Milena Jesenská. Lo sguardo di una donna sul mondo 

«Come si presentano i più grandi avvenimenti della Storia? In maniera inaspettata e improvvisa. Ma una volta accaduti, ci rendiamo conto di non essere sorpresi. Nelle persone c’è sempre una sorta di presentimento e consapevolezza di ciò che accadrà, soffocata però dalla ragione, dalla volontà, dai desideri, dalla paura, dalla frenesia quotidiana, dal lavoro. Non appena l’anima rimane nuda per un secondo e priva di tutto tranne che del suo sentire segreto, l’uomo all’improvviso si dice: “Lo sapevo”». È l’incipit di un articolo a firma di Milena Jesenská pubblicato sulla rivista ceca Přítomnost il 22 marzo 1939, intitolato Praga, la mattina del 15 marzo 1939: è il giorno in cui la Wehrmacht occupa la Boemia e la Moravia, quale tappa intermedia del progetto espansionistico nazista che sarà fermato soltanto dopo cinque anni e otto mesi di guerra mondiale, la seconda, la più sanguinosa che la storia ricordi. 
Milena Jesenská non ha ancora quarantatré anni, è un’attivista politica e un’intellettuale che mette la propria penna al servizio della comunità, per informarla e renderla consapevole, grazie alla collaborazione con alcune riviste praghesi: dapprima, durante il soggiorno a Vienna, negli anni Venti, suoi contributi appaiono, tra gli altri, su Tribuna (settimanale e poi quotidiano con una pagina dedicata alle donne) e Pestrý týden (rivista illustrata di qualità); poi, dopo il ritorno a Praga, in particolare negli anni 1938 e 1939, Jesenská anima con altri intellettuali democratici il prestigioso periodico Přítomnost. 

La redazione di Pestrý týden ritratta dal disegnatore Vratislav Hugo Brunner: Milena Jesenská è la seconda da sinistra, al telefono 

Tra le due fasi dell’attività giornalistica di Milena Jesenská, che conta oltre quattrocento articoli scritti per una dozzina di riviste (soltanto in piccola parte tradotti in lingua italiana), un lungo intervallo segnato da dolorose vicende personali e familiari, elaborate e poi superate anche grazie all’impegno civile serrato che ne connota la maturità. 
Milena Jesenská nasce il 10 agosto 1896 a Praga, da Jan Jesenský e da Milena Hejzlarová; il padre è chirurgo dentale e docente presso l’Università Carolina, la madre, di salute cagionevole, muore quando la figlia ha sedici anni. Per volontà paterna, la giovane compie gli studi presso il Minerva, il primo liceo classico femminile dell’Europa centrale, e frequenta per un breve periodo la facoltà di medicina, optando poi per l’iscrizione al conservatorio, ma abbandona entrambi i corsi: è attratta dalla letteratura contemporanea, dalla vita culturale praghese, dalla possibilità di condurre un’esistenza libera e anticonformista secondo la propria inclinazione. 

Milena Jesenská lungo la Moldava, nel 1909, all’età di tredici anni (fotografia di autore ignoto) 

Frequenta il Caffè Arco di via Hybernská, ritrovo di artisti e letterati praghesi di lingua tedesca, e qui conosce Ernst Pollak, intellettuale e critico letterario ebreo, con il quale inizia una relazione: per impedirla, Jan Jesenský la fa rinchiudere per nove mesi nella clinica psichiatrica di Veleslavin con una diagnosi di “insania morale”. Nel 1918, appena diventata maggiorenne, Milena sposa Ernst e si trasferisce con lui a Vienna; il marito non ha occupazione stabile né può mantenerla, Jesenská svolge allora una serie di lavori differenti e precari: portabagagli alla stazione ferroviaria, insegnante privata di lingua ceca, corrispondente di testate praghesi, traduttrice da tedesco, inglese, francese, russo. 
È così che nel 1919 legge il racconto Il fuochista di Franz Kafka, lo contatta per ottenere il permesso di tradurlo in ceco (Kafka scriveva in tedesco); dopo che il 22 aprile 1920 il testo appare sul settimanale Kmen, tra i due inizia una corrispondenza intensa (oltre cento lettere di lui dall’aprile al novembre 1920), un amore a distanza non compiuto (si vedono soltanto due volte), un’affinità elettiva che porta lei a tradurre in modo impeccabile altri testi kafkiani e che la rende a lungo nota come “l’amica di Kafka”, prima che il suo nome si consolidi come quello di una brillante giornalista e di una scrittrice originale.  

