Ancora una volta seguiamo il percorso suggerito su La Lettura (allegato domenicale a Corriere della Sera, 26-7-2026) dalla mappa di Antonio Monteverdi e dall’articolo di Simone Innocenti che hanno indagato lungo la costa del mar Tirreno alla ricerca delle targhe apposte sulle abitazioni dove nacquero, vissero, lavorarono, morirono scrittrici e scrittori, ma noi arricchiremo queste informazioni, attingendo anche dalla odonomastica locale. In passato abbiamo rintracciato personaggi femminili di grande interesse sulla via Emilia (Vv n. 306), a Trieste (Vv n. 312), in Sicilia (Vv n. 337), in Svizzera (Vv n. 363), dovendo tuttavia rammaricarci per la scarsa memoria, a cui purtroppo siamo abituate: non solo il loro ricordo era quanto mai labile e mancavano segni tangibili della loro presenza, ma era pure evidente la disparità di trattamento fra uomini e donne.
Questo affascinante viaggio fra le spiagge versiliesi, le isole dell’Arcipelago Toscano, la costa livornese fino all’Argentario e all’entroterra del Monte Amiata non rappresenta un’eccezione, anzi, è una conferma: possibile che l’unica scrittrice, ricordata a Livorno con un murale in via Luigi Bosi 6, sia Mary Shelley? Nell’articolo Tra Versilia e Maremma il mare bagna gli scrittori si fanno i nomi di altre figure femminili di spicco nel panorama letterario che qui hanno soggiornato e di cui non si ha traccia; e proprio di queste e altre parleremo. Invece gli uomini citati in apposite targhe quanti sono? Quelle qui censite sono 23. Da notare però che i vuoti sono davvero tanti, per entrambi i generi, nonostante che questa area geografica, meta privilegiata di turismo balneare, sia stata fittamente abitata e frequentata fra Ottocento e Novecento da personaggi legati al mondo artistico: scultura, pittura, musica, cinema, teatro hanno affiancato generosamente l’ambito letterario.

L’itinerario procede lungo il Tirreno da nord verso sud, si inizia dunque da Marina di Massa: Anna Banti e Roberto Longhi decisero nel 1932 di acquistare una abitazione, detta La Turchina, in località Poveromo; in seguito la lasciarono perché ― ci informa Innocenti ― di fronte era sorta una sala da ballo, quindi la pace era finita; si trasferirono allora al Cencellino rosso, in via delle Foglie. Su Anna Banti ci sarebbe molto da scrivere per il suo peso letterario e culturale nel panorama novecentesco, che condivise con il marito, famoso critico e storico dell’arte, sposato nel 1924. Entrambi sono sepolti a Firenze nel Cimitero evangelico degli Allori (Vv n. 271). Abbiamo inoltre verificato che su Vv è presente in funzione del romanzo Noi credevamo (1967), ambientato nel Risorgimento, da cui fu tratto il notevole film diretto da Mario Martone. Si chiamava Lucia Lopresti, ma il nome non le piaceva, così scelse quello di una antenata da parte materna: «Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosito parecchio», raccontò in una intervista. Era nata a Firenze il 27 giugno 1895 e morì proprio in Versilia, a Ronchi di Massa, il 2 settembre 1985. Celebrata saggista, esperta d’arte, traduttrice dal francese e dall’inglese, era una vera specialista dei romanzi storici: Artemisia (1947) è uno dei suoi capolavori, ridotto per le scene teatrali con il titolo Corte Savella; altrettanto significativo La camicia bruciata (1973), avvincente viaggio in casa Medici, seguendo le vicende di Marguerite-Louise d’Orléans e Violante di Baviera.
Affrontò anche interessanti tematiche al femminile come nelle raccolte di racconti: Il coraggio delle donne (1940), Le monache cantano (1942), Le donne muoiono (1951) che comprende Lavinia fuggita (secondo il critico Cesare Garboli il più bel racconto del Novecento), La monaca di Sciangai (1957), e nel saggio Quando anche le donne si misero a dipingere (1982). Nel 1972 vinse il premio Bagutta, prima donna a riceverlo, e nel 1982 ottenne il premio Feltrinelli assegnato dall’Accademia dei Lincei; dal 1974 era stata nominata Cavaliera della Repubblica.

