Il primo sciopero delle donne

La storia di Claudia Quinta, che si era attirata critiche malevole solo perché le piaceva agghindarsi, ha un seguito. Il gusto delle donne per le acconciature fantasiose, i gioielli e gli abiti era, ai tempi di Roma antica (e non solo), indice di scarsa pudicizia ed era in ogni caso in contrasto con la parsimonia, una delle virtù basilari del mos maiorum, lo stile di vita delle/degli antenati: per secoli il codice di riferimento non scritto che si doveva osservare per guadagnarsi il rispetto della collettività. Ma erano state le ristrettezze in cui si era trovata la città durante le guerre puniche, alla fine del III secolo a.C., a indurre il console Gaio Oppio a promulgare la legge che da lui prese il nome — lex Oppia — che vietava specificamente alle donne ogni forma di lusso: non solo s’imponeva un limite alla quantità di gioielli d’oro posseduti, ma si vietavano anche consuetudini acquisite, come quella di indossare vestiti variopinti o di spostarsi in carrozza. 
Superato il momento di pericolo, sconfitti definitivamente i Cartaginesi con la battaglia di Zama del 202, Roma cominciò a guardare al Mediterraneo orientale. E con le due guerre macedoniche, riscattando la libertà delle città greche da Filippo V, pose stabilmente la basi della sua influenza su di esse. Ma dalla Grecia arrivavano nuove idee e nuove mode. Il gusto per la bellezza, per esempio, in tutti i suoi aspetti, che non a caso Pericle — nel celebre discorso attribuitogli dallo storico Tucidide — aveva indicato tra i valori fondanti della cultura che distingueva la città di Atene da tutte le altre. Quando i generali romani vittoriosi cominciarono a portarsi a casa come bottino di guerra statue di marmo — materiale quasi sconosciuto a Roma fino all’età augustea — ci fu chi storse il naso, considerando la novità come indizio di un pericoloso allontanamento del mos maiorum che avrebbe in breve tempo determinato il crollo della civiltà romana.

Fu in questo clima che scoppiò fra la fazione conservatrice e quella che oggi diremmo progressista, il conflitto di cui la lex Oppia offrì il pretesto. 
La seconda guerra macedonica si era conclusa da circa un anno con la vittoria del console Tito Quinzio Flaminino a Cinocefale, quando, nel 195 a.C., due tribuni della plebe presentarono la proposta di abrogare quella legge vecchia di vent’anni che, a loro parere, non aveva più ragion d’essere, date le fiorenti condizioni economiche della città. Ma non tutti i tribuni erano dello stesso parere e, soprattutto, si sapeva che uno dei due consoli, Marco Porcio Catone, dotato di grande prestigio e autorità, si sarebbe opposto ferocemente all’abrogazione. Perciò nei giorni precedenti la discussione e la votazione, si assistette a Roma a un evento straordinario, passato alla storia come il primo “sciopero delle donne”. Più che di uno sciopero, in realtà, si trattò di una manifestazione diffusa che durò parecchi giorni. Perché le donne, sulla cui pelle si combatteva una battaglia politica che vedeva scontrarsi due diverse concezioni del mondo e del vivere civile, cominciarono ad andare in giro per la città interpellando uno per uno coloro che avrebbero votato e facendo pressioni perché tenessero conto delle loro esigenze: naturalmente la questione riguardava le matrone, non le donne della plebe che di oro e di lusso dovevano conoscerne ben poco.
Dobbiamo ancora una volta a Tito Livio il racconto di questa vicenda cui egli dedica più di sette capitoli del libro XXXIV delle sue Storie [da leggere integralmente: è esilarante!]: «Gli uomini favorevoli e quelli contrari affollavano Campidoglio. Quanto alle matrone, non c’era pudore, né autorità, né marito che potesse trattenerle a casa: ingombravano tutte le vie di Roma e le entrate del Foro, scongiurando quelli che vi si recavano a consentire che anche le matrone potessero adornarsi come un tempo, visto che la repubblica era fiorente e aumentava costantemente il benessere dei privati cittadini. Cresceva ogni giorno di più la folla delle donne, perché ne accorrevano anche dalla periferia e dai villaggi vicini. E osavano affrontare e pregare i consoli, i pretori e gli altri magistrati. Trovavano però irremovibile uno dei due consoli, Marco Porcio Catone». 
Il discorso in cui Catone difende il mantenimento della legge delinea con coerenza una visione del mondo che assegna alle donne una posizione di subalternità. Il console comincia col rimproverare i mariti che non hanno saputo tenere a casa ciascuno sua moglie, determinando una situazione in cui tocca fronteggiarle tutte insieme, cosa enormemente più difficile: «Se ciascuno di noi, o Quiriti, avesse fatto in modo, sin dal principio, di mantenere salda l’autorità e la dignità di marito rispetto alla propria moglie, non ci troveremmo a doverle affrontare tutte in massa. Ora la nostra libertà, già sconfitta in casa dalla prepotenza delle donne, anche qui nel foro è calpestata e conculcata e visto che non siamo riusciti a resistere ciascuno a sua moglie, ora ci troviamo a doverle temere tutte».
Afferma che, sebbene non abbia mai creduto alla storia delle donne di Lemno che avrebbero addirittura eliminato tutta la stirpe dei maschi, è certo di una cosa: qualunque categoria di persone, se si consente loro di radunarsi, consultarsi e prendere accordi diventa pericolosa. Esprime poi il timore di essere costretti a legiferare sotto la minaccia di una sedizione delle donne, come altre volte per una sedizione della plebe. Ricorda che da sempre si è ritenuto opportuno che le donne non potessero intraprendere nessuna azione né privata né pubblica, se non con l’autorizzazione dell’uomo sotto la cui tutela erano poste, che fosse il padre, il fratello o il marito.
E prosegue così: «E noi siamo sul punto di permettere loro di impicciarsi di politica e magari prendere in mano il governo. Perché è questo che fanno, pretendendo di dire la loro su quale legge debba essere abrogata e quale mantenuta in vigore. Sperate davvero che, lasciando libero da ogni freno un animale indomabile e ribelle per natura, quello sappia gestire da solo con moderazione la sua libertà?».
Dopo aver invitato il suo uditorio a passare in rassegna tutte le leggi formulate dagli antenati allo scopo di imbrigliare la libertà delle donne e tenerle assoggettate ai loro mariti — leggi che pure si sono rivelate spesso insufficienti allo scopo — conclude: «Se permetterete che vi strappino ora una concessione, ora un’altra, in modo che a poco a poco raggiungano la parità con gli uomini, non riuscirete più a sopportarle. E sappiate che appena saranno diventate uguali cominceranno a diventare superiori».
Nel seguito dell’orazione Catone prefigura la rovina di Roma a causa non solo dell’amore per il lusso ma addirittura della passione per le opere d’arte provenienti dal Mediterraneo orientale e dalla Grecia sconfitta e fa l’elogio degli dei di terracotta sui frontoni dei templi romani. Ma, a favore del mantenimento della legge, aggiunge anche un argomento diverso: se nessuna potrà vantarsi di gioielli che un’altra non può permettersi, ne guadagnerà la collettività tutta. 

