La scalata delle donne alla professione veterinaria. Tra criticità e opportunità

In Italia 40 anni fa la medicina veterinaria era a forte prevalenza maschile e operava soprattutto nel settore zootecnico (grandi animali: bovini, suini, ovini, equini) o nel controllo degli alimenti, nonché nel settore piccoli animali, in prevalenza cani e gatti.
Oggi, oltre a importanti evoluzioni intervenute nei diversi ambiti di attività e, analogamente alla medicina umana, all’utilizzazione di nuove tecnologie, la medicina veterinaria è ufficialmente a maggioranza femminile, con il 52,28% di iscritte all’albo professionale. Il 5 giugno 2026 la Fnovi ha reso noto questo dato, evidenziando nel contempo la scarsa presenza femminile nei vertici degli Ordini provinciali (18 su 100) e nel Comitato Centrale (2 su 15). Le cause di questo “soffitto di cristallo”, osservabile peraltro nell’intero sistema sanitario, non dipendono da mancanza di competenze, ma da ostacoli legati alla conciliazione con la libera professione, ai carichi familiari, alle crescenti aggressioni e campagne d’odio online. Con l’obiettivo di trasformare la presenza delle donne in reale cambiamento, la Fnovi afferma il proprio impegno a una mappatura stabile di genere, al sostegno alla leadership, all’applicazione del principio No Woman, No Panel e alla tutela del welfare professionale.

Il raggiungimento della maggioranza femminile nella medicina veterinaria era già stato preconizzato in un saggio pubblicato nel volume collettaneo Disubbidienti. Politiche femministe nella società delle istituzioni, a cura di Francesca Recchia Luciani e Laura Mitarotondo, Manifestolibri, 2025. Tale libro nasce come esito di una ricerca pluriennale condotta tra il 2020 e il 2024 dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il volume è suddiviso in parti che esplicano, rispettivamente, il ruolo che i femminismi, nelle loro molteplici forme, possono giocare nella trasformazione delle istituzioni e le proposte di meccanismi correttivi o di riequilibrio di genere. Il femminismo viene inteso come disubbidienza negli spazi del potere, in quanto azioni concrete femministe possono contribuire alla trasformazione dei rapporti di potere nelle relazioni e nei contenuti, per il raggiungimento di un’effettiva parità.
Tra criticità e opportunità, il processo di femminilizzazione della categoria è approfonditamente ricostruito da Marialaura Corrente, Daniela Mulas, Maria Tempesta e Serenella d’Ingeo nella monografia Oltre le STEM: il caso della Medicina Veterinaria, pubblicata nel suddetto volume.
Superando stereotipi, uno fra tutti la necessità della forza fisica ancor prima della professionalità, e pregiudizi, quali il considerare il desiderio delle donne di esercitare questa professione un capriccio, il progressivo interesse femminile per la medicina veterinaria si è concretizzato in un silenzioso e costante aumento dei numeri, fino ad arrivare per la prima volta alla maggioranza delle iscritte alla facoltà di Medicina veterinaria nell’anno accademico 2000-2001 (in coincidenza con l’adozione del numero chiuso con accesso tramite test) per poi consolidarsi nel corso degli anni, attestandosi al 74% nel 2024. Dal 2016 il numero di mediche veterinarie è aumentato costantemente fino al raggiungimento della maggioranza delle iscritte all’Albo nazionale dei medici veterinari. La scalata delle donne a questo ruolo, in linea con le tendenze europee e mondiali, è un successo ma, senza sorprese, emergono disparità, pure salariali, soffitti di cristallo e un’organizzazione lavorativa basata unicamente sulla presenza maschile, che configurano una parità di genere solo parzialmente raggiunta. Che l’Italia non brilli in questo ambito emerge anche dal Global Gender Gap Report del 2023, a cui si aggiungono i dati relativi al 2024 e 2025, che vedono il nostro Paese rispettivamente al 79°, 87° e 85° posto su 146 Paesi, restando nelle ultime posizioni in Europa occidentale.

