Dorothy Drain. Un taxi per la guerra

«Cara Cenerentola, vorrei rompere il mio lungo silenzio con una richiesta di ammissione al Cantuccio del Focolare. In realtà, ora ho diciassette anni e tre quarti. L’ultima volta che ho scritto, mi ero dimenticata di ricordarlo». E ancora: «Qual è il tuo poeta preferito, Cenerentola? Il mio è ora Rupert Brooke. Possiedo l’edizione completa delle sue liriche, e un libro di memorie; amo alcuni suoi versi, in particolare il sonetto scritto nel 1914 intitolato I Morti. […] Ho letto proprio di recente Gli uomini preferiscono le bionde, e l’ho trovato molto arguto. Altre persone, però, sembrano avere opinioni diverse a riguardo. Qual è la tua, Cenerentola?».
C’è già tutta Dorothy Drain in questa Honour Letter (lettera di riconoscimento formale) indirizzata nientemeno che a Cinderella e pubblicata da The Sydney Mail l’8 giugno 1927 in una densa colonna alla pagina 52. La giovane, in effetti, non ha ancora compiuto diciotto anni (è nata a Mount Morgan, Queensland, Australia, il 16 agosto 1909); dichiara la propria ambivalente fascinazione per la guerra — tra richiamo della patria e rifiuto della violenza — attraverso la figura di Rupert Brooke, poeta inglese morto ventisettenne nella Grande Guerra; afferma una propensione istintiva per l’autonomia femminile grazie all’apprezzamento del romanzo di Anita Loos Gentlemen prefer blondes (1925), dal quale il film cult di Howard Hawks con Marylin Monroe e Jane Russell (1953).
In età adulta, qualche tempo più tardi (tra gli anni Quaranta e Sessanta), pur risiedendo stabilmente in Australia, Drain sarà corrispondente di guerra per The Australian Women’s Weekly, la rivista con target femminile di cui sarà anche, fino al pensionamento, direttrice, dimostrando intraprendenza e coraggio.
La scrittura giornalistica è di casa per Dorothy Simpson McGregor Drain: il padre David, di origine scozzese (la madre, Janet Barry, è invece di ascendenza irlandese), è stato collaboratore del periodico di Sydney The Bulletin durante la Prima guerra mondiale.

Dorothy Drain (in seconda fila, con gli occhiali) durante la frequenza del college, con alcune compagne
(fotografia di autore ignoto)

Dopo aver frequentato il Presbyterian Girls College a Toowoomba e aver conseguito il diploma, nel 1927 si impiega presso lo State Insurance Office di Brisbane e nella capitale del Queensland ottiene i primi incarichi come giornalista, per The Telegraph e The Courier-Mail. Nel 1936 si trasferisce a Sydney, la città più grande e popolosa dell’intero continente, e inizia a collaborare con The Sun.
La via è aperta: soltanto un anno dopo, nel 1937, Drain è assunta dalla Consolidated Press Ltd di Frank Packer, importante azienda di comunicazione australiana, e assegnata alla sezione femminile del Daily Telegraph, diretta da Alice Jackson. Ancora un anno, e nel 1938 passa all’Australian Women’s Weekly (che pure fa capo alla Consolidated Press Ltd): pubblicata da soli cinque anni, è la rivista femminile (allora settimanale) più diffusa in Australia, con una tiratura di oltre quattro volte superiore a quella della concorrente più vicina. Nell’aprile 1939 Jackson ne diviene direttrice, con una redazione costituita interamente da donne. La rivista supera ormai le quattrocentomila copie: per la pragmatica Drain, dunque, non è «molto utile guardare altrove»; e del resto, come donna, negli anni Trenta, «potevi fare l’infermiera o l’insegnante, oppure impiegarti in un ufficio. Io volevo fare qualcosa che mi apparisse drammatico e stimolante, e visto che non mi vedevo proprio a fare l’attrice… lavorare in un giornale mi sembrava stimolante», dirà più tardi, e in particolare lo sarà come inviata speciale in aree di guerra.