Al discorso di Catone replica Lucio Valerio, uno dei tribuni che hanno avanzato la proposta di abrogazione. E le sue argomentazioni non sono di minor interesse. Per prima cosa ricorda che le donne romane sono “scese in piazza” diverse altre volte nella storia di Roma, e hanno “fatto politica” prendendo l’iniziativa in situazioni di grave crisi e addirittura di pericolo per la citta: per prime le donne sabine, capaci di separare gli eserciti contrapposti con i loro corpi; poi la madre e la moglie di Coriolano, che marciava contro la sua città a capo dei Volsci; e ancora quando per volontà dell’oracolo le matrone si recarono in massa ad accogliere e scortare la Grande Madre degli Dei. Rammenta poi tutte le occasioni in cui le donne si sono spogliate spontaneamente dei loro beni per sostenere l’erario in difficoltà: è dunque iniquo negare solo a loro, che alla pari degli uomini hanno sofferto i lutti e le privazioni della guerra, di godere dei benefici e degli agi della pace. In conclusione afferma: «Non toccano alle donne né magistrature, né sacerdozi, né trionfi, né decorazioni, né donativi, né spoglie di guerra. Trucchi, abbellimenti, addobbi: questi sono gli ornamenti delle donne, di questi si rallegrano e si vantano, questo è quello che i nostri antenati chiamarono il mondo muliebre. Di che si privano nelle occasioni di lutto, se non dell’oro e della porpora? che altro riprendono, finito il lutto? che altro aggiungono nelle feste pubbliche, nelle solennità, se non un abbigliamento più splendido? E anche se sarà abrogata la legge Oppia, non sarà sempre in vostro potere vietare, se lo vorrete, qualcuna delle cose che ora vieta quella legge? Figlie, mogli, sorelle saranno sempre alla vostra dipendenza. Le donne non escono mai di servitù, finché vivono i loro parenti maschi; e loro stesse detestano la libertà che viene dalla vedovanza o dalla morte di quelli; e preferiscono che il loro modo di adornarsi dipenda più dalla vostra volontà, che da una legge. E voi le dovete mantenere dipendenti da voi e dalla vostra tutela, ma non come schiave: dovete preferire d’essere chiamati padri e mariti, piuttosto che padroni».
La lex Oppia fu abrogata. Ma i gioielli continuarono a rappresentare assai più che un semplice status symbol: si colloca solo qualche decennio dopo il noto episodio in cui Cornelia, appartenente alla nobile e potente famiglia degli Scipioni, a un’amica che, orgogliosa dei gioielli che indossava, le chiedeva di vedere i suoi, rispondeva additando i due figli Tiberio e Caio Gracco, che sarebbero caduti per essersi schierati dalla parte della plebe.

In copertina: Cornelia, madre dei Gracchi, che indica i suoi figli come i suoi tesori, un’opera neoclassica realizzata dall’artista Angelica Kauffmann intorno al 1785.

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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