabbiati/e, schierati/e e possibilmente prevedibili, forse pensare davvero è diventato un piccolo atto rivoluzionario.

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Patricia del Cármen Verdugo Aguirre, coraggiosa giornalista cilena ripercorre l’impegno della cronista, segnato dall’assassinio del padre, contro i crimini del regime di Pinochet. La sua vicenda mostra come il giornalismo d’inchiesta e la memoria storica siano fondamentali per la giustizia e la democrazia.

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Delia, la donna di Ostuni illustra la straordinaria scoperta del fossile “Ostuni 1”, una giovane gestante vissuta 28.000 anni fa e sepolta con un ricco corredo rituale. Il reperto testimonia la centralità simbolica della figura femminile e della maternità nel Paleolitico.
Dalla plastica nascono “i fior” traccia la storia di Tupperware e del suo successo globale grazie ai celebri party casalinghi, che per generazioni di donne rappresentarono anche un’inaspettata occasione di socialità, autonomia e riscatto economico.

Pelli, fili e tessuti. Vulcani e pidocchi analizza l’origine dell’abbigliamento umano e mostra come la creazione dei primi abiti abbia aiutato la nostra specie ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a migrare con successo.
Ricordo di Paola Giannetti, fisica rende omaggio alla ricercatrice dell’Infn scomparsa nel 2026, ripercorrendone la brillante carriera internazionale e il contributo alla fisica delle particelle e alla scienza.

Anomalie montane. Fra cambiamento climatico e “città che arriva in montagna” denuncia i danni del riscaldamento globale e dell’overtourism sulle Alpi valdostane, auspicando un consumo più consapevole e rispettoso per proteggere l’ambiente montano. 

Film d’amore e d’anarchia presenta l’omonima retrospettiva cinematografica tenutasi al Nuovo Teatro Ateneo nel 2026, mostrando come il cinema italiano al femminile sappia intrecciare amore, memoria e ribellione sociale nella ricerca di libertà delle donne. 

Concludiamo con Pesche al miso, una ricetta estiva che abbina la dolcezza delle pesche arrosto alla sapidità umami dello shiro miso e dello sciroppo d’acero, in un raffinato gioco di contrasti tra sapori e temperature. 

Buone letture a tutte e tutti! 

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Articolo di Donatella Caione

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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