I volti e le visioni di Laura Conti. Un racconto per immagini

Illustrare la storia di Laura Conti è stata una bella avventura, anzi, una vera e propria scoperta. Non la conoscevo approfonditamente e l’opportunità offertami da Maria Pia Ercolini per l’associazione Toponomastica femminile si è rivelata preziosa per addentrarmi nella vita di una delle figure più poliedriche del Novecento italiano. Conti è stata partigiana, scienziata, medica, scrittrice, politica ed ecologista: uno «spirito libero tra avanguardia e sguardo antico sul mondo», come la definisce la rivista Vitamine vaganti in occasione del centenario dalla sua nascita, ricordando anche la fondamentale biografia di Valeria Fieramonte, La via di Laura Conti: ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia, Milano, Enciclopedia delle donne, 2021. Conti rappresenta un patrimonio etico e culturale immenso, che merita di essere riscoperto e tramandato con la stessa cura con cui si custodisce la memoria. 

Per far risuonare la sua storia ho scelto lo strumento del kamishibai, il teatrino d’immagini della tradizione giapponese. Il kamishibai non è un semplice supporto per la lettura, ma un dispositivo performativo in cui la narrazione nasce dall’intersezione rigorosa tra gesto visivo, vocalità e regia dello spazio. Al centro vi è il butai, il teatrino in legno la cui apertura frontale delimita e isola l’illustrazione, mentre lo scorrimento manuale delle tavole impone una lentezza rituale e necessaria: rallenta i tempi frenetici a cui siamo abituate, creando uno spazio di sospensione dove la parola pronunciata e l’immagine disegnata ritrovano piena dignità e respiro. In questa sintesi tra il fronte illustrato e il retro testuale, la voce e lo sguardo si fondono in un unico atto collettivo. Ma perché scegliere di praticare e affidarsi a una tecnica antica, artigianale e analogica come il teatro di carta in piena era digitale? Nell’attualità dominata dalla smaterializzazione degli schermi, dalla velocità algoritmica e dalla frammentazione ipermediale, il kamishibai agisce come un radicale rallentamento etico ed estetico. Il teatrino in legno impone una presenza fisica, uno spazio circoscritto di attenzione condivisa in cui lo sguardo di chi osserva torna a radunarsi attorno a un fuoco narrativo comune. È una modalità che restituisce valore alla lettura ad alta voce, un atto d’amore e di condivisione fondamentale non solo per le bambine e i bambini, ma anche per le persone adulte. Leggere ad alta voce significa fermarsi, ascoltare, educare lo sguardo e l’empatia; significa tessere un filo invisibile tra chi narra e chi accoglie la storia.
Da questo spazio di incontro prende vita il progetto dedicato a Laura Conti. Il lavoro affonda le sue radici in un rigoroso percorso di ricerca preliminare e di approfondimento critico sviluppato anche attraverso gli articoli precedentemente pubblicati su Vitamine vaganti:
Laura Conti. Partigiana, scienziata, scrittrice, politica ed ecologista
Laura Conti, uno spirito libero tra avanguardia e sguardo antico sul mondo

Più che una trasposizione illustrata, quest’opera è il frutto di un intenso processo a quattro mani che ho condiviso con Pasqua Taronna. La nostra storia comune è una trama profonda che parte da lontano: radicata in un’amicizia estiva nata in riva al mare, ha attraversato vent’anni di corsi di formazione frequentati gomito a gomito, per poi intrecciarsi ulteriormente quando ci siamo ritrovate a condividere la stessa sede lavorativa al Liceo artistico e coreutico “De Nittis-Pascali” di Bari. Da lì il percorso è proseguito con la naturale adesione condivisa agli ideali di Toponomastica femminile e si è nutrito incessantemente di letture scambiate, passioni letterarie e visioni critiche. Questo legame così intimo e simbiotico rende impossibile stabilire chi sia nata prima tra la parola e il segno, in un dialogo in cui la scrittura e l’immagine si sono compenetrate passo dopo passo, sostenendosi a vicenda in ogni singola tavola. 
Le mie illustrazioni sono state realizzate interamente in digitale con il fortissimo intento di simulare un lavoro di disegno e coloritura fatto con le matite colorate, con particolari a monotipia o ad acquerello.
Il testo di Taronna è asciutto, consapevole, onirico e intriso di spunti di riflessione; il racconto, adatto a un pubblico esteso, narra ciò che, a volte, nelle illustrazioni non c’è; allo stesso modo non spiega, in maniera didascalica, ciò che è rappresentato nelle tavole. 
La narrazione visiva del progetto si sviluppa attraverso un espediente grafico e stilistico ben preciso, che si ritrova costantemente in ogni tavola: una trama costruita con un tratteggio fitto e irregolare e la presenza di un riquadro, una finestra. Ho immaginato di illustrare la vita di Laura Conti come se fossimo spettatrici e spettatori affacciati sul paesaggio della sua memoria. Man mano che la storia procede, questi rettangoli diventano sempre più grandi: il nostro sguardo, discreto, prima lontano e quasi in attesa, viene guidato all’interno della scena fino a diventare protagonista, spingendoci a entrare piano piano nelle immagini. I riquadri, inoltre, si collocano in spazi diversi all’interno della pagina. Questa scelta dinamica dona movimento e restituisce la sensazione di una pallina che, sbattendo contro il margine, prende forza ed energia per trovare e tracciare nuove traiettorie. È la parabola stessa della vita di Laura Conti: una spinta continua verso direzioni inedite e inattese.

