Sebben che siamo donne, paura non abbiamo 

Il nuovo libro di Serena DandiniPaura non abbiamo (Einaudi, 2026) non solo è bellissimo, ma, avvincente come e più di un romanzo, per il suo contenuto tanto ricco di idee e sollecitazioni non dovrebbe mancare fra le letture di ogni donna. 

Mi spingo ad affermare che biblioteche comunali e scolastiche, docenti, studenti, giornaliste/i ne dovrebbero far tesoro vuoi per conoscere personaggi e storie nuove, vuoi per ricordare figure imprescindibili per la società e la vita politica italiana. Se ne sta parlando parecchio come di una summa dedicata alla madri costituenti, ma il volume è molto di più. Nei Titoli di coda, è vero, sono presenti in maniera sintetica tutte le 21 biografie delle parlamentari elette nel 1946, a cui seguono intense pagine di citazioni e di precise indicazioni bibliografiche, utilissime per approfondire e meglio comprendere alcuni passaggi. Fra l’altro, e non ci poteva sfuggire, a pagina 244 viene citata la nostra associazione Toponomastica femminile per la sua attività incessante e capillare per «restituire voce e visibilità a quante hanno migliorato la società in ogni campo» e, pur ribadendo che il più grande monumento rimane la nostra Costituzione (come affermava Teresa Mattei), «non sarebbe male se, per risvegliare la memoria assopita, potessimo passeggiare tra vie e viali che ricordano anche l’altra metà del cielo, che è stata a lungo oscurata». 

L’opera si apre con una bella prefazione della conduttrice televisiva e docente Michela Ponzani che racconta della sua amicizia con l’autrice e della loro sintonia, partendo dai ricordi e dalle esperienze personali che l’hanno condotta alla sua attuale professione di storica. Importante ― afferma fra l’altro ― è che le ragazze di oggi e di domani si liberino da «una condizione di destino segnato», imparando «a essere meno fragili emotivamente e meno esposte a ricatti emotivi»; le straordinarie donne di cui si sta per tracciare il percorso umano, professionale, politico ne sono la dimostrazione evidente.  

Si susseguono 18 capitoli, ognuno con un titoletto allusivo a una o più figure che ne sono protagoniste, a cominciare dalle parole che intitolano il volume, tratte dal canto di lotta delle mondine di fine Ottocento La Lega, ripreso poi durante battaglie sindacali, manifestazioni operaie e studentesche, cortei e proteste femministe: «Sebben che siamo donne/paura non abbiamo/abbiam delle belle buone lingue/e ben ci difendiamo». Dandini ricorda di averlo cantato «a squarciagola» con amiche e compagne, e molte di noi faranno altrettanto, ripescando nella propria memoria di universitarie o liceali degli anni Settanta. 
Sarebbe bello poter citare una per una le donne che rivivono in queste pagine, viste nei loro tratti più umani, con le loro debolezze e la loro forza, con il loro intrepido progredire seguendo un ideale condiviso, diventando, magari senza neppure accorgersene, dei simboli di libertà, coraggio, altruismo. Ma il panorama è troppo ampio, dato che si intrecciano storie, epoche, situazioni e non tutto l’immenso materiale ruota intorno a quelle 21 elette e alle 5 che entrarono nella commissione dei 75 estensori della carta costituzionale. Ma quante battaglie per una parola, per una minuscola aggiunta, per un aggettivo in più o in meno, che si sono rivelati determinanti e significativi: le vicende dell’articolo 3 la dicono lunga… (Capitolo quarto). 

Impossibile dimenticare la vita avventurosa di Adele Bei, così intensa da sembrare creata da una fervida fantasia: ragazza di campagna, espatriata, carcerata, confinata a Ventotene, resistente, con il marito deportato a Buchenwald e i figli lontani, di cui uno morto prematuramente, esponente del Pci, nel 1946 viene eletta e si batte sempre per le lavoratrici, diventando poi sindacalista in prima linea. 

