Qualche settimana fa Giuseppe Conte ha scritto una lettera aperta lanciandosi in una critica alla cultura woke, o meglio in un ridimensionamento di quanto in questi anni ha costituito, a mio avviso, l’unico elemento positivo e interessante sul piano politico e della consapevolezza di ciò che deve costituire il dna di chiunque si sforzi di lavorare per una società equa: un’attenzione alle minoranze, tema storicamente sacrificato nel dibattito politico italiano ed escluso dalle campagne elettorali.
Al netto di alcune posizioni fondamentaliste, delle estremizzazioni, della cancel culture pure richiamata nella lettera e a cui si può serenamente contrapporre un equilibrato approccio alla storia, una lettura laica e realista fondata su una contestualizzazione di scelte o culture passate che oggi possono essere considerate semplicemente superate e affrontate con strumenti più adeguati, la cosiddetta cultura woke costituisce il risultato di un rafforzamento soprattutto del lavoro di movimenti come quello femminista e della comunità Lgbtqa+ che con enormi difficoltà ha per certi versi imposto un’agenda politica in modo straordinariamente nonviolento, rovesciando un modello patriarcale che ha seminato violenza e che oggi emerge in modo debordante un po’ ovunque con tutte le sue contraddizioni.
Ho l’impressione che infatti, alla lunga, la lettera aperta di cui sopra abbia rivelato l’imbarazzo in una classe politica come quella italiana che non riesce a maneggiare determinati temi con disinvoltura ma li subisce perché di fatto è intimamente lontana e allergica a certe scelte e perché il populismo è un ambito più semplice nel quale sguazzare imbastendo un confronto soprattutto in una società dove si comunica con l’accetta attraverso i social.
Col passare del tempo e con l’ascesa al governo nazionale della destra abbiamo assistito al lancio in avanscoperta di personaggi che hanno militarmente contrapposto al tema della difesa dei diritti delle minoranze un rigurgito di intolleranza fondato sulla presunta rivendicazione della libertà di offendere chiunque. Il tutto reso plasticamente attraverso il motto “non si può più dire niente” che a furia di ripeterlo ossessivamente ha fatto breccia nel dibattito pubblico e ha finito per mettere sulla difensiva chi con un po’ di coraggio aveva inserito nell’agenda politica — sia pure in modo magari confuso — anzitutto (ma non solo) la promozione dei diritti delle donne ma anche delle persone omosessuali o di quelle immigrate. E allora ci si è convinti che guardare la violenza contro le donne fin dai comportamenti quotidiani o dal modo di fare satira o di nominare le persone fosse un’esagerazione. Poche personalità politiche sono riuscite ad attirare odio mediatico come Boldrini per aver osato promuovere il linguaggio non discriminatorio, apparentemente innocuo e irrilevante ma sorprendentemente in grado di scatenare una rabbia inaudita.
Ma il woke è concetto più ampio e nasce in risposta a episodi di violenza nei confronti di persone afroamericane e non coincide col politicamente corretto che pure è una tensione verso il rispetto per il resto della società, quella storicamente oggetto di derisione, è un istinto di eguaglianza che non può e non deve essere posto in contrapposizione con altri obiettivi di carattere economico e sociale. E invece oggi è diventato un insulto in piena regola.
Il rapporto tra immigrazione, sicurezza e magistratura è un altro ambito su cui sarebbe interessante capire cosa propone chi guarda al woke con diffidenza: dobbiamo forse lasciare che ministri della Repubblica teorizzino di candidare nelle proprie liste gente che spara alle spalle chi commette un reato? Da quale parte dobbiamo stare quando un povero Cristo non italiano viene picchiato a morte per strada? Quale sarebbe il posizionamento da tenere rispetto a certe questioni che riguardano la vita di ogni giorno e il rapporto tra poteri dello Stato?
Tornando al tema dei diritti delle donne, sono anni che in tutto il mondo si sta discutendo di consenso a ogni livello, dall’educazione nelle scuole fino alla riforma dell’art. 609 bis c.p. sulla violenza sessuale.
Per la prima la riforma Valditara che ha imposto l’autorizzazione dei genitori aumenterà lo squilibrio tra chi ha e chi non ha strumenti per imparare cosa significhi rispetto; per la seconda, una parte politica ha colto la convenienza di bloccare una legge sulla violenza sessuale sul presupposto che per qualcuno servirebbe il consenso scritto. Quando si critica il woke ci si riferisce anche a questo? Giusto per capire di cosa stiamo parlando.
