È la mattina del 27 aprile 1898. A Bari l’aria tra i vicoli del centro storico si fa sempre più pesante e disperata. La condanna della miseria continua a portare con sé le conseguenze più tragiche sulla popolazione. A far saltare il banco è l’ennesimo rincaro del prezzo della farina e del pane, uno degli alimenti fino ad allora più accessibili ed essenziali per il proletariato urbano e cittadino. Una scintilla si accende a Piazza Mercantile, innescata da una popolana dal volto segnato e dal corpo consumato da una vita di stenti e rinunce. Nasce così la rivolta del pane, punto di scoppio di una crisi stratificata, in cui le dinamiche geopolitiche internazionali, le scellerate politiche fiscali del Regno d’Italia e le insanabili spaccature sociali del tessuto urbano barese si saldarono in un unico cortocircuito.
La rabbia divampata a Bari nella primavera del 1898 è una finestra sulla complessa architettura economica in cui il neonato Regno d’Italia si trovava intrappolato. I moti della farina non furono confinati al solo territorio barese: fu una tempesta che travolse il Paese nella sua interezza, unendo in un unico lamento le barricate di Milano, le proteste in Romagna, in Toscana e le sommosse del Mezzogiorno. Uno stato di disagio, dunque, molto grave, dovuto anche a una politica estera penalizzante. Una delle ferite più profonde dell’economia meridionale di fine secolo risaliva alla scelta del governo italiano di adottare, nel 1887, una politica marcatamente protezionistica. Altissimi dazi sulle merci estere furono applicati, scatenando una “guerra doganale” con la Francia, storica partner commerciale del Mezzogiorno. Il Nord trovò giovamento di tale protezionismo, funzionale a tutelare le nascenti industrie manifatturiere. Al contrario, il Sud subì un crollo immediato delle esportazioni di vino, di olio d’oliva e di agrumi verso i mercati d’oltralpe, causando una crisi dell’agricoltura pugliese. Tra le conseguenze ci furono campagne con produzioni invendute e aziende agricole che si ritrovarono costrette a tagliare salari e la manodopera bracciantile (ossatura della classe lavoratrice locale).
Tale fragilità fu accentuata ulteriormente tra il 1897 e il 1898, quando scoppiò la guerra di indipendenza a Cuba tra Spagna e Stati Uniti. Il conflitto nei Caraibi provocò un immediato cortocircuito sui mercati cerealicoli mondiali. Gli Stati Uniti rappresentavano, infatti, la principale fonte d’importazione del frumento per l’Europa continentale. I costi dei noli e delle assicurazioni marittime per il trasporto dei bastimenti attraverso l’Atlantico schizzarono alle stelle. Il prezzo del frumento subì così un’impennata su tutto il mercato mondiale: in Italia, il costo di un quintale di grano passò rapidamente da circa 22 a oltre 33 lire, una cifra insostenibile per i ceti più bassi.
Lo Stato italiano e gli amministratori locali continuarono a far gravare il bilancio pubblico su una tassazione regressiva, che colpiva i consumi primari invece delle ricchezze o dei patrimoni fondiari. Uno degli strumenti fiscali era proprio il dazio di consumo riscosso ai varchi daziari di ogni città. Ogni chilogrammo di farina o di pane che varcava le mura urbane era infatti sottoposto a una gabella che ne faceva lievitare il prezzo finale. In molte città del Sud, l’incasso dei dazi era la voce principale delle entrate comunali, per coprire i debiti degli enti locali o per finanziare le grandi opere pubbliche borghesi. L’aumento del costo della materia prima si sommò al peso inamovibile della tassa daziaria: il prezzo del pane aumentò così oltre il 50% nel giro di poche settimane. Per una famiglia proletaria di Bari, che destinava anche il 70-80% del proprio misero reddito al solo acquisto del cibo di sussistenza, tale impennata significava una cosa sola: la fame nera.
L’ombra della miseria minacciava il quartiere di Bari Vecchia. Nel Regno d’Italia di fine Ottocento, la sopravvivenza delle classi popolari si basava sul misero guadagno giornaliero, utilizzato per comprare l’unica fonte di sostentamento possibile, il pane. Quando la farina divenne merce rara dai costi proibitivi, a pagare il prezzo più alto furono le donne, costrette a gestire l’economia domestica, a fare i conti in prima persona con la mancanza di cibo e a patire il lamento e l’angoscia dei figli e delle figlie affamate. Il fuoco della protesta iniziava ad ardere nei luoghi del mercato e della spesa quotidiana. Una spinta viscerale e condivisa.
La mattina del 27 aprile 1898, a Piazza Mercantile, quella rabbia latente trovò la voce di una donna. Tra le tante popolane ammassate nel tentativo di comprare la farina, c’era Anna Quintavalle, ventitreenne cresciuta dalla durezza della vita di strada e nota come Iannina La Mosche (soprannome legato ai segni del vaiolo sul suo viso) e poi passata alla storia come la Portappanère. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’invito sarcastico da parte di una venditrice ad accontentarsi della crusca o degli scarti di macinatura visto che il grano era diventato affare per soli ricchi. In quel momento la donna non ne poté più e reagì: afferrò un drappo rosso elevandolo a bandiera e chiamò a raccolta le altre popolane. In poche ore, attorno a quel drappo improvvisato si aggregò un corteo di centinaia di persone, iniziando una delle più imponenti rivolte sociali che Bari avesse vissuto dall’Unità d’Italia.
Da qui i/le manifestanti si diressero prima al comando dei vigili urbani, in Piazza Ferrarese, e successivamente, con un gruppo oramai molto numeroso, verso il Comune. Da qui si affacciò il sindaco dell’epoca, Giuseppe Re David, tentando di calmare gli animi: per tutta risposta fu agguantato da alcuni cittadini e cittadine inferocite che erano riuscite a entrare negli uffici municipali. Fu necessario perfino l’intervento della cavalleria, a seguito del lancio di alcuni mobili e tentativi di appiccare il fuoco. La protesta non generò alcuno spargimento di sangue, al contrario di quanto accadde a Molfetta e a Minervino Murge a maggio. Nei giorni successivi, sbarcarono a Bari circa quattro mila soldati, che spensero qualsiasi miccia insurrezionale.
A distanza di oltre un secolo, la figura di Anna Quintavalle sta finalmente emergendo dall’ombra della storiografia ufficiale per restituire dignità alle pagine di storia sociale scritta dai ceti subalterni. Anna fu la voce di una Bari periferica e indigente che pretese di non essere invisibile di fronte ai soprusi di una tassazione iniqua e all’indifferenza delle istituzioni dell’epoca.
Questa fondamentale operazione di memoria storica ha trovato un impulso pratico con la promozione di una raccolta firme guidata da Michele Fanelli, sostenuta dall’associazione Acli Dalfino, per chiedere al Comune l’intitolazione di una strada cittadina alla Portapannère.
In copertina: dettaglio di Piazza Mercantile a Bari.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