Dorothy Drain a Tokyo, nell’aprile 1946: la giornalista indossa la divisa di corrispondente di guerra e posa su un’autovettura militare accanto al collega australiano Massey Stanley

Il taglio alto della pagina 17 di Australian Women’s Weekly,
20 aprile 1946

Pochi anni più tardi, la reporter è in viaggio per il Giappone a bordo di una nave ospedale australiana: il 20 aprile, a pagina 17, esce il pezzo Questo è il Giappone occupato dalle nostre truppe. Risatine di adolescenti, fiori, macerie, povertà in una Kure devastata. La prosa di Drain unisce sense of humor e acuta capacità descrittiva, fornisce informazioni interessanti e comunica emozioni provate in prima persona (esemplare in proposito la percezione della propria alienità agli occhi delle geishe giapponesi: Drain è alta un metro e ottanta e veste abiti militari color cachi). Eccone uno stralcio: «Dopo alcuni giorni a Kure come prima donna corrispondente a visitare la British Commonwealth Occupation Force, ho ancora la sensazione che sorella Pat Foley, di Yeppoon, Queensland, crocerossina dello staff del 130° A.G.H. [Australian General Hospital], abbia già detto tutto: “Niente mi sorprenderebbe ora”, ha detto la sua prima notte a Eta Jima, quando un giapponese ha attraversato in bicicletta la sala mensa all’ora di cena». Dorothy Drain trascorre tre mesi in Giappone, documentando la presenza australiana presso la Forza di Occupazione del Commonwealth Britannico a Kure e l’inizio dei processi per crimini di guerra a Tokyo.

Quattro anni dopo, da Singapore, testimonia il coinvolgimento australiano nell’Emergenza malese, che oppone movimento indipendentista e forze armate del Commonwealth. Dopo aver ottenuto con sorprendente facilità un permesso per la Corea (nel giugno 1950 la Corea del Nord ha invaso la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti, scatenando la guerra), si reca a Taegu (Daegu), ove ha base uno squadrone della Royal Australian Air Force.
La storica Jeannine Baker, che ha avuto accesso alle carte private di Dorothy Drain, afferma che secondo la giornalista il fronte «non fosse un posto per nessuno, né uomo né donna»; a meno di un anno di distanza dall’esperienza in Corea, nella sua celebre rubrica d’opinione It Seems to Me – pubblicata dal 1947 al 1963 – l’inviata si dice convinta della «folle futilità della guerra» (18 luglio 1951). Il suo resoconto Dorothy Drain sorvola il campo di battaglia coreano, stampato il 7 ottobre 1950 da Australian Women’s Weekly alla pagina 15, racconta tuttavia di una fascinazione adrenalinica per le azioni belliche (in particolare dell’aviazione) e di un sentimento patriottico all’apparenza inscalfibile: «Un pomeriggio in Corea ho volato su un aereo da ricognizione lungo quasi tutto il fronte che le forze delle Nazioni Unite difendevano dai violenti attacchi nordcoreani. Ho visto i Mustang australiani piombare su bersagli nascosti in un villaggio, che – ho saputo in seguito –quel giorno era cambiato di mano due volte. Anche i caccia della Quinta Forza Aerea degli Stati Uniti e gli aerei della Marina attaccano gli obiettivi. Ho visto l’esplosione delle bombe, i lampi e le fiamme mentre i combattenti colpivano, e il fumo che si alzava dai villaggi incendiati che nascondevano basi di comando nemiche. Attraverso l’intercom potevo sentire tutti gli accenti degli Stati Uniti, da Brooklyn al Sud, che si mescolavano con i familiari accenti australiani, mentre aerei da ricognizione e jeep dotate di sistema radio indirizzavano i caccia verso i bersagli nemici, avvicinandosi alle linee tenute dalle truppe di terra delle Nazioni Unite».

«La nostra corrispondente di guerra, l’editorialista Dorothy Drain, attende accanto all’aereo da ricognizione con cui ha sorvolato il fronte di battaglia coreano per osservare i bombardamenti contro le forze di terra dei Rossi»
(The Australian Women’s Weekly, 7 ottobre 1950, pagina 15)

È la Guerra fredda, certo, la contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il blocco occidentale e quello comunista, e l’Australia è parte del Commonwealth britannico, però… I massacri di civili non sono neppure posti in discussione, giustificati — come sempre – dalla necessità di colpire il nemico ovunque si nasconda. Ci vorrà il Vietnam (e la rivoluzione planetaria del Sessantotto) perché emerga un movimento di protesta contro la «sanguinosa follia» (così Oriana Fallaci) della guerra.

