Che cosa significa abitare un luogo? La risposta più immediata potrebbe essere: avere una casa, un tetto, uno spazio nel quale vivere. Ma abitare è qualcosa di più complesso. Una casa diventa davvero “casa” attraverso il tempo, le abitudini, le relazioni e le esperienze che vi si costruiscono. Abitare significa radicarsi in un luogo, riconoscerlo come proprio, trasformarlo attraverso l’uso e, allo stesso tempo, lasciarsi trasformare da esso.
Se si guarda all’abitare da questa prospettiva, anche la città appare sotto una luce diversa. Non è più soltanto l’insieme di edifici, strade e piazze progettate da esperte ed esperti di architettura e urbanistica, ma un ambiente continuamente costruito dalle persone che lo vivono. Ogni gesto, ogni relazione, ogni forma di organizzazione collettiva può contribuire a dare un nuovo significato agli spazi.
È proprio da qui che parte la riflessione sull’abitare delle donne.
Per molto tempo alle donne è stato assegnato soprattutto lo spazio domestico, mentre la città, la strada e la sfera pubblica erano considerati territori prevalentemente maschili. Ma cosa accade quando le donne attraversano quella soglia? Quando escono dalla casa e costruiscono luoghi propri, condivisi e aperti alla comunità?
Per secoli la cultura occidentale ha rappresentato la casa come il luogo naturale delle donne. La donna sarebbe stata la “regina della casa”, l’“angelo del focolare”, la persona incaricata di occuparsi della famiglia, della prole, della cucina e di tutto ciò che riguarda la riproduzione della vita quotidiana. Questa immagine, però, nasconde un problema: se la casa diventa il luogo assegnato alle donne, la città e lo spazio pubblico diventano più difficili da raggiungere. La separazione tra dentro e fuori non è quindi soltanto una questione architettonica. Può diventare una separazione sociale.
La riflessione femminista ha mostrato come la divisione tra spazio domestico e spazio pubblico abbia contribuito a mantenere una differenza di potere tra uomini e donne. La casa, inoltre, non è stata sempre un luogo sicuro. Per molte donne è stata soprattutto un luogo di lavoro non riconosciuto. Per altre un luogo in cui si dà una situazione di violenza. Da qui nasce l’esigenza di guardare all’abitare in modo diverso. Non più come semplice accesso a una casa, ma come possibilità di costruire autonomia, relazioni e partecipazione.
La geografa Daphne Spain ha studiato proprio il rapporto tra la separazione degli spazi e la posizione sociale delle donne. Quando la segregazione è imposta, può rendere più difficile l’accesso allo spazio pubblico. Ma quando le donne scelgono di creare luoghi propri e di organizzarsi collettivamente, quello stesso principio può assumere un significato completamente diverso. Un luogo autonomo può diventare, infatti, un punto di partenza per conquistare la città, anziché per allontanarsene.
Nel corso della storia esistono numerosi esempi di donne che hanno scelto, o avuto bisogno, di vivere fuori dal modello familiare tradizionale. Sono nate così forme diverse di abitare collettivo: comunità, case per lavoratrici e studenti, strutture di accoglienza, cohousing e altri luoghi nei quali la vita quotidiana veniva organizzata attraverso forme di collaborazione.
Uno degli esempi più antichi è quello dei beghinaggi, comunità femminili diffuse soprattutto nell’Europa settentrionale a partire dal Medioevo. Le donne che sceglievano di vivervi avevano una vita comunitaria invece del matrimonio oppure, in alcuni casi, vi arrivavano dopo aver vissuto un’esperienza matrimoniale. Non erano monache e non erano semplicemente mogli o madri: erano donne che lavoravano, studiavano e organizzavano autonomamente una parte significativa della propria vita.
Alcuni beghinaggi raggiunsero dimensioni considerevoli, tanto da assomigliare a piccole città. Gli edifici erano disposti intorno a strade e spazi comuni e, spesso, il complesso era delimitato da mura o fossati. Ma quelle mura non significavano necessariamente chiusura: i beