Gli stretti indispensabili. Il numero 7/2026 di Limes. Parte seconda

Giochi (circum) mediterranei è una parte estremamente interessante del volume di agosto di Limes, perché allarga lo sguardo sulle strategie delle principali potenze nel Mediterraneo, tenendo sempre conto delle loro possibili ricadute sull’Italia.
L’evoluzione della Turchia da potenza un tempo profondamente terrestre per mentalità, abitudini, credenze a potenza marittima con legittime e ragionevoli ambizioni oceaniche — trasformazione qualitativa e culturale, prima che materiale, innescata da Ataturk e cavalcata da Erdogan con la teoria della Patria Blu — è ormai una realtà geopolitica indiscutibile. Ne tratta il primo contributo della seconda parte del numero di Limes di agosto. Scrive Daniele Santoro: «Ancora fino a pochi anni fa — indicativamente fino all’entrata in servizio della portaerei leggera Anadolu nel 2023 — la Marina turca era una forza sostanzialmente derivativa, costituita in larga parte da navi acquistate di seconda mano da Stati Uniti e Germania, equipaggiate con piattaforme, sensori e missili di provenienza prevalentemente occidentale. L’obiettivo strategico era difendere Stretti, Egeo, Mar Nero e Mediterraneo orientale. La Turchia era nel migliore dei casi una potenza costiera. Oggi la Marina turca sta diventando una forza costruita attorno a una cantieristica nazionale in fiorente espansione, che produce navi equipaggiate con missili, sistemi di combattimento, droni e piattaforme di produzione autoctona. Evoluzione industriale alimentata da un vero e proprio sconvolgimento delle priorità geopolitiche: protezione non solo delle coste ma delle zone marittime, delle rotte e delle infrastrutture energetiche. Compiti che presuppongono forze navali in grado di sostenere una proiezione regionale avanzata e di adottare capacità di proiezione extraregionale, per il momento selettiva. A questo serve la moltitudine di navi da guerra e di piattaforme sfornate dai cantieri anatolici».

Israele versus Turchia. I Fronti principali- Carta di Laura Canali 2026

Proprio per questo Proporre, non subire. La priorità per noi è l’intesa con la Turchia, è il consiglio di Maurizio Boni, che sottolinea come «Il momento storico attuale, segnato da un disimpegno americano dal Vecchio Continente e da una transizione egemonica ancora in corso, richiede architetture di cooperazione flessibili e inclusive, non rigide alleanze di blocco. In questo contesto l’Italia può offrire un contributo decisivo e innovativo purché identifichi attentamente i propri compagni di strada e le proprie priorità senza subordinare gli uni e le altre a una fedeltà europea o atlantica indifferenziata e incondizionata». Boni riprende il ragionamento dell’esperto americano Cropsey, che apriva la prima parte del volume di agosto e che invitava l’Italia a fornire navi a un’America con la cantieristica in declino. Con i suoi circa 8 milioni di chilometri di coste il nostro Paese non si è mai pensato potenza marittima. Una potenza marittima guarda la terra dal mare, mentre l’Italia lo guarda dalla spiaggia. Eppure siamo il quarto Paese al mondo esportatore di merci che viaggiano in massima parte sul mare. La libera navigazione diventa quindi per noi una necessità e  gli stretti aperti sono indispensabili.
Netanyahu spacca il Golfo è un’indagine accurata su come gli Usa non siano più una garanzia per le monarchie arabe, dopo l’impazzimento di Israele nei confronti dell’Iran e i suoi sette fronti aperti di guerra. Da ultimi anche quello contro la Turchia, con il bombardamento di una parte della Siria e l’attacco diretto al Libano, in periodo di tregua.

I choke points mediterranei Carta di Laura Canali 2026

Un approfondimento che meriterebbe di essere conosciuto è Un progetto per Trieste dello storico dell’età contemporanea Matteo Giurco. Il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia sta destando l’attenzione di osservatori e osservatrici italiani e stranieri per il suo ritorno al ruolo di soglia strategica in questa rivoluzione mondiale. Secondo lo storico «Trieste non deve essere un bastione, ma una cerniera, un nodo di scambio, di conoscenza e di produzione capace di legare stabilmente il confine orientale al centro; soprattutto non deve subire le agende di attori stranieri […] Se l’Italia ha tutto da perdere nel presentarsi come avamposto securitario di un fronte altrui, ha molto da guadagnare nel riprendere e aggiornare un’autorappresentazione antica quanto la Repubblica: quella dell’Italia come potenza di pace, ”doppiamente grande” […] In quest’ottica, il capoluogo adriatico offre un palcoscenico naturale per rilanciare importanti iniziative di diplomazia pubblica; diventando sede permanente per tavoli di dialogo bilaterale e multilaterale sui Balcani, sul Mediterraneo orientale e sulla sicurezza energetica, oltre che dei dialoghi mediterranei organizzati dalla Farnesina. Senza trascurare il dialogo con la Turchia…».
Il piano della Cina (potenza esportatrice n.d.r.) per non morire di Stretti, bene illustrato da Giorgio Cuscito, approfondisce il conflitto recente con le Filippine.

