Bice Cairati, in arte Sveva Casati Modignani 

In una famiglia «modestissima» — la madre Emma, che la figlia ricorda «capricciosa e prepotente» è una casalinga; il padre, Achille, è un commerciante di vino, «dolce, gentile, affettuosissimo» — , a Milano, il 13 luglio del 1938 nasce Bice Cairati. È il padre a introdurla alla letteratura, infondendole l’amore per la materia attraverso la lettura dei grandi classici per l’infanzia: Gian Burrasca, Pinocchio, Les histoires du Petit Nicolas.

Sveva Casati Modignani da piccola, Fonte: L’ingrediente Perfetto, La7

«Quando tornava dal lavoro, mangiava, poi si metteva a letto — posacenere e sigaretta sul comodino — alzava il ginocchio, si metteva sul grembo un libro, fumava e cominciava a leggere. Prima che la mamma arrivasse a letto, e quindi mi cacciasse nella mia camera, io stavo vicino a lui e gli dicevo: “Papà, leggi ad alta voce!”; e lui leggeva». Un rituale serale che prosegue fino all’età di dieci-undici anni quando, ormai acquisita una piena padronanza della lettura e della scrittura, Bice comincia a cimentarsi in autonomia in entrambe le attività.
Il primo banco di prova è il mensile parrocchiale, per il quale, in occasione del Natale, scrive una novella incentrata sulle vicende parallele di un bambino ricco — che morirà proprio il giorno della Natività — e di uno povero. Da questa prima esperienza apprende una lezione che farà da bussola a tutta la sua produzione letteraria: «La vita è troppo scarsa di lieti fini; dobbiamo aprire una finestra sulla speranza». E così sarà.

Maggiorenne, si iscrive all’Università per seguire il corso di lingue. Il percorso accademico, tuttavia, si interrompe presto: la famiglia versa in ristrettezze economiche e le poche risorse disponibili vengono investite interamente sull’istruzione dell’amato fratello Carlo, futuro docente di scienze e geografia. Costretta a rinunciare agli studi, la giovane inizia a lavorare come segretaria presso un agente di forniture per la produzione della birra. Due anni dopo, si trasferisce a Parigi per fare la ragazza alla pari. È proprio durante il soggiorno d’oltralpe che avviene il primo incontro con il giornalista Nullo Cantaroni: l’occasione è una festa a casa della contessa Huguette de Prunelé a cui lui partecipa come invitato e lei in veste di baby-sitter per sua figlia.

Prima di approdare alla narrativa, Bice lavora per un breve periodo come giornalista e, ancora prima, come impiegata presso la Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo. Qui fa la conoscenza di Nino Nutrizio, lo storico direttore del quotidiano milanese La Notte, con cui avvia una collaborazione a partire dal 1965. 

Per il giornale, intervista Joséphine Baker, Umberto II di Savoia, Mina, Wanda Osiris, Susanna Agnelli e Luchino Visconti. Poi, ancora, per il periodico Lo specchio, tiene la rubrica sulla cronaca mondana Il Naviglio e collabora con Il Milanese e L’Europeo. «Ma il giornalismo, scoprii, mi stava stretto. Detestavo che mi correggessero i pezzi. Una volta descrissi un vecchio che amoreggiava col suo quartino di vino, e trovai pubblicato che sorseggiava il quartino. Stravolgimento inaccettabile». 

Il debutto come romanziera arriva nel 1981, quando, insieme a Nullo Cantaroni — diventato suo marito un decennio prima — pubblica Anna dagli occhi verdi, un libro nato inizialmente come una raccolta di memorie. Il rapporto artistico-coniugale è critico, ma molto costruttivo: «I romanzi li ho scritti tutti io che, essendo donna, faccio; mentre mio marito, essendo uomo, criticava. Quindi finché ha potuto, interveniva sulle mie storie dicendomi: questo va bene, questo non va bene, questo te lo riscrivo io».
In quell’anno, su consiglio di Tiziano Barbieri Torriani, editore della Sperling & Kupfer, nasce anche Sveva Casati Modignani, il nom de plume con cui pubblicherà da lì in avanti.
Dopo l’uscita di altri due romanzi scritti a quattro mani — Il barone del 1982 e Saulina (Il vento del passato), con cui vince il Premio Selezione Bancarella — nel 1984 la vita della coppia viene stravolta dalla diagnosi di Parkinson del marito. Sarà l’inizio di un lungo e doloroso calvario che si protrarrà per vent’anni: «L’ho tenuto in casa fino alla fine, anche se i medici dicevano di non farlo. Avevo 3 badanti, ma voleva me. Ero io che dovevo fargli la barba, la doccia, imboccarlo. Lui mi guardava e mi diceva: “Bice, non mi farai mica questo?”. È morto, nel 2004, nel letto di casa sua, accudito. […] Anche quand’era malato gli leggevo i testi, che lui commentava e criticava. Lo fa persino ora che non c’è più. È un tale rompicoglioni che non riesco a scrollarmelo di dosso».

