La riforma elettorale per il Parlamento rivisitata ha avuto il primo via libera dal Senato – Giorgia Meloni rivendica il ritorno delle preferenze. [1]
Il 15 settembre c’è stato il primo via libera dal Senato alla nuova legge elettorale battezzata dai media Stabilicum o Melonellum
È una legge ordinaria anziché la riforma costituzionale per il Premierato inserita nell’accordo con la Lega (che aveva indicato l’autonomia differenziata), e con Forza Italia (che aveva proposto la riforma della Giustizia). L’autonomia si è infranta sugli scogli della Corte costituzionale e la riforma della Giustizia sulla solenne bocciatura del referendum. Ma Giorgia Meloni non poteva rinunciare al Premierato e sta cercando di ottenere ugualmente un risultato.
Il Senato ha detto sì al testo che modifica drasticamente quello approvato alla Camera con 113 voti a favore, 71 contrari e due astenuti. Le imboscate al Senato, dove il voto è palese, erano impossibili e la maggioranza era da considerarsi blindata. Le fibrillazioni si erano registrate nei giorni precedenti, durante il voto degli emendamenti, in particolare su quello che ha riguardato le preferenze, ma i gruppi del centrodestra hanno infine fatto muro contro ogni tentativo delle opposizioni. Lo slogan rimane quello coniato da Meloni, che ha rivendicato di aver reintrodotto le preferenze restituendo ai cittadini e alle cittadine il diritto di eleggere i propri rappresentanti.
Il testo varato dal Senato consolida una legge elettorale di tipo proporzionale, che garantisce un premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori) alla coalizione che ha ottenuto almeno il 42 per cento dei consensi. Altrimenti, si procede con un proporzionale puro. Le liste o coalizioni devono indicare nel programma il nome del candidato presidente da proporre, le capolisture sono bloccate e scelte dai partiti, si potranno esprimere fino a tre preferenze in una lista di sei candidati. Lo sbarramento è al 10 per cento per le coalizioni e al 3 per cento per le liste singole o coalizzate e tutte le liste — anche quelle sotto al 3 per cento — concorrono a determinare il peso della coalizione. Infine, le circoscrizioni Estero si riducono da 8 a 3 e aumenta da 1.500 a 6000 il numero di firme per collegio da raccogliere per i partiti che non hanno rappresentanti in Parlamento.
Se la legge passasse in via definitiva alla Camera, tuttavia, c’è un ulteriore ostacolo da superare. Anche in Aula le opposizioni hanno rimarcato i profili di incostituzionalità del testo e sono pronte a sollevare un conflitto davanti alla Corte costituzionale. A redigere il ricorso nei Tribunali per far intervenire la Corte costituzionale sono già all’opera associazioni, costituzionaliste/i e avvocate/i.
Il 28 settembre la Camera discuterà il testo in Aula e l’approvazione definitiva dovrebbe arrivare intorno al 5 ottobre. Vivo però rimane il ricordo del capitombolo di luglio, quando la maggioranza è andata sotto sull’emendamento che reintroduceva le preferenze, impallinato dalle «franche tiratrici» contrarie alla mancanza di sufficienti norme di garanzia di genere in un sistema proporzionale.
A seguito dell’approvazione al Senato di un emendamento del centrodestra alla riforma della legge elettorale la Presidente del Consiglio ha rivendicato il risultato con un post sui social: «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia».
Solo chi ha la memoria corta e si ferma in superficie accoglie il pasticcio delle preferenze come una svolta democratica. La scelta di eliminare le preferenze a favore dei collegi uninominali fu una risposta consapevole ai limiti storici di quel sistema:
Contenimento dei costi elettorali: Le campagne basate sulle preferenze individuali generano una competizione interna ai partiti estremamente costosa, che rischia di favorire chi dispone di maggiori risorse economiche.
Prevenzione del clientelismo: I collegi uninominali riducono il rischio di frammentazione e di filiere clientelari concentrate sulla caccia al singolo voto, favorendo una competizione basata su programmi politici nazionali e credibilità locale.
La cronistoria delle leggi elettorali nell’Italia repubblicana mostra come il sistema delle preferenze abbia storicamente premiato le reti di potere consolidate, lasciando alle donne uno spazio marginale e che la previsione dei collegi uninominali sia coincisa con la riduzione dello strapotere dei partiti e una tutela più strutturata della parità di genere:
Il Proporzionale puro (1946 – 1992) con preferenze plurime (fino a quattro, ridotte a una nel 1991 con il referendum abrogativo che rappresentò la svolta storica che avviò la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica.) La presenza di donne e uomini nelle liste dipendeva esclusivamente dalle dinamiche dei partiti.
Dopo il Mattarellum (1993 – 2005) che prevedeva il 75% maggioritario uninominale, 25% proporzionale, sono intervenuti il Porcellum nel 2005 e l’attuale Rosatellum (dal 2017 a oggi) che prevede il 61% eletto con il proporzionale in piccoli collegi con liste bloccate corte e circa il 37% di uninominale.
Inoltre con le garanzie di genere (obbligo di alternanza di genere nei listini proporzionali e tetto massimo nazionale del 60% per ciascun genere sia nei collegi uninominali sia come capolista), nelle elezioni del 2018, la presenza femminile aveva raggiunto il suo massimo storico toccando il 35,3%.
Il percorso storico dimostra che il superamento delle preferenze non ha indebolito la democrazia né la rappresentanza. Al contrario, la sfida dell’uninominale e l’introduzione di norme di garanzia strutturali costringono le forze politiche a presentare persone di alto profilo e competenza per non rischiare la sconfitta e impediscono ai partiti di relegare le figure femminili in posizioni di secondo piano.
Il nuovo testo approvato introduce la garanzia per il genere meno rappresentato solo per le preferenze (nel caso in cui se ne esprima più di una) ma non tocca le capolisture. Posizioni che ogni partito indicherà senza dover rispettare alcuna quota e che offrono maggiori possibilità di essere eletti, spesso da soli nella lista.
Un accordo al ribasso che non può soddisfare le parlamentari e rafforza lo strapotere dei partiti.
Anche Forza Italia ha tradito la sua freddezza rispetto al testo approvato, chissà se per mettere le mani avanti rispetto a ciò che potrà succedere alla Camera.
La discussione generale alla Camera è fissata il 28 settembre, ma l’approvazione avverrà in una delle settimane di ottobre, a partire dal 5. [1, 2, 3, 4, 5, 6].
L’ipotesi che il Governo ponga la questione di fiducia per evitare problemi è tutt’altro che esclusa.
Si annuncia nel 2027 una fase elettorale assai complicata, che metterà i due poli di fronte alle proprie difficoltà e contraddizioni. Chi le scioglierà — al netto delle tecnicalità della legge elettorale — sarà quello che avrà più possibilità di battere l’avversario e conquistare la guida del Paese.
Approfondimento sulle preferenze. Per il Centrodestra quello delle preferenze è stato il capitolo più travagliato nella scrittura del Melonellum. Lega e Forza Italia sono storicamente contrarie alle preferenze “pure” (temendo l’effetto schiacciasassi della forza politica maggiore), mentre Fratelli d’Italia spingeva per reintrodurle. A luglio alla Camera sono state affossate nel voto segreto dell’Assemblea. Al Senato, trattativa dopo trattativa, la maggioranza ha raggiunto un accordo su un modello “morbido”, che lascia comunque alle Segreterie gran parte del potere decisionale. Il testo attuale della riforma introduce novità che stanno accendendo un forte scontro proprio sul tema della rappresentanza femminile:
Il disegno di legge reintroduce il meccanismo delle preferenze. Tuttavia, diverse esponenti politiche e giuriste denunciano che la competizione sulle preferenze nominali storicamente penalizza le donne, che spesso dispongono di meno risorse economiche e reti di potere clientelari rispetto ai colleghi per sostenere costose campagne elettorali individuali.
L’abolizione del vincolo sulle prime posizioni in lista: Il Senato ha approvato una modifica che elimina il vincolo del Rosatellum per cui le e i capolista dello stesso genere non potevano superare il 60% a livello nazionale. Con le nuove regole dello Stabilicum, i partiti non avranno più l’obbligo di garantire l’equilibrio di genere tra le prime posizioni in lista (l’alternanza scatterà solo dalla seconda candidatura in poi). La differenza è evidente: la prima posizione garantisce un seggio certo o almeno probabile, le altre sono sottoposte all’incerta sfida delle preferenze. Le quote 60/40 saranno invece considerate nel listone del premio che scatta solo per chi vince.