Le pagine di The Australian Women’s Weekly dell’8 dicembre 1950 dedicate al reportage vietnamita di Dorothy Drain

Dorothy Drain è “la prima giornalista australiana a visitare le truppe australiane” di stanza in Vietnam. Il primo reportage data all’8 dicembre 1965: una pagina, la 7, di resoconto (In Vietnam. Calendule e cicatrici da schegge) seguita da due con fotografie a colori. Come sempre, la cronaca è arricchita da notazioni vivaci: «Per raggiungere il battaglione australiano a Bien Hoa (si pronuncia Bin Hwa) nel Vietnam del Sud, si percorrono ventidue miglia da Saigon. “Potresti prendere un taxi per la guerra”, ha detto un ufficiale americano […] “Com’è là?” era la domanda alla quale soprattutto volevo rispondere. È abbastanza facile dire che aspetto ha: le tende verdi dell’esercito, protette da sacchi di sabbia, con i lembi arrotolati; il bucato steso ordinatamente dietro; alcune baracche prefabbricate in alluminio; piccoli banani piantati intorno alle tende. Potrebbe essere un accampamento dell’esercito nel Queensland centrale, tranne che per i bunker posizionati a intervalli regolari; il rumore assordante di una batteria di artiglieria americana a poche centinaia di metri di distanza (“Soltanto la messa a punto delle armi”, spiega qualcuno); e il ronzio di elicotteri e aerei che atterrano e decollano dalla vicina pista». E nel portare notizie dei giovani connazionali in guerra, la rassicurazione, alla pagina 8, che laggiù «prestare aiuto a un villaggio è parte del compito di soldato».

Dorothy Drain parla con un componente dell’equipaggio di un Caribou di base in Vietnam nel dicembre 1965

Meno rassicurante il servizio pubblicato una settimana più tardi, il 15 dicembre 1965, alla pagina 12, questa volta preceduto da due pagine di fotografie a colori, Attraverso un portellone di carico (di un aereo militare): «Ieri, a quest’ora, a quarantacinque minuti di volo da Saigon, mi trovavo a bordo di un Caribou [aereo da trasporto] della RAAF [Royal Australian Air Force] sulla pista di atterraggio rossa e segnata di Blao. I motori erano stati tenuti accesi, pronti per il decollo rapido. I Vietcong avevano sparato su un aereo americano in avvicinamento il giorno prima. Nelle vicinanze i Vietcong avevano una forza stimata di due battaglioni». Risulta senza dubbio avvincente ed efficace la cronaca di un giorno qualunque a bordo di un mezzo dello stormo trasporti, corredata dagli scatti del fotografo Ron Berg dalla coda dell’aereo.

Tesserino stampa di Dorothy Drain per la Seconda guerra mondiale, rilasciato il 7 giugno 1940
(Leon Schoots, Bendigo Art Gallery)

Al tempo della guerra in Vietnam, la presenza di reporter donne al fronte inizia a consolidarsi; in precedenza — come scrive Jeannine Baker — Drain si costringeva a bere soltanto mezza tazza di tè e a non consumare cibi salati per non scontare l’assenza di servizi igienici per donne. Quella del Vietnam è l’ultima guerra raccontata da Dorothy Drain (allora già cinquantaseienne). Alcuni anni prima, nel 1958, era divenuta caporedattrice di Australian Women’s Weekly; nel 1970 è vicedirettrice; nel 1972, in seguito alla morte di Esmé Fenston, è nominata direttrice, incarico che ricopre fino al pensionamento, nel marzo 1975. «Dopo 38 anni con il Weekly Dorothy Drain si ritira … e progetta un libro di memorie sui suoi anni come reporter, editorialista, corrispondente di guerra e direttrice»: così la saluta il “suo” giornale, il 2 aprile di quell’anno, alla pagina 15. Il libro di memorie non sarà mai scritto.

«Una donna intelligente, capace, forte, e anche molto spiritosa»: così la definisce il nipote Kenneth Hayne (Dorothy non si è mai sposata e non ha avuto figli) in un breve documentario su di lei a cura dell’Australian Department of Veterans’ Affairs (2021).

Dorothy Drain muore all’età di ottantasei anni il 31 maggio 1996 a Doncaster, sobborgo della città di Melbourne, Victoria, Australia.

In copertina: illustrazione di Dogni Wei.

Qui link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpeg

Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

Lascia un commento