Sostenuta da Valentina, la sua Olivetti rosso fuoco, Sveva Casati Modignani riesce a pubblicare almeno un libro ogni anno, facendo di ognuno un best-seller. Nelle sue storie, per cui trae ispirazione dal mondo che la circonda, dall’attualità e dagli incontri, l’attenzione è focalizzata sulla complessità del mondo femminile: «Ripercorro gli ultimi decenni italiani attraverso figure femminili: operaie, mondine, borghesi, femministe… Le donne sono più sorprendenti e complesse degli uomini, piatti e lineari, sempre simili a loro stessi».
Solo per citarne alcune, c’è Malvina, la mamma forte e risoluta de Il gioco delle verità (2009), che riesce a liberarsi del marito cattolico integralista che le impone un matrimonio casto dal momento che lei non vuole avere figli; Alberta (Un amore di marito, 2011), che dà voce al risveglio interiore di una donna imprigionata nello stereotipo della «moglie devota»; Mariangela (La moglie magica, 2014), che incarna il dramma della violenza domestica e la forza del riscatto personale; e poi, ancora, Angelica (La vigna di Angelica, 2015), la personaggia divisa tra il peso della tradizione e la spinta all’emancipazione. Donne diverse, sfaccettate, in cui chi legge riesce a riconoscersi, traendo insegnamenti e spunti personali dalle loro storie: «Mi dicono che si riconoscono nelle situazioni familiari; alcune che leggere i miei romanzi le ha aiutate molto in momenti difficili, altre mi dicono: “Ma lo sa che avendo letto i suoi romanzi, ho capito tante cose e ho cominciato a riflettere?”».
E se, per via della prosa semplice e degli intrecci di sentimenti e vita reale, viene talvolta catalogata come autrice di «romanzetti rosa», Sveva Casati Modignani non se ne cura. D’altronde, «anche i libri di Čechov venivano definiti così; e comunque preferisco il termine “sentimentali”, perché parlo sì di sentimenti, ma non dimentico mai la rilevanza dei contesti sociali».
Né la rammarica la mancanza di grandi premi ufficiali, cui fa da contraltare un affetto di pubblico immenso — testimoniato dai dodici milioni di copie vendute e dalle traduzioni dei suoi romanzi in oltre venti lingue. Lei stessa ha affermato: «Le mie sono ciofeche e basta. Quasi ogni giorno ricevo una decina di lettere e dei regali: centrotavola fatti a mano, piantine, vasetti decorati. Quale scrittore viene circondato da tanto affetto? Io so bene di non scrivere dei capolavori letterari, però arrivo a tutti. Ci sono donne che mi confessano: “Mai aperto un libro prima di incontrare lei, da allora non ho smesso più”».

Ma proprio quest’anno, alla veneranda età di 87 anni, Sveva Casati Modignani ha inaugurato il suo palmarès istituzionale. Il 26 gennaio, infatti, durante la Festa della Lombardia, la giunta regionale ha insignito la scrittrice del Premio Rosa Camuna, intitolato allo Stile e alla Narrazione. Il riconoscimento si deve alla capacità dell’autrice di «coniugare passato e presente, tradizione e nuove abitudini, creando trame dove profumi di un passato che va scomparendo si uniscono agli aspetti più moderni della società contemporanea. Storie di emancipazione femminile, di mutamenti sociali all’interno delle famiglie e delle relazioni e dei rapporti sentimentali diversi da quello tra uomo e donna. […] Attraverso le sue pagine è riuscita a raggiungere e ispirare anche donne lontane dalla metropoli milanese, nascondendo in una trama sentimentale un’idea di emancipazione sociale e di genere».
Solo l’anno prima veniva pubblicato La domestica a ore, il suo quarantunesimo romanzo. 

Bice Cairati, in arte Sveva Casati Modignani, vive a Milano, nella casa che fu di sua nonna, lì dove i mobili, i muri, il legno che scricchiola di notte, le parlano ancora, raccontandole quello che non c’è più… e dove Valentina riposa, in attesa di essere battuta di nuovo. 

In copertina: Sveva Casati Modignani e Andrea Vitali. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Casati_Modignani_Vitali.jpg

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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