Vogliamo la guerra totale? Il numero 6/2026 di Limes. Parte seconda 

Anche in questo volume estivo Limes presenta una serie di approfondimenti provenienti da persone appartenenti a nazioni diverse con punti di vista differenti, utili a comprendere la complessità del periodo che stiamo attraversando.
Onde d’urto, la seconda parte del numero 6/2026 di Limes approfondisce le reazioni dei diversi Stati al riarmo tedesco. L’asse franco-tedesco dell’Ue è ormai finito; la Nato è un guscio vuoto dopo il terremoto della rielezione di Trump. La Francia, di fronte all’instabilità politica del governo tedesco e alla scarsissima popolarità del Cancelliere Merz, si sta riarmando, ma continua a puntare sulla deterrenza nucleare, mentre la Germania sta concentrando tutto sullo spazio e sulle armi convenzionali. Prima che la voglia di atomica seduca la Germania, occorrerebbe europeizzare l’ombrello francese, come ricorda Agnese Rossi in La nuova era atomica sdogana la bomba tedesca. Che cosa farà a questo riguardo il nostro Paese? 

Armi nucleari nel mondo Fonte: Sipri Yearbook 2026

Sicuramente Il riarmo tedesco non conviene all’Italia, come scrive il generale Maurizio Boni in un articolo molto critico nei confronti della Strategia militare tedesca, secondo cui è convinzione della Germania che la Russia si presti ad attaccare la Nato nel 2039 e secondo alcuni generali addirittura nel 2029: «La Germania vuole essere il nodo di coordinamento dell’architettura di sicurezza euroatlantica, il raccordo tra Ovest ed Est del continente, il riferimento militare principale per gli alleati europei in assenza di una piena presenza americana». Nel Documento germanico non c’è una pagina che affronti il tema del dialogo, perché il nemico è identificato nella Russia. Inoltre la modifica della Legge fondamentale (costituzione) tedesca del marzo 2025 esclude in larga misura le spese per la difesa dalla Schuldenbremse, il freno costituzionale al debito introdotto nel 2009, creando uno spazio fiscale potenzialmente illimitato per il finanziamento del riarmo. Nonostante il dissenso e le resistenze degli ambienti universitari e l’opposizione di molti giovani alla reintroduzione della leva obbligatoria, ormai la Germania è dominata dal militarismo, che si può riconoscere anche dal fatto che sei dei dieci dipartimenti principali del ministero della Difesa sono ora guidati da personale militare, una novità rispetto al tradizionale equilibrio a favore dei funzionari civili. 
Come ricorda Boni: «Germania e Polonia condividono una russofobia strutturale, frutto di storia, geopolitica e memoria collettiva, che orienta la loro politica di difesa verso l’obiettivo di massimizzare le capacità di contrasto militare alla Russia lungo il confine orientale della Nato. Non si tratta di una valutazione morale, ma di una descrizione oggettiva di dinamiche profonde. La conseguenza è una politica di difesa che include ipotesi escalative dagli esiti incerti, tali da compromettere la sicurezza non solo della Russia ma anche dei paesi dell’Alleanza che ipocritamente si dichiara di voler tutelare, Italia compresa». L’Italia secondo Boni non deve lasciarsi coinvolgere nelle logiche competitive tra Berlino e Varsavia perché la loro prospettiva non risponde agli interessi nazionali italiani. Il suo interesse vitale è per il fianco Sud dell’Europa e della Nato, quello mediterraneo, africano e mediorientale, «dove si giocano le partite energetiche, migratorie e commerciali di primario rilievo per la nostra economia e per la nostra sicurezza». Sentire parlare in modo così sensato un militare non sembra vero, quando tanti politici e politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno da tempo sdoganato la guerra con una leggerezza che fa paura. 
In questa parte della rivista apprendiamo anche dell’esistenza di alcune truppe olandesi poste da tempo al seguito dell’esercito tedesco, della Svezia che si sogna leader del Baltico a Berlino in funzione antirussa, del sostegno del Regno al riarmo, anche se con una certa cautela nei confronti della Germania, e della Cina che sta approfittando dell’attuale situazione per intensificare la penetrazione in Europa «a suon di investimenti e soft power (Cuscito)». 

Investimenti cinesi nell’Ue 2020- 2025. Carta di Laura Canali 2026 

Ma indubbiamente la parte più interessante della rivista è la terza: Berlino-Mosca, giochi di guerra. Credo che tutte e tutti dovrebbero leggere le interviste di questo numero per comprendere il punto di vista delle persone intervistate, due tedeschi, un americano e un russo. In Dobbiamo prepararci alla guerra con la Russia senza spaventare l’Europa a esplicitare la visione tedesca è Carlo Masala, autore del libro Se la Russia invade l’Occidente, esperto di affari militari e professore di relazioni internazionali all’università della Bundeswehr di Monaco. Di diverso avviso il viceammiraglio Kai-Achim Schonbach, già ispettore della Marina della Rft. In La Russia non è il nemico della Germania. Accanto a queste interviste si pone quella con Dimitrij Trenin, Presidente del Russian International Affairs Council (Riac) La Germania nucleare è la linea rossa di Mosca, che illustra il punto di vista russo, così lontano dalle narrazioni occidentali e per certi versi comprensibile. 
Per un quadro esaustivo dell’evoluzione dei rapporti tra Russia e Germania si segnala l’approfondimento dell’esperta di Russia Orietta Moscatelli Come la Russia ha perso la Germania, che inizia così: «In geopolitica le rotture più amare sono tra chi si è cercato e amato a lungo. Per il Cremlino il rapporto con la Germania appartiene a questa categoria: un secolo e mezzo di intese folgoranti e abbandoni dolorosi, di patti capaci di ridisegnare il continente e di tradimenti forieri di tragedie. Oggi quella relazione è di nuovo a terra…». Chiude la terza parte un approfondimento di Luca Iori, ricercatore di Storia greca all’Università di Parma, su Le trappole dell’analogia, uno sguardo illuminante su come il nostro ragionar per somiglianze tra avvenimenti di diversa epoca storica sia spesso foriero di errori. 
Una carrellata di articoli quella del numero 6/26 di Limes che come sempre invita a considerare i punti di vista di tutti i soggetti coinvolti, questa volta appellandosi a una frase di Carlo Rovelli, contenuta in Helgoland (Milano, 2020, Adelphi) in cui lo scienziato descrive il luogo in cui nasce la fisica quantistica: «Non esiste un modo di vedere la realtà che non dipenda da una prospettiva. Non c’è un punto di vista assoluto, universale». 
Da qui bisogna partire per non cadere nella trappola di fissare in stereotipi e pregiudizi i soggetti dell’attuale disordine mondiale, differenziandosi dall’atteggiamento dei media, sdraiati sulla cronaca quotidiana e poco inclini a spiegare la complessità che descrivono, e purtroppo anche da quello di tanti decisori politici. Senza dimenticare mai l’articolo 11 della nostra Costituzione e la capacità di mettersi nei panni degli altri e delle altre per capirsi davvero e per diventare operatori e operatrici di pace. 

In copertina: particolare dalla copertina di Limes, di Laura Canali. 

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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