Il viaggio si apre con la prima e la seconda tavola, dedicate all’infanzia e all’inizio del suo percorso di formazione. Qui rappresento uno scorcio del treno che l’ha portata a Milano e un particolare di una stanza piena di libri. Data l’assenza di foto d’epoca di quel periodo, ho scelto di non inventare un volto ma di rappresentarla di spalle nella prima tavola e con il capo inclinato nella seconda. In entrambe fa la sua comparsa un gatto: Laura Conti amava profondamente questi animali e ho immaginato che questo legame viscerale fosse nato già nei suoi primi anni di vita. 

La terza tavola affronta una delle pagine più buie ma rivelatrici della sua vita: la prigionia nel campo di transito di Bolzano. Il punto di riferimento visivo nasce da una lettera scritta ai suoi genitori, in cui compare una forma simile a una casa. Nonostante la reclusione, riuscì a mantenere i contatti con l’esterno; la sua immensa tenacia e la forza d’animo la aiutarono a superare quell’esperienza traumatica, temprandone il carattere. 
Con la quarta tavola ci addentriamo nella scelta degli studi e nella passione scientifica. In un’epoca in cui la scienza e la ricerca erano settori pressoché inaccessibili per le donne, Laura Conti trae ispirazione dalle pioniere del settore. La tavola la colloca all’interno di un ipotetico museo di quadri e fotografie, in cui campeggia un’emblematica immagine di Maria Salomea Skłodowska Curie, simbolo di tutte le donne temerarie che hanno aperto una strada nel mondo della ricerca scientifica.

 

La quinta tavola esplora la sua carriera medica. Laura Conti è stata una professionista versatile, pioniera in campi allora complessi come la pediatria e sempre pronta ad affrontare nuove frontiere sanitarie e sociali. Dal punto di vista grafico, quest’opera presenta la particolarità più evidente dell’intero ciclo: Laura Conti è l’unica a essere ritratta con ricchezza di particolari mentre le figure attorno a lei sono appena abbozzate. Un espediente stilistico studiato per rimetterla visivamente al centro della sua storia e consacrarla come indiscussa protagonista. 
La sesta tavola, dedicata al disastro ecologico di Seveso del 1976, è invece una tavola silenziosa. In questo spazio Laura Conti non compare fisicamente. Trattandosi della matrice del suo impegno ambientalista, la sua presenza è stata concepita come “osmotica”: la sua figura avvolge l’intera vicenda, avendo curato in prima persona gli aspetti medici, etici, culturali e politici di quella crisi. È grazie alla sua spinta e alle sue denunce che si giunse alla storica “Legge Seveso” sulle industrie a rischio e alle prime deroghe sull’aborto terapeutico a tutela delle donne esposte alla diossina. Il paesaggio è frammentato come la linea della vita delle abitatrici e degli abitanti della zona, è deserto per gridare la sofferenza di tutte e tutti coloro che hanno perso la propria dignità e salute, è rosso come la rabbia, la sfiducia e l’impotenza provate dalla popolazione, è rosso per raccontare il profondo dolore narrato nel libro Una lepre con la faccia di bambina. La tavola è silenziosa solo apparentemente perché ci costringe a farci delle domande, a chiederci il perché degli eventi, a porci interrogativi sulle scelte politiche, etiche e culturali, la tavola e il testo correlato ci invitano a rapportare quel tremendo disastro con la storia, la nostra storia di oggi. 

La dimensione dell’impegno civile e politico prosegue nella tavola successiva, dove Laura viene rappresentata come autrice, saggista e figura di riferimento nei movimenti. Una pioniera della democrazia che ha saputo impiegare la scrittura e la mobilitazione di piazza per rendere libere e consapevoli le scelte delle cittadine e dei cittadini, dando voce e forma al dissenso.
L’ultima tavola chiude il ciclo con il ritratto di una Laura Conti anziana e matura. È un’immagine intrisa di serenità e consapevolezza: la figura di una donna consapevole delle sue innumerevoli conquiste, ma soprattutto conscia dei tantissimi semi che ha saputo piantare e diffondere nell’ambiente e nella società — dalla medicina all’ecologia, dalla politica alla scrittura — e che continuano, ancora oggi, a germogliare.

In copertina: particolare di una tavola di Carmela Linda Leuzzi.

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Articolo di Carmela Linda Leuzzi

Docente di Sostegno al Liceo Artistico e Coreutico, ama trasformare le parole in illustrazioni e i sogni in racconti. Curiosa lettrice e sperimentatrice artistica, dedica ogni giorno le sue energie alla costante voglia di imparare anche insegnando.

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