Nella pensione La Pergola, oggi sparita, hanno soggiornato fra i tanti intellettuali, la stessa Banti, ma pure Ingeborg Bachmann e Fleur Jaeggy su cui ci soffermiamo. Nata a Zurigo nel 1940, vive a Milano ed è cittadina italiana. È una intellettuale a tutto tondo, si potrebbe definire, perché si è occupata di molti settori dell’ambito letterario: drammaturga, romanziera, traduttrice, paroliera, editrice. Arrivata a Roma negli anni Sessanta, divenne cara amica di Bachmann a cui ha dedicato il libro più recente: Gli ultimi giorni di Ingeborg (2026). Dal 1968 suo marito fu il noto critico e letterato Roberto Calasso (1941-2021), proprietario della casa editrice Adelphi di cui Jaeggy è attualmente azionista e comproprietaria. A proposito dell’impegno avvincente come paroliera, ricordiamo la sua lunga e fruttuosa collaborazione con Franco Battiato, durata dal 1977 al 2014. Tanti i riconoscimenti ricevuti nella carriera di scrittrice, a cominciare dal successo del romanzo del 1989 I beati anni del castigo (premio Bagutta e premio Boccaccio Europa); premio Moravia per La paura del cielo; premio Donna città di Roma e premio Viareggio per Proleterka; premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa per Sono il fratello di XX, infine il Gran Premio Svizzero di letteratura nel 2025.
Marina di Massa fa parte del comune del capoluogo, Massa, dove sono ricordate nell’odonomastica solo 25 donne; l’unica che si può inserire tra le intellettuali è Maria Montessori, per il resto quasi tutte sante e madonne.
Arrivando a Forte dei Marmi occorre fare una pausa e soffermarsi sul breve, succoso scritto di Fabio Genovesi che, a pag. 35 di La Lettura, dopo aver ricordato in sintesi l’elenco sterminato di personalità che da queste parti hanno abitato, da Montale a Tabucchi, da Tobino a Carducci (nato a Valdicastello), afferma: «Eppure targhe commemorative quasi non ce ne sono. Non si saprebbe a cosa appenderle, dato che i luoghi dove quei grandi hanno vissuto e goduto non esistono più: le case basse, disegnate per sparire in mezzo al verde, abbattute negli anni per costruire villoni secondo le mutevoli ma sempre pessime tendenze del cattivo gusto. Niente conservato, niente rispettato». Aggiunge poi però che tutto sommato «va bene così» perché «è in questo modo che l’arte si rafforza e rigoglia, quand’è ignorata, trascurata, maltrattata». In Italia, a suo parere, è ciò che accade e in fondo le targhe rammentano i cimiteri, le lapidi, le cose morte. Posizione estrema e polemica, in gran parte condivisibile, ma noi toponomaste diciamo anche che ciò che non si vede non esiste, mentre, ad esempio, l’intitolazione di una bella strada o di un ameno giardino richiama la vita, l’operosità, il ruolo sociale, culturale, politico di una donna o di un uomo esemplare e costituisce un modello per le nuove generazioni. E a Forte dei Marmi, appunto, di presenze meritevoli ci sarebbe una lista lunghissima, in cui la parte femminile ha un piccolo ruolo. Sul lungomare si trovava la Pensione Alpemare, ora dimora privata, e Giorgio Giannelli, indagando per il suo Almanacco Versiliese, cita Natalia Ginzburg (Vv n. 134) fra quanti vi trascorsero piacevoli vacanze estive. Anna Banti, di nuovo, e Maria Luisa Spaziani (Vv n. 91) furono ospiti di Casa Fasola, in via Gioia 1; Alba de Cespedes (Vv n. 28 e 157) compose gran parte del romanzo Nessuno torna indietro all’Hotel Alcione, mentre in una abitazione che prendeva in affitto, poi abbattuta, scrisse i racconti usciti nel 1940 con il titolo Fuga.
Thomas Mann nel 1926 si trovava con la famiglia presso il Grand Hotel (ora c’è una piazza) quando fu fatto allontanare dal proprietario perché i figli avevano una strana tosse, così si spiega nell’articolo; invece è ancora in piedi, ma ha un altro nome, la pensione in via Torino dove scrisse Mario e il mago (1930), ambientato in questi luoghi. Sua figlia Elisabeth Veronika Mann Borgese (1918-2002) ha abitato in via Thomas Mann 4; la ricordiamo come scrittrice, traduttrice ed esperta di legislazione internazionale degli oceani; aveva sposato nel 1939 l’intellettuale Giuseppe Antonio Borgese, più anziano di 36 anni, da cui ebbe due figlie e che la lasciò vedova nel 1952. Assai deludente la situazione odonomastica locale che ricorda solo Sibilla Aleramo e l’attrice Maria Melato, a fronte di 134 uomini (!). Procedendo, a Viareggio troviamo in totale 32 donne, ma al solito sono per lo più sante, madonne, benefattrici; ci interessano piuttosto Oriana Fallaci (presente anche a Torre del Lago) e Luisa Petruni Cellai. Nata a Carrara nel 1927 e morta a Viareggio nel 1986, fu una stimata scrittrice e artista; alcune sue opere sono esposte nella Galleria d’Arte moderna e contemporanea “Lorenzo Viani” in piazza Mazzini. Si tratta di due dipinti: Spagna 1975 e Senza titolo, e di un bassorilievo in gesso su tavola del 1977 che raffigura di profilo Guglielmo Marconi.
In città, in via Zanardelli 70, visse la nota scrittrice britannica Ouida (Marie Louise de la Ramée); era nata il 1° gennaio 1839 nel Suffolk e morì proprio a Viareggio il 25 gennaio 1908. Si trasferì in Italia nel 1874 e visse in varie zone della Toscana: sia a Firenze che nei pressi di Scandicci, località che amò moltissimo; è sepolta nel cimitero inglese di Bagni di Lucca in una curiosa tomba a sarcofago. Lo pseudonimo deriva da una deformazione infantile del nome Louise e con quello firmò i suoi tanti romanzi, fra cui Sotto due bandiere, Falene, Pascarel, Una stazione invernale, e racconti per l’infanzia. Merita ricordare che fu una paladina dei diritti degli animali che talvolta diventarono i protagonisti delle sue storie, come Il cane delle Fiandre, che ha ispirato due film d’animazione giapponesi. Fu di idee assai anticonformiste e attenta alla condizione femminile, all’epoca marginale e oppressa dal patriarcato.