E in questo processo di regressione generale, è stato semplice guadagnare uno spazio più a destra attraverso la promozione esplicita di punti fermi fondati su un machismo che da alcuni anni veniva vissuto almeno con senso di colpa e che oggi trova un momento di nuovo vigore piuttosto spudorato: come l’immagine di un uomo compresso negli scomodi vestiti da matrimonio che torna a casa e si slaccia la cintura per poter dare sfogo a ogni istinto represso.
Così questa critica al woke mi ha ricordato la freddezza dei partiti tradizionali sul divorzio e sulle grandi conquiste che hanno ridisegnato la società scardinandola dall’interno, quando non si coglieva che i problemi nascevano e si alimentavano nel silenzio delle famiglie, in cucina o a letto perché era lì che si consumava ogni scelta politica vera e intima su cui la politica arrivò come sempre in ritardo. Quel mondo raccontato in C’è ancora domani che quando si lanciano sconsideratamente alcune affermazioni forse qualcuno dimentica che c’è il rischio di riportare in vita e che in verità dalle tragedie che continuano ad affiorare è ancora vivo e vegeto: occorre solo capire come dobbiamo fronteggiarlo.
Contro le stime delle Nazioni Unite che ci parlano di 50mila donne uccise ogni anno di cui il 60% per mano di partner o parenti si teorizza che non c’è una differenza di sesso e che anche le donne uccidono gli uomini e qualcuno finisce per credere pure a questo.
Basterebbe leggere e conoscere le singole storie per capire che hanno un tratto comune, un’impronta che si ripete sempre uguale: perché ti puoi chiamare Gisele Pelicot o Giulia Cecchettin ma la visione padronale della donna è la stessa un po’ ovunque.
Basterebbe frequentare qualche aula di tribunale o anche solo leggere gli illuminanti libri di Paola Di Nicola Travaglini che racconta che i processi per maltrattamenti o violenza sessuale nei confronti delle donne abbiano dinamiche ricattatorie molto simili a quelle imposte dall’ambiente mafioso.
Mentre l’ultimo caso terribile di Isceri ha solo alzato la soglia di abitudine alle modalità più truci attraverso cui manifestare la propria incapacità ad accettare un rifiuto, mi chiedo come dovremmo affrontare il futuro.
Non certo eliminando con un colpo di penna temi che sono qualificanti per chiunque si adoperi per un mondo meno diseguale e ingiusto.
Va bene tutto ma nessuno può cinicamente abbandonare un percorso così lungo e faticoso per un pugno di voti perché ho paura che il punto sia questo.
Mi piace chiudere con le parole di una grande donna che abbiamo perso in queste ore e che ricorderemo per le battaglie femministe e in favore dei diritti di qualunque minoranza nel mondo: «Cari maschi, per combattere la violenza contro le donne serve una vostra presa di responsabilità chiara, specifica, pubblica. È il momento di una vostra mobilitazione per dire basta». Ciao Emma.
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Dalla scuola ai territori, dalla memoria all’ambiente: diamo uno sguardo plurale sulle storie che possono cambiare il mondo attraverso il nuovo numero di Vitamine vaganti.
Un mondo migliore è possibile racconta l’incontro tra una professoressa e Lucrezia, studente brillante e critica nei confronti del nozionismo della scuola tradizionale. Un confronto che mette al centro il benessere delle e degli studenti, il valore delle relazioni e la possibilità di ripensare la scuola a partire dalle persone.
La “metamorfosi” della crisalide. Note, versi e cura tra i banchi di scuola presenta l’esperienza pedagogica e artistica di Patrizia D’Errico, tra il romanzo Il pianeta delle farfallee la produzione poetico-musicale dedicata all’infanzia.
Art. 33. L’articolo perfetto ripercorre la genesi e il valore democratico dell’articolo 33 della Costituzione, dedicato alla libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento. Un’analisi che ne sottolinea il ruolo fondamentale nella formazione del pensiero critico e nella difesa di una scuola laica e autonoma.
Xie Bingying. La voce indomabile della Rivoluzione Cinese ripercorre la vita dell’intellettuale e soldatessa cinese, pioniera del femminismo e della letteratura di guerra, celebrando la figura di una donna che ha fatto della scrittura e dell’azione un’incessante battaglia per l’emancipazione e la libertà.
In Le ribelli del Sud. L’iniziazione, l’ingresso delle donne nelle bande brigantesche viene descritto come un vero e proprio rito di passaggio, fatto di gesti concreti attraverso i quali veniva cancellata la loro identità femminile tradizionale. Un processo dettato da esigenze pratiche di sopravvivenza e di esercizio del potere, ma anche dalla necessità di un’assimilazione simbolica e strategica all’interno del gruppo.