Roma, percorso ciclo-pedonale Adele Bei

Una «donna moderna» la definì Enrico Berlinguer celebrandola al momento della scomparsa. Ma anche Teresa Noce non è da meno, con i suoi viaggi rischiosi, i cambi di connotati, i travestimenti, il lager di Ravensbrück dove riesce a organizzare una piccola, ma significativa, forma di sabotaggio. 
Pagine brillanti rievocano la «biondissima» Bianca Bianchi e la «ragazza di Montecitorio» Teresa Mattei, Lina Merlin e il lungo iter della sua legge innovativa per chiudere le case di tolleranza, l’elegante baronessa e le cattoliche, donne di origine tanto diversa, di diversa cultura e formazione, di idee talvolta contrastanti, ma unite negli intenti, trattate con sussiego e superficialità da parecchi colleghi e dalla stampa, più attenta ai loro abitini, alla capigliatura, agli accessori che ai loro cervelli e al loro percorso attraverso il lavoro, gli studi, la carriera, la Resistenza. 
Emblematico sarà l’iniziale ostracismo verso il legame fra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti: anche il Pci, bandiera del progresso, sul privato si rivela assai conservatore e tradizionalista; la sorte riservata dai “compagni” a Rita Montagnana, fra le fondatrici dell’Udi, parla da sola. 
Mentre si affrontano episodi perfino curiosi e legittime battaglie, emergono problematiche significative: i lontani scioperi delle piscinine, la mancata equità nelle retribuzioni (non ancora raggiunta dopo 80 anni da quel 1946), la violenza in famiglia, le nozze riparatrici, il diverso trattamento nel caso di adulterio, figlie e figli fuori dal matrimonio, guardati con sospetto dall’opinione pubblica (i casi di Stefania Sandrelli e della cantante Mina allontanata dalla Rai), il sospirato accesso alle carriere in magistratura (fortemente voluto dalla battagliera Rosa Oliva). 
Mentre la società cambia e l’Italia si trasforma, anche le leggi si adeguano, grazie alla spinta femminile; pensiamo in particolare al divorzio e alla regolamentazione dell’aborto, firmata nel 1978 dalla ministra della Salute Tina Anselmi, cattolica praticante, ma pure autenticamente democratica, convinta della laicità dello Stato. 

Torino, giardino Tina Anselmi

E qui è d’obbligo citare Emma Bonino, «un’altra Madre della patria» che va inserita «nel pantheon ideale di questo libro» e «sarebbe stata un’ottima presidente della Repubblica». 
Oltre alla politica e ai necessari interventi per modernizzare il Paese, l’autrice ricorda personaggi che forse alle giovani generazioni dicono poco (ecco perché un ripasso fa sempre bene); per esempio, quando il regime fascista riportò indietro le donne e le chiuse in casa come mogli e madri prolifiche, alcune sfuggivano alle regole con fantasia, fra queste le sorelle Bollito, dattilografe eccezionali, con la loro copisteria torinese. Mentre le milizie naziste si volevano appropriare del nostro patrimonio artistico, due donne lottavano per ostacolarle: Palma Bucarelli a Roma e Fernanda Wittgens a Milano. 

Enza Sampò

Quando la televisione in bianco e nero era agli albori, le figure femminili erano manichini muti, ma qualcuna trovò gli spazi per emergere: Elda Lanza, Bianca Maria Piccinino ed Enza Sampò, donne colte, intelligenti, emancipate che aprirono la strada a tutte quelle successive, Dandini compresa, come afferma con sincerità. 
Non poteva poi mancare il ricordo di giornaliste e intellettuali, da Alba de Céspedes a Miriam Mafai, da Anna Garofalo a Carla Lonzi, attente alle questioni femminili e paladine dell’uguaglianza.  

Dalla parte delle bambine
Elena Gianini Belotti
Feltrinelli, 1973
pp. 196
Immagine utilizzata a scopo illustrativo per recensione e critica ai sensi dell’art. 70 L. 633/41. 

L’ultimo capitolo, Le donne diventano persone, chiude il volume partendo da un libro uscito con successo nel 1974: Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, che affronta il tema dell’educazione e la diversità di trattamento fra maschi e femmine. All’epoca persino lo stupro era considerato una offesa alla morale e al buon costume; se poi la ragazza era una prostituta, o “non illibata” o “senza marito”, il reato era meno grave. Ci volle un caso clamoroso per mettere davanti agli occhi dell’opinione pubblica la questione nel modo più brutale: il cosiddetto massacro del Circeo i cui responsabili erano giovanotti benestanti e istruiti. Il dibattito si fece bollente, ma voci altrettanto forti si fecero sentire: da Dacia Maraini a Franca Rame, che visse su di sé un’esperienza terribile, fino all’impavida avvocata Tina Lagostena Bassi, che difese la sopravvissuta Donatella. Per cambiare una legge tanto retriva ci volle il coraggio della deputata messinese Angela Bottari, che dal 1977 provò a fare proposte, ma ci vorranno quasi venti anni per arrivare all’approvazione della legge n.66 firmata da due donne. È il 15 febbraio 1996: «quel giorno le donne diventano persone». Belle infine le parole di Bottari che riassumono pure il senso di quest’opera: «le rivolte individuali possono riuscire oppure no. Da sole non bastano. Serve sviluppare una relazione tra donne e trovare la forza di reagire insieme. Io non avrei fatto la strada che ho fatto se non avessi avuto compagne di viaggio. Il segreto è trovare delle compagne di viaggio». 

Serena Dandini
Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica
Einaudi, 2026
pp. 320

In copertina: Pistoia, Palazzo della Provincia, targa in ricordo delle due elette nel collegio Firenze-Pistoia. Foto di Laura Candiani.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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