Ritratto fotografico giovanile Milena Jesenská, databile all’inizio degli anni Venti (autore ignoto) 

Ed è così, anche, che nel 1920 inizia la carriera di Jesenská come giornalista: la giovane non scrive di cronaca, i suoi contributi sono sospesi tra osservazione esterna e mondo interiore; toccano grandi temi analizzati nel quadro della società del proprio tempo; descrivono squarci di paesaggi reali che risuonano con emozioni e sentimenti intimamente percepiti ed espressi con sensibilità. La sua prosa è lirica ed evocativa, ma sa essere anche arguta e spiritosa, la riflessione è a un tempo lieve e profonda; i testi di Milena sono, in ultima analisi, racconti visionari e metaforici nella cornice della narrativa giornalistica. 
In lingua italiana, un solo titolo: Qui non può trovarmi nessuno (Giometti & Antonello, 2018), a cura di Dorothea Rein con traduzione di Donatella Frediani, che presenta quarantuno articoli scelti nella produzione di Jesenská, cui si uniscono otto lettere su Franz Kafka a Max Brod, che permettono di ascoltare anche la voce di lei in quella celebre relazione. 
Ecco, allora, tra i testi, La finestra, in Národný Listy, 27 settembre 1921: «Avete mai visto il viso di un detenuto dietro le sbarre di una prigione? Un viso tagliato dalla croce delle sbarre. Capirete allora che sono le finestre, non le porte, ad aprirsi sulla libertà. Davanti alla finestra c’è il mondo. Un volto dietro una finestra munita di inferriata è più terribile di un uomo dietro una porta chiusa. Perché è nella finestra che sono riposte tutte le speranze di luce, tramonti, orizzonti; è nella finestra che risiedono desideri e aspirazioni. Dietro la porta non c’è che la realtà». Oppure Cuore in rodaggio (anche la descrizione di un viaggio), in Národní Listy, 23 ottobre 1923: «Questo sguardo dal finestrino, dritto, risoluto, uno sguardo che non coglie né i tetti né gli alberi né il cielo né le strade; questo sguardo fidato che, nei momenti d’angoscia, vola fuori, prima freccia all’arco della liberazione; che altro è, questo sguardo, se non il desiderio di fuggire nel mondo?», tranne, poi, la percezione dolorosa che «ci saranno sempre e soltanto casa tua e i paesi stranieri». 
Nel 1925 divorzia da Pollak e rientra a Praga, frequenta il circolo di intellettuali di avanguardia Devětsil e nel 1926 e 1927 dà alle stampe due raccolte di testi brevi — recensioni, elzeviri, articoli su temi di costume e cultura — : La via della semplicità e L’uomo fa l’abito

A sinistra, Milena Jesenská con il secondo marito Jaromír Krejcar, probabilmente nel 1927; a destra, Milena Jesenská con la figlia Jana, nel 1929 (fotografie di autore ignoto) 

A Praga nel 1927 si risposa con l’architetto razionalista Jaromír Krejcar; l’anno successivo, in estate, nasce la figlia Jana (chiamata in famiglia Honza). Inizia per Milena un periodo tormentato: la frattura a una gamba non guarisce e le provoca continuo dolore, rendendola dipendente dalla morfina, dalla quale si disintossicherà una decina di anni più tardi. Nel 1931 aderisce al partito comunista per poi allontanarsene, collabora con le riviste Svět práce Tvorba, traducendo per quest’ultima testi di Bertolt Brecht ed Elisabeth Hauptmann. Poi, la rinascita, l’infittirsi delle collaborazioni, in particolare con il periodico Přítomnost

