Alla redazione di Limes piace giocare con le parole. Questa volta ci è riuscita particolarmente bene, associando alla locuzione comune della lingua italiana che indica qualcosa di essenziale — di cui quindi non si può fare a meno — la descrizione di quei “colli di bottiglia” su cui da tempo la rivista riflette per la loro importanza strategica, soprattutto per il nostro Paese. Una volta di più occorre ribadire l’importanza della geografia, da sempre cenerentola della scuola italiana, per capire il mondo in cui viviamo. Lo ricorda sempre il Giga, Gruppo di Insegnanti di Geografia Autorganizzati.
Speriamo che i prossimi o le prossime Ministre di quella che spero si nominerà ancora “Pubblica istruzione“ se ne rendano finalmente conto, anche se con l’ormai cronico ritardo culturale a cui ci hanno abituato le nostre classi politiche.

Carta di Laura Canali 2026
Il conflitto iraniano in cui si sono infilati gli Stati Uniti d’America su sollecitazione del delirio di onnipotenza israeliano — e da cui non riescono più a uscire — ha messo in luce la fragilità e indispensabilità dei piccoli choke points che connettono mari e oceani e che sono indispensabili per il commercio e la prosperità mondiali. Per l’Italia, Paese dotato di scarse materie prime e grande esportatore, l’apertura di questi canali di sbocco e approvvigionamento è cruciale. Purtroppo la questione degli Stretti esula dal dibattito politico e pubblico, impegnato in campagne di fango contro giornalisti vittime di attentati e in altre amenità di fine estate.

Carta di Laura Canali 2026
Nella prima parte del numero, Medioceania in bilico, si affrontano le tensioni attuali degli stretti del Mediterraneo: da Gibilterra a Suez e da lì gli stretti di Bab al-Mandab e Hormuz. Apre questa sezione un intervento di Seth Cropsey, fondatore e presidente dello Yorktown Institute, già ufficiale di Marina e vice sottosegretario della U.S. Navy, che auspica una collaborazione della cantieristica navale italiana con gli Usa, un tempo massima potenza marittima e oggi Una talassocrazia priva di navi, descritta in modo magistrale da Federico Petroni. Il coordinatore didattico della Scuola di Limes ricorda che alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano un migliaio di navi da guerra; nel 1989 ancora seicento circa e oggi solo 292, molte delle quali vecchie. La Marina può essere considerata come il simbolo della sovraestensione americana, che ha estenuato la sua economia; in questi quarant’anni le aree del pianeta che richiedono una presenza costante sono 18 ma le navi Usa in mare sono 49 e, non meno grave, è il settore dei sottomarini nucleari; quello dei cantieri navali, poi, è stato praticamente azzerato a tutto vantaggio della Cina. Si stima che la capacità cantieristica cinese sia almeno duecento volte quella americana.
I cantieri navali — scrive Petroni — sono spariti per una precisa scelta politica fatta all’inizio degli anni Ottanta da Ronald Reagan, che abolì i due sussidi federali che li tenevano in vita, in nome dell’ideologia libertarian secondo cui l’intervento statale era da considerare il male e il mercato un sovrano assoluto. Gli Stati Uniti sono oggi colpiti da una patologia definita da Seth Cropsey in un libro con lo stesso titolo seablindness, cecità marittima. In preda a un delirio di smaterializzazione, hanno smantellato la fonte della loro potenza.

Fonte: Un Trade and Development
Tornando al tema di questo volume, gli Stretti, è da segnalare il contributo di Niccolò Bianchini In morte dei mari liberi che, partendo dal manga da cui è stata tratta una serie, One piece, ci spiega come le grandi potenze stiano correndo ai ripari con droni e dati per relativizzarne la centralità. E come ci stiano riuscendo potenziando le loro capacità di attacco. Scrive Bianchini: «Gli stretti restano cruciali, ma proprio l’evoluzione tecnologica e geopolitica che li ha resi centrali inizia a eroderne il primato. Con l’irruzione dei droni e dell’intelligenza artificiale (Ai) sul campo di battaglia, la territorializzazione degli spazi marittimi e l’emergere di nuovi colli di bottiglia invisibili – sistemi finanziari, semiconduttori, software logistico – la profondità strategica che un tempo garantiva sicurezza si assottiglia. Ogni centro nevralgico diventa potenzialmente attaccabile, spesso a costi ridicoli rispetto al valore che può distruggere». Una lettura illuminante.

In questa parte del volume si segnalano i contributi di Mario Giro sull’Eritrea e dintorni, quello di Emily Tasinato sugli houthi e sulle loro capacità militari per interdire o quantomeno compromettere in modo significativo il traffico marittimo lungo Bāb al-Mandab e quello di Sara Cosatti e Federico Donelli, che mettono in luce come la sicurezza marittima nel Mar Rosso «non possa essere compresa separatamente dalle dinamiche politiche e militari che riguardano le aree terrestri circostanti». Interessantissima l’analisi di Lavinia Bertoldi sulla convergenza di interessi — fino a poco tempo fa impensabile — tra houti yemeniti e jihadisti somali, che mette a repentaglio la già fragile sovranità degli Stati costieri del Mar Rosso, amplificando la crisi di navigabilità delle due “giugulari marittime”: Bab- al-Mandab e Hormuz, Destini incrociati.

Carta di Laura Canali 2026
A dimostrare quanto la toponomastica sia un “rilevatore sociale e culturale” è l’approfondimento di Nicola Pedde, con cui si chiude la prima parte del volume. Scrive Pedde: «La competizione tra Iran e mondo arabo nel Golfo Persico è il prodotto sedimentato di strati storici diversi, che includono l’antica rivalità etno-culturale tra persiani e arabi, la frattura religiosa interna all’islam tra sciismo e sunnismo, l’eredità di confini e dispute territoriali lasciate irrisolte dal colonialismo britannico, infine la contrapposizione ideologica aperta dalla rivoluzione iraniana del 1979 tra un progetto rivoluzionario regionale e un ordine conservatore filo-occidentale. La disputa sul nome stesso del Golfo (Persico o Arabico n.d.r.), apparentemente simbolica, condensa in realtà tutte queste tensioni identitarie irrisolte».
In copertina: foto di Laura Canali 2026.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