Ai fini della definizione di politiche inclusive e strategie di empowerment per preparare al meglio i veterinari e le veterinarie al mondo professionale, vengono evidenziate le seguenti criticità:

– il peso di stereotipi e pregiudizi con i quali le mediche veterinarie probabilmente dovranno fare i conti (una donna con il camice può essere scambiata per un’assistente, deve dimostrare di essere brava o c’è il timore che non riesca a trattare grossi animali);

– la disparità salariale in alcuni campi, derivante dal minor numero di ore lavorate rispetto ai colleghi e dal ricorso al part time, soprattutto in ambito privato, comporta non solo una retribuzione più bassa ma anche il ripiego verso ruoli secondari, che ostacola le progressioni di carriera. Secondo le studiose, il rischio è che la componente femminile, in assenza di azioni tese alla diminuzione del divario retributivo e al potenziamento della reputazione sociale della professione, trascini sempre più in basso il valore di mercato dell’attività professionale;

– la scarsa presenza delle donne nei ruoli apicali, con un interessante approfondimento sulla carriera in ambito universitario. In particolare, le professoresse ordinarie dell’area disciplinare 07 (Scienze agrarie e veterinarie) sono il 29%, le associate sono il 52,6%, le ricercatrici a tempo determinato di tipo B soggette a stabilizzazione dopo tre anni sono il 53,5%. Tuttavia, quando il numero delle varie figure professionali viene rapportato al totale delle persone laureate emerge un quadro diverso. Da un rapporto del Consiglio universitario nazionale si rileva che nell’area 07 dei ruoli precari a tempo determinato di tipo A la maggioranza è femminile, mentre in quelli di tipo B la maggioranza è maschile. Dall’analisi del trend appare possibile, nel medio termine, un rallentamento nell’evoluzione, se non un arresto, verso la parità nel tipo B e tale situazione si riscontra in tutte le aree disciplinari;

– i possibili effetti negativi determinati dalla femminilizzazione, quali la dequalificazione della professione (come accaduto per l’insegnamento) e il rafforzamento della disparità di genere.

Passando alle opportunità, le autrici sottolineano alcuni recenti cambiamenti nell’esercizio della medicina veterinaria, in termini di approccio e definizioni di ambiti. In particolare si soffermano sulla Bond-centered practice (Bcp), che descrive un nuovo approccio verso gli animali da compagnia e l’esistenza di due ruoli nella professione, quello “pediatrico” (accudimento animale) e quello meccanico (soddisfazione del cliente più dell’interesse animale, con animali d’allevamento considerati come macchine). Applicando la Bcp, chi esercita la professione veterinaria oltre a occuparsi della diagnosi e del trattamento degli animali, presta attenzione al rapporto che si instaura tra persone e animali, riconoscendo e rispettando le esigenze e la natura di entrambe le parti, supportando emotivamente proprietari e proprietarie.
Una sfida per l’intera categoria professionale di oggi è quella di rendere “più umano” lo svolgimento della professione e la relazione con gli animali da reddito. Il recepimento delle istanze animaliste e l’estensione nei limiti del possibile della Bcp potrebbe completare i miglioramenti nella gestione degli allevamenti intensivi apportati dalla legislazione a tutela del benessere di ogni essere vivente. Allo stato attuale si rileva una mancanza di interesse per la cura degli animali da reddito sia da parte delle veterinarie, in quanto non si sentono prese sul serio, sia dei veterinari. L’opportunità potrebbe essere colta, in particolare, da quante sono interessate alla cura di animali da reddito, sulla base di ciò che è emerso da uno studio riguardo la maggiore empatia mostrata dalle studenti rispetto ai colleghi e la maggiore attenzione verso le tematiche del benessere e dei diritti di ogni creatura. Questi aspetti si abbinano anche a abitudini alimentari (diete vegetariane/vegane) e sarà da definire la conciliazione di tali nuove tendenze con l’aspetto professionale.