La terza e ultima parte, il Mare e noi guarda all’Italia. I nervi tesi del Mediterraneo si occupa dei cavi sottomarini in fibra ottica. Il nostro Paese ha il controllo dei fondali mediterranei da cui transita il 25% del traffico internet globale e funge da pilastro dell’architettura digitale mondiale, operando come gateway tra Europa, Africa e Asia. I cavi sottomarini possono diventare veri strumenti di potere geopolitico, ma occorrerebbe una maggiore consapevolezza da parte del governo per proteggere queste infrastrutture critiche, oggetto di crescente rivalità commerciale e militare. L’operazione Sparkle, di cui lo Stato ha avocato a sé il controllo per la sicurezza delle infrastrutture, è un buon inizio. L’articolo più interessante è Prima il mare. La rivoluzione culturale che salverà l’Italia di Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, che scrive: «Per l’Italia, che affida al mare quasi il 60% del proprio interscambio commerciale, circa l’80% delle importazioni complessive e una parte rilevante degli approvvigionamenti energetici, la libertà di navigazione coincide sempre più con la sicurezza economica nazionale […] Per lungo tempo abbiamo osservato (e governato) i porti dalla terra, concentrandoci prevalentemente sulle infrastrutture, sulle concessioni, sugli assetti amministrativi e sulle competenze istituzionali. Oggi questa prospettiva non ci appare più sufficiente. I porti devono essere letti e sviluppati a partire dal mare […] È proprio questa la lezione che le recenti crisi degli stretti ci consegnano. L’attività delle navi resta fondamentale, anche se silenziosa, lontana e spesso invisibile ai più. Pur trasportando quasi il 90% delle merci che complessivamente si muovono sul pianeta, consentendoci di vivere e sostenendo il funzionamento delle nostre economie, queste infrastrutture mobili di trasporto non godono della stessa attenzione riservata alle loro «sorelle terragne», strade e ferrovie.
È una subalternità culturale, prima ancora che politica, che da tempo caratterizza il nostro paese».

La Guerra grande vista dall’Italia 

L’editoriale di Caracciolo, sempre ricco di riferimenti storici, questa volta dedicati alla Sicilia e al periodo del dominio inglese, si chiede quale potrebbe essere la posizione dell’Italia dopo la crisi americana che ha comportato una corsa al riarmo dell’Ue.
E così si risponde: «non abbiamo le risorse spirituali, demografiche, politiche e materiali per adottare la tattica del porcospino, armandoci al punto da sconsigliare chi ci vuol male dall’attaccarci. Conseguenza: la sola difesa a misura d’Italia è osarci avanguardia della pace. Nulla di ideologico, tutto di pratico. L’unico modo per ritagliarci un ruolo. 
La scommessa è che prima di autodistruggerci noi medioceanici e altri europei ci renderemo conto che la rinuncia volontaria alla diplomazia — peggio: a qualsiasi razionalità politica, dunque fondata nella realtà — è fatale per chi non può né combattere né tantomeno vincere una guerra totale.
Le menti equilibrate che ci salveranno lo sanno bene: attorno al mare di casa convivremo solo ristabilendo un instabile equilibrio delle potenze […] Limes porterà la sua piccola pietra alla riflessione sulla Pax Medioceanica […]».

Insomma — ma queste sono riflessioni solo mie — ancora una volta, anche se spesso il direttore critica — spesso a ragione — il c.d. giuridicismo, verrà in soccorso l’articolo 11 della Costituzione, anche se richiamato per motivi pratici e non ideali. Sempre che l’Ue recuperi lo spirito di Ventotene, diretto a combattere tutti quei nazionalismi che sono alla base del riarmo e di ogni guerra. Chiediamoci se non è per questa svolta bellicista che il popolo della piccola Islanda ha votato il 29 agosto scorso contro l’ingresso nell’Ue.

In copertina: foto di Laura Canali 2026.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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