Chi si trova nel listone deve anche candidarsi alla guida di un collegio. Ma anche questo incide poco. In via teorica, una coalizione potrebbe anche candidare nei posti sicuri solo 28 donne alla Camera e 14 al Senato.
Riepilogando: sulla scheda ci saranno una candidatura capolista bloccata e una lista di sei nomi stabiliti dai partiti. Tra questi, attraverso le preferenze, se ne possono indicare tre. Sono scelte che solo in pochi casi incideranno se si considera che, salvo le grandi forze politiche — Pd e FdI —, le altre vedranno l’elezione soprattutto di chi guida le liste in quanto in posizione blindata.
Le ragioni politiche della Destra. La tripla preferenza è nata come un compromesso matematico. La mediazione permette ai partiti più piccoli della coalizione di invitare l’elettorato a votare “in blocco” piccoli “ticket” o terzetti di candidature locali, aumentando le possibilità di far scattare seggi anche per le forze di minoranza della coalizione. La scelta della maggioranza di centrodestra di introdurre la possibilità di esprimere fino a tre preferenze, anziché fermarsi alla classica doppia preferenza, risponde a precise esigenze di equilibrio politico interno alla coalizione e a una diversa visione della selezione del merito. Il meccanismo approvato al Senato prevede che l’elettorato trovi sulla scheda una candidatura capolista bloccata e un listino di altri sei nomi alternati per genere. Tra questi sei, si possono esprimere fino a tre preferenze, con il vincolo che non possono essere tutte dello stesso genere e quindi: un uomo e una donna, due uomini e una donna, o due donne e un uomo.
Le conseguenze. Si stima che con il nuovo meccanismo la presenza femminile possa scendere sotto il 20%: alla Camera il premio è di 70 scranni parlamentari e ogni coalizione potrebbe limitarsi a presentare solo 28 candidate in prima posizione, e poi riempire le altre posizioni sicure con profili maschili. Situazione simile al Senato. C’è il rischio di ritrovarsi con un Parlamento con meno del 20% di donne. Le opposizioni a Palazzo Madama hanno proposto un sistema alternativo di preferenze libere senza candidature capolista bloccate. Ma è stato bocciato.
I motivi alla base di questa scelta politica. Superamento dell’automatismo paritario: per il Centrodestra, la parità deve passare dal merito territoriale e dalla competizione reale, non da rigidi vincoli formali. Consentire la terza preferenza offre maggiore libertà a chi vota, che non subisce la costrizione di una scelta binaria (un uomo e una donna) ma può estendere il voto a un terzo profilo ritenuto meritevole, a prescindere dal sesso (rispettando comunque la presenza di almeno una candidatura di genere diverso).
Le forti critiche delle opposizioni e dei movimenti di genere. La tripla preferenza penalizza le donne; le opposizioni (Pd, M5s, Avs, Iv) e molte costituzionaliste denunciano la tripla preferenza come una “trappola” per la rappresentanza femminile per ragioni storiche e matematiche: depotenziamento dell’effetto riequilibratore. La doppia preferenza di genere obbliga a una simmetria perfetta (50% e 50% tra i generi scelti). La tripla preferenza, invece, permette di sbilanciare il voto (due uomini e una sola donna). Poiché la componente candidata maschile parte spesso da reti di potere territoriali e filiere economiche più consolidate, il rischio concreto è che la donna venga inserita come “terzo nome di facciata” per convalidare la scheda, raccogliendo molte meno preferenze reali rispetto alle due figure maschili associate nel ticket. Meccanismo di controllo del voto: la moltiplicazione delle preferenze (poter scrivere due o tre nomi) favorisce il cosiddetto “voto di scambio” o il controllo delle preferenze da parte delle segreterie locali. I partiti possono frammentare e distribuire i pacchetti di voti su combinazioni diverse (es. Candidato A + Candidato B + Donna X in un comune, e Candidato A + Candidato C + Donna X in un altro), blindando l’elezione degli esponenti maschili più forti a scapito delle candidate.
Mentre i promotori della riforma rivendicano la centralità del voto dei cittadini e delle cittadine grazie alle preferenze, le opposizioni e i movimenti per la parità denunciano che queste modifiche rischiano di ridurre ulteriormente la presenza di donne in Parlamento nelle prossime legislature, trasformando lo Stabilicum in una norma “ammazza-quote”.
Tabella di approfondimento sulle preferenze
| Tema Centrale | Posizione della Maggioranza (Centrodestra) | Critiche delle Opposizioni e Costituzionaliste |
| Meccanismo delle Preferenze | Tripla preferenza condizionata: possibilità di esprimere fino a tre preferenze (con vincolo di genere sia in caso di due sia di tre preferenze). Serve come compromesso per tutelare le forze politiche più piccole della coalizione e valorizzare il voto territoriale. | Strumento di controllo: la moltiplicazione dei nomi facilita il controllo del voto da parte delle segreterie locali e lo scambio di consensi, frammentando i pacchetti di voti a scapito della componente femminile. |
| Capilista in Posizione Protetta | Abolizione del vincolo del 60% a livello nazionale per le figure capilista dello stesso genere. L’alternanza uomo/donna scatta solo dalla seconda posizione. La parità deve derivare dal merito e non da rigidi automatismi. | Blindatura della componente maschile: le prime posizioni (con elezione sicura) saranno assegnate prevalentemente a uomini. L’alternanza dalla seconda posizione in poi sposta la componente femminile nella competizione incerta delle preferenze nominali. |
| Rappresentanza di Genere | Superamento dell’automatismo paritario: maggiore libertà per chi vota, senza costrizioni alla scelta binaria (un uomo e una donna) ma con la possibilità di scegliere una terza figura basandosi sul merito territoriale. | Ostacolo alla parità: chi fa parte della componente femminile ha storicamente meno risorse economiche e reti clientelari per campagne individuali costose. C’è il rischio di un utilizzo di queste figure solo come “nomi di facciata”. |
| Impatto sulle Camere | Il listone del premio di maggioranza prevede quote 60/40, garantendo comunque la presenza di candidature di entrambi i generi. | Crollo delle presenze femminili sotto il 20%: nelle posizioni sicure alla Camera e al Senato potrebbe trovare spazio solo il numero minimo di donne previsto dal premio, assegnando il resto a uomini. |
Chiarimento tecnico sul Vincolo di Genere (Stabilicum)
Il meccanismo di espressione delle preferenze invalida le scelte successive se non rispettano la diversità di sesso:
- 1 sola preferenza: Libera (scelta di una figura maschile o femminile).
- 2 preferenze: Devono essere obbligatoriamente di sesso diverso (un uomo e una donna), altrimenti la seconda preferenza viene annullata.
- 3 preferenze: Non possono essere tutte dello stesso genere (la combinazione deve prevedere due figure maschili e una femminile, o viceversa), altrimenti la terza preferenza viene annullata.
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Dalle lotte del passato ai traguardi del presente, tra pagine da riscoprire, spazi urbani da riimmaginare e sfide globali: scopriamo il nuovo numero di Vitamine vaganti.
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Proseguiamo con alcune figure femminili da conoscere o riscoprire. ripercorriamo la vita e la carriera di Dorothy Drain. Un taxi per la guerra: giornalista australiana, pioniera delle inviate al fronte e storica direttrice di The Australian Women’s Weekly, si distinse per il coraggio, lo spirito critico e la capacità di raccontare la realtà bellica con arguzia e sensibilità.
Riscopriamo poi Clotilde Betocchi Marghieri. Giornalista e scrittrice, indipendente e battagliera vincitrice del Premio Viareggio nel 1974. Nonostante la ricca produzione letteraria e i legami con grandi personalità del suo tempo, la sua figura è oggi ingiustamente dimenticata dal grande pubblico.
Raccontiamo anche Bice Cairati, in arte Sveva Casati Modignani, celebre scrittrice milanese che, dal suo esordio nel 1981, ha venduto oltre dodici milioni di copie. Dopo gli inizi nel giornalismo, l’autrice ha saputo rappresentare nei suoi romanzi il mondo femminile e i mutamenti della società italiana, unendo il grande affetto del pubblico al recente riconoscimento del Premio Rosa Camuna.
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Buone letture a tutte e tutti.
Sara Fusco
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Articolo di Rosanna Oliva de Conciliis

Cavaliere di Gran Croce. Nel 2010, dopo le celebrazioni dei cinquant’anni della sentenza n. 33/1960 della Corte costituzionale, provocata da un suo ricorso, che ha aperto alle donne le principali carriere pubbliche, ha fondato la Rete per la Parità – APS, di cui è Presidente onoraria, per arrivare all’uguaglianza formale e sostanziale tra donne e uomini. È autrice di varie pubblicazioni sui diritti civili e sull’ambiente.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