Le studiose evidenziano come in alcune situazioni siano proprio le donne ad alimentare il modello patriarcale, scoraggiando altre amiche e colleghe dal fare scelte che le fiaccherebbero. Viene citato il caso di una docente universitaria nella facoltà di Medicina veterinaria di Torino che ha dissuaso alcune studenti dal chiedere la tesi nel settore della buiatria, in quanto “settore per uomini”. Anche gli esiti di un’indagine effettuata dalla British Veterinary Association hanno messo in luce discriminazioni legate al genere riguardo la valutazione di due curricula uguali, di cui uno a firma di un uomo (Mark) e l’altro di una donna (Elisabeth), da parte di un gruppo di manager, uomini e donne, di cliniche veterinarie. Al gruppo valutante sono state poste alcune domande, tra le quali: «Pensi che le donne subiscano ancora discriminazione nell’esercizio delle professione?». Dalle risposte è emerso che il 44% che ha affermato «non c’è più discriminazione» ha proposto un salario decisamente discriminatorio nei confronti di Elisabeth ed espresso un giudizio più lusinghiero nei confronti del cv a firma Mark. Interpretazioni possibili, quali considerare già soddisfacente l’esercizio della professione per le donne e un inconscio corporativismo degli uomini, unite all’affermazione di Irvine e Vermilya: «Il sessismo persiste perché la femminilizzazione è occorsa in un contesto che resta dominato dagli uomini», convincono sull’opportunità di azioni concrete femministe.
Tra le iniziative già intraprese vengono citati il workshop Saperi ecosostenibili: femminismo e antispecismo tenutosi a Bari nel 2022, nel quale si è discusso di eco femminismo e altre prospettive, e un’indagine rivolta al corpo studentesco del Corso di Laurea in Medicina Veterinaria dell’Università di Bari, mediante la somministrazione di un questionario a risposta multipla. Ha aderito il 50,7%, di cui il 72,3% di sesso femminile, il 27,7% di sesso maschile (nessuna persona ha indicato la terza opzione “genere non binario”). Oltre il 90% ha dichiarato di aver scelto il corso di studi per passione e solo il 3% ha dichiarato di non avere animali in casa.
Riguardo al settore in cui si desidera lavorare: il 58% delle studenti e il 63% degli studenti ha scelto il settore pubblico. I dati indicano in generale una minore propensione verso i seguenti settori: zootecnia, insegnamento, sicurezza degli alimenti, ricerca in laboratorio, una maggiore inclinazione per la clinica e la gestione dei piccoli animali. Quest’ultimo caso, che non comprende la cura e la gestione degli animali non convenzionali (selvatici), è stato opzionato da circa il 40% di chi ha risposto. Le ragazze hanno manifestato il desiderio di dedicarsi alla chirurgia in misura maggiore rispetto ai maschi, nonostante questa sia un’attività meccanicistica e non bond-centered.

Riguardo gli ambiti della professione che meglio si conciliano con la vita privata, se da una parte gli studenti appaiono più ottimisti rispetto alle studenti, l’ordine delle preferenze non presenta vistose differenze di genere. Raccolgono maggiori consensi attività quali l’insegnamento, le imprese farmaceutiche, la sicurezza degli alimenti, la tutela del benessere animale; ed è interessante notare come per l’insegnamento e la sicurezza degli alimenti era stata tuttavia espressa una minore propensione.
Le aspettative di crescita dello stipendio sono condivise da entrambi i generi, sebbene evidenziate con maggiore ottimismo da parte dei ragazzi.
La percezione di discriminazioni durante il percorso di studi e nel futuro ambito lavorativo è stata indagata mediante tre domande, riguardo al rischio di subire discriminazioni di genere, molestie sessuali e molestie morali, utilizzando una scala da 1 a 10. Dalle risposte si rileva una maggiore percezione di discriminazioni da parte delle studenti, in misura più contenuta nella percezione delle molestie morali.
Sulla base dei dati raccolti, le autrici rappresentano la necessità di strategie di empowerment con l’obiettivo di rinforzare la consapevolezza di sé nel controllo delle proprie scelte e azioni in ambito professionale e pianificare linee di intervento che aiutino a superare disagio o situazione di potenziale discriminazione con interventi concernenti la didattica (nella declinazione delle attività teorico-pratiche), il rapporto con la componente docente, la vita universitaria in senso lato, rendendo l’università un luogo veramente inclusivo. Una proposta riguardo all’empowerment femminile e al sostegno alla leadership era stata formulata pure dalla Fnovi.
Sarebbe interessante, anche, implementare la capacità di lavorare in gruppo e in particolare di fare squadra, attitudine che per le donne non è sempre facile, a differenza degli uomini, abituati a questa modalità di azione, ad esempio attraverso la frequentazione di attività sportive.
Il superamento di un modello organizzativo ereditato dal passato prevalentemente al maschile, che riguarda il lavoro in generale, sarà la sfida delle nuove generazioni di professionisti e di professioniste, quando ci sarà la possibilità di prospettare un diverso modo di conciliare i tempi di vita personali e professionali. Il femminismo offre una chiave di lettura della società, dei rapporti tra uomini e donne condizionati e modulati dal patriarcato; le azioni concrete femministe possono dunque sostenere le scelte delle donne che infrangono stereotipi e pregiudizi.

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Articolo di Anna Pascuzzo

Ho svolto la maggior parte della mia vita lavorativa in un ente previdenziale. Sono laureata in Lettere moderne, indirizzo storico e in Psicologia dello sviluppo, dell’educazione e del benessere. Nell’ultimo quinquennio il mio interesse per le tematiche di genere è stato ed è costante e continuo e costituisce un significativo filtro di lettura della quotidianità.

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