Una curiosità è data dal fatto che Luigi Pirandello, quando era in città, ospite di sua sorella in via Fratti, andasse a far visita, a Lido di Camaiore, all’attrice Marta Abba, sua musa ispiratrice e forse più che cara amica.
Non lontano, a Boccadarno, nei pressi di Marina di Pisa, Sibilla Aleramo e Dino Campana vissero per alcuni periodi del 1916 a Villa Alba in via Maiorca. Sul n. 123 di Vv si può trovare una ampia recensione dell’opera più nota di Aleramo: Una donna, scritta nel 1901 e pubblicata nel 1906; romanzo in gran parte autobiografico, rivoluzionario, composto da una anticipatrice che seppe vivere con coerenza la sua arte e i suoi amori.


Marina di Pisa e Tirrenia, località turistiche assai frequentate, fanno parte del comune di Pisa dove troviamo 45 intitolazioni femminili; le letterate sono Grazia Deledda, la giornalista russa Anna Politkovskaja, Oriana Fallaci e Maria Selvaggia Borghini. Prima di parlarne, ci piace menzionare il fatto che a Tirrenia sorsero i primi stabilimenti cinematografici italiani, fondati nel 1934 e attrezzati modernamente, chiamati Pisorno perché la cittadina è a metà strada fra Pisa e Livorno; poi furono denominati Cosmopolitan o Tirrenia Studios. Precedettero Cinecittà, nata nel 1937, ed ebbero grande successo almeno fino alla Seconda guerra mondiale, con la realizzazione di un’ottantina di film. In seguito una certa ripresa dell’attività avvenne negli anni Sessanta, ma poi furono definitivamente abbandonati. Questa storia serve per far presente che qui arrivavano attori, attrici, registi di fama, oltre a intellettuali, e spesso prendevano casa, come fece Sophia Loren con il marito Carlo Ponti, importante produttore. Nel 1987 gli edifici furono parzialmente riutilizzati come set per il film Good morning, Babilonia dei fratelli Taviani. Ma torniamo alla biografia di Maria Selvaggia Borghini. Chi era costei? Visse davvero tanto tempo fa e se ne è persa la memoria: era nata infatti nel 1656 a Pisa dove morì nel 1731. Fu una apprezzata poeta, ma fino dall’infanzia, dotata di precoce ingegno, fu avviata con il fratello a studi di vario genere: filosofia, logica, matematica, teologia, eloquenza, greco. Visse sempre nella sua città, senza sposarsi, ma intrecciò rapporti epistolari con i più bei nomi del tempo ed entrò in varie Accademie, secondo l’uso; in Arcadia si chiamò Filotima Innia. Frequentò tuttavia la corte fiorentina e divenne dama d’onore della granduchessa Vittoria Della Rovere. Una parte dei suoi componimenti poetici vide la luce quando era in vita, altri inediti ed epistole furono pubblicati postumi, come pure alcune traduzioni, invero assai scolastiche, da Tertulliano.
A Livorno, come abbiamo detto, troviamo l’unica traccia femminile di tutto il lungo percorso, peraltro non istituzionale trattandosi di un murale di D*Face; l’onore è riservato a Mary Shelley (1797-1851), degna senz’altro della fama conquistata con le sue opere immortali, ma altre colleghe non sarebbero da meno. Al marito Percy Bysshe Shelley la città ha dedicato addirittura un monumento, una via e una targa in via Venuti 23 dove vissero insieme nel 1819, ma Mary non viene citata. Dalla nostra ricerca relativa all’odonomastica, mentre risultano ricordate 8 sante, due mestieri declinati al femminile, alcune artiste e vari personaggi storici, specie in relazione alla Resistenza e alla Shoah, di letterate vere e proprie abbiamo individuato soltanto la livornese di origine greca Angelica Palli (1798-1875), che fu scrittrice e patriota, dalla vita avventurosa e piena di scelte controcorrente.