Il rinnovato impegno civile e giornalistico di Milena Jesenská coincide con la politica prepotentemente espansionistica del Terzo Reich, di cui Jesenská è osservatrice privilegiata, dall’interno del paese, e consapevole, in ragione della propria avvedutezza politica. Cinque dei suoi contributi giornalistici apparsi su Přítomnost negli anni 1938 e 1939 si leggono nel volume In cerca della terra di nessuno (Castelvecchi, 2014), tradotti dalla lingua ceca da Chiara Rea.
L’Anschluss non ci sarà (1° giugno 1938) ben rappresenta il clima di sospetto e intimidazione nella Cecoslovacchia sull’orlo del baratro: l’isolamento di bambine e bambini di coppie miste; le minacce affinché le donne non acquistino merci nelle cooperative di consumo, considerate “marxiste”; l’incoraggiamento della delazione; l’obbligo di fare il saluto nazista; la pratica della diffamazione. Un «clima di rabbia, boicottaggio, terrore organizzato e paura, costanti istigazioni, difficili rapporti nelle fabbriche e nelle officine», nonostante il quale, tuttavia, l’autrice esprime la speranza, che la Cecoslovacchia non subirà lo stesso destino di annessione alla Germania dell’Austria. 

A sinistra, il frontespizio della rivista Pritomnost del 1° giugno 1938; a destra, la cittadina cecoslovacca di Plana, nella regione dei Sudeti, annessa alla Germania nell’ottobre 1938 e «nazificata nel giro di poche ore dal Trattato di Monaco» (John Phillips) 

Data al 27 luglio 1938 In cerca della terra di nessuno, doloroso e lucido reportage della fuga senza fine di cui sono involontarie protagoniste le persone appartenenti alla cosiddetta “razza ebraica”. Milena Jesenská testimonia l’impossibilità per “l’ebreo errante” di trovare rifugio e protezione: «Per quanto tempo un uomo esausto, avvilito e senza un soldo può andare in giro così prima che le guardie lo fermino? Forse lo fermeranno domani, forse dopodomani. E saranno costretti a rimandarlo indietro perché altrimenti, se da qualche parte venissero aperti i confini, comincerebbero ad arrivare schiere di persone ridotte in miseria. […] Un pacco postale deve essere consegnato nelle mani del mittente ma un pacco umano si posa davanti al confine e gli si dice: “Corri!”. E il pacco umano fa qualche passo da solo finché la prima guardia che capita non lo cattura». 

Fotografia di Milena Jesenská scattata durante la detenzione, probabilmente in occasione del trasferimento a Ravensbrück, nel 1940 

Spaccato di tre giorni (28 settembre 1938) è la cronaca in soggettiva di mercoledì 21, giovedì 22 e venerdì 23 settembre 1938, pochi giorni dopo la Conferenza di Monaco. 
Una settimana esatta dopo l’invasione, il 22 marzo 1939, esce Praga, la mattina del 15 marzo 1939, con cui questa biografia si apre, che presenta notazioni di profonda amarezza. 
Sulla lucidità e su un gesto (29 marzo 1939) costituisce un ideale epilogo, un congedo dal proprio popolo, in risposta alle parole di disprezzo sull’incapacità della Cecoslovacchia di «compiere un gesto» attribuite a Benito Mussolini: «Dobbiamo stare tutti uniti e difendere la terra su cui camminiamo, la lingua che parliamo, la cultura che abbiamo creato, le canzoni che cantiamo. […] Siamo otto milioni: troppo pochi, davvero troppo pochi per un suicidio. Ma abbastanza per vivere». 

Jesenská si unisce alla Resistenza cecoslovacca, collabora con il foglio clandestino V Boj, assiste ebrei e antifascisti nell’espatrio; nel novembre 1939 è arrestata dalla Gestapo e incarcerata prima a Pankrak, poi a Dresda; nell’ottobre 1940 è deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, riservato alle donne e trasformato negli ultimi mesi di guerra in campo di sterminio. Qui conosce Margarete Buber-Neumann, che sopravviverà al lager e a lei dedicherà la bella biografia Milena. L’amica di Kafka, apparsa per la prima volta nel 1977. Nell’estate 1943 si ammala gravemente ai reni; le sue condizioni peggiorano progressivamente, fino alla morte, avvenuta il 17 maggio 1944, nel campo di concentramento. 

Praga, Kouřimská 6, ove visse Milena Jesenská e ove è posta la pietra d’inciampo che le è dedicata 

La Stolperstein, la pietra d’inciampo, in memoria di Milena Jesenská si trova in Kouřimská 6 a Praga. 

In copertina: illustrazione di Valeria Cáceres.

Qui il link alle traduzioni in spagnolo, francese e inglese.

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Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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