Dentro il Castello di Gioia del Colle ricostruisce la storia architettonica della rocca pugliese, dalle origini bizantine all’importante ristrutturazione voluta da Federico II di Svevia. Il testo intreccia l’evoluzione del monumento con la drammatica vicenda e la leggenda di Bianca Lancia, amante e poi sposa dell’imperatore, imprigionata per gelosia nella torre del castello e divenuta simbolo di sofferenza e ribellione contro il potere patriarcale.
Nel Doveroso omaggio a Grazia Deledda in occasione del duplice anniversario, l’autrice riflette sull’eredità e sulla scarsa celebrazione della Nobel sarda, a cent’anni dal conferimento del premio e novanta dalla morte. Attraverso le iniziative di studiosi e la mostra dedicata ai mobili del suo studio romano, allestita a Nuoro, l’articolo rivendica la grandezza, la modernità e l’indipendenza di una figura centrale della nostra letteratura.
Progettare città sostenibili e attente alle persone propone un’intervista a Chiara Belingardi sull’urbanistica femminista e intersezionale e sulla progettazione di spazi più inclusivi, giusti e orientati alla cura.
Centro Stoico. La fotografia che ricorda un tempo possibile presenta il progetto di Giuseppe Formiglio nel borgo irpino di Oscata, dove grandi ritratti fotografici sulle case trasformano la memoria degli abitanti in una forma di resistenza allo spopolamento.
Salita al Taou Blanc da Pont Valsavarenche racconta un’impegnativa escursione a partire da Pont, attraversando il Piano del Nivolet e il Colle del Leynir fino alla vetta del Taou Blanc.
Riflettiamo sull’importanza ecologica degli abissi marini a partire dal saggio di Roberto Danovaro in Profondo blu. Il testo denuncia i rischi legati all’estrazione mineraria nei fondali e al loro sfruttamento economico, evidenziando la necessità di porre limiti etici e politici per proteggere ecosistemi fragili ma cruciali per il pianeta.
Si continua a parlare di mare con Gli stretti indispensabili. Il numero 7/2026 di Limes che analizza l’importanza strategica dei canali e dei “colli di bottiglia” marittimi per il commercio mondiale e per l’Italia. Attraverso la disamina dei contributi del fascicolo, l’articolo evidenzia la crisi della potenza marittima americana, il ruolo delle nuove tecnologie, come i droni, e l’instabilità geopolitica in snodi cruciali quali il Mediterraneo, il Mar Rosso e il Golfo Persico.
La convivialità nell’antica Grecia. Tavole imbandite, sissizi e simposi approfondisce il ruolo del mangiare e del bere insieme come rito sociale fondamentale nella Grecia antica. Dalle raffinate conversazioni maschili dei simposi aristocratici alle austere mense comunitarie spartane, i sissizi, fino ai banchetti rituali delle Tesmoforie riservati alle donne, il testo evidenzia come la convivialità fosse un potente strumento di coesione, identità e alleanza politica.
Concludiamo con La ragazza A, la recensione dell’omonimo romanzo di formazione e indagine psicologica firmato da Abigail Dean. Ispirato a reali fatti di cronaca sulle violenze domestiche, il testo ne analizza le dolorose conseguenze sulle persone sopravvissute, elogiando la delicata empatia dell’autrice nel raccontare i diversi percorsi di elaborazione del trauma e di riscatto emotivo dei suoi personaggi.
Il 10 settembre 2026 Denise, la figlia di Lea Garofalo, è morta in un letto d’ospedale dopo quattro giorni di agonia: si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano del palazzo in cui abitava ad Ariccia. Due vite spezzate a soli 35 anni, nella stessa disperata ricerca di libertà dalla mafia. Ricordiamo e raccontiamo Denise e Lea, affinché ciò che è successo scuota le coscienze di quanti non fanno abbastanza per contrastare la criminalità organizzata, e di chi dovrebbe garantire alle vittime — e ai loro figli — il diritto alla vita.
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Articolo di Sergio Tatarano

Avvocato e assessore comunale si è sempre impegnato per la promozione dei diritti individuali e delle libertà; ha promosso l’adozione del linguaggio non sessista in ambito amministrativo nonché le intitolazioni femminili di parchi. Ha pubblicato il saggio giuridico Fine vita: ragioni giuridiche a sostegno di una legge ed è uscito nel 2025, per Key editore, Il cognome materno.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