Pur non molto attinente al tema trattato, vale la pena segnalare una delle rare statue femminili sul territorio italiano: qui fu posta proprio davanti al mare, presso lo Scoglio della Regina, nel 2017, una scultura in bronzo: La bagnante di Sandro Chia, che raffigura una giovane nell’atto di saltare in acqua; spazzata via da una mareggiata nel 2023, è stata restaurata e tornata al suo posto, dove è molto ammirata e fotografata.
Castiglioncello, frazione di Rosignano Marittimo, è a pochi chilometri e non può sfuggirci la presenza negli anni Sessanta – Ottanta del Novecento di un bel gruppo di intellettuali e personaggi che gravitavano nell’orbita del cinema: Fellini, Mastroianni, Sordi, Zeffirelli; questo fu il set del celebre film Il sorpasso; qui e a Gabbro la cantante e scrittrice Nada Malanima ha ambientato il suo romanzo autobiografico Il mio cuore umano, divenuto film nel 2009.

Per molte estati vi ha soggiornato, ma lavorando intensamente, la più illustre e prolifica sceneggiatrice italiana, toscanissima, anche se nata, vissuta e morta a Roma: Suso Cecchi d’Amico (1914-2010). Nel 1988 l’Università di Bari le assegnò una laurea honoris causa in Lingue e Letterature straniere con la seguente motivazione: «La sua tecnica agguerrita e la sua vasta cultura sono state preziose nel lavoro letterario dei film. […] Ha rielaborato i soggetti originali con profondo intuito letterario e straordinario senso cinematografico». Nel 1994 a Venezia le venne attribuito il Leone d’oro alla carriera, una carriera che è impossibile sintetizzare se non con dei banali numeri: dal 1946 al 2005 ha sceneggiato oltre 100 film, dei quali molti capolavori, collaborando con De Sica, Blasetti, Visconti, Monicelli, Rosi, Maselli… Dal 1960 al 2006 per la tv ha scritto 13 fra miniserie e film (fra cui gli indimenticabili Pinocchio e Cuore di Comencini). Peccato che neppure l’odonomastica locale la ricordi, fra le 16 donne, di cui peraltro l’unica scrittrice è Grazia Deledda.
Andando oltre, arriviamo a Orbetello dove era nata nel 1927 Brunelda Danesi Bischi, conosciuta come “Vanna”, che visse in via Del Rosso 98; iniziò la carriera letteraria giovanissima come poeta con la raccolta Libro Chiuso, ma fu nota soprattutto come autrice di numerosi testi teatrali. Il suo dramma sacro La via di Emmaus fu messo in scena nel 1955 e premiato dall’allora patriarca di Venezia, poi papa Giovanni XXIII. Ha pubblicato anche racconti brevi e diversi romanzi: La torre saracena, La casa sul Corso, La casa sul porto, Roxana, una ragazza dell’est.

Dopo l’infanzia si era trasferita a Roma con i genitori e lì frequentò il Liceo Mamiani e l’università; ritornò poi a Orbetello grazie al matrimonio con il medico Galliano Bischi da cui ebbe due figlie e due figli. Qui organizzò un gruppo teatrale, “Oratorà”, con cui poté mettere in scena alcuni dei suoi lavori. È venuta a mancare l’8 marzo 2018.
A Orbetello la situazione odonomastica illustrata sul nostro sito è veramente malinconica: delle 8 donne, due sono sante, una è “Madonnella”, le altre figure ignote: Marta, Valentina, Margherita, donna Rosa (che sia quella della canzone di qualche anno fa?). Ancora un fatto curioso: sul Monte Argentario si ricorda con una piazza, e per le lettrici più giovani sarà una sorpresa, la regina Giuliana d’Olanda che aveva fatto costruire negli anni Sessanta la villa “L’elefante felice” a Porto Ercole e amava trascorrervi piacevoli momenti di riposo e svago, come pure sua figlia Beatrice. Nello stesso comune, a Porto Santo Stefano, Marguerite Yourcenar (Vv n. 40 e 282) ha abitato nella Casa Rossa dell’amico Arturo Osio, presso Cala Grande, e vi scrisse buona parte del suo capolavoro Memorie di Adriano. Ma naturalmente niente rimanda a una tanto illustre accademica di Francia.
Conclusa la panoramica, certo incompleta, possiamo dedurre ancora una volta che le amministrazioni locali, anche in Toscana, hanno la memoria corta; se molte abitazioni non ci sono più e non si possono apporre targhe, allora basterebbe intitolare parchi, giardini, vie, rotonde perché il ricordo è come un fiore: va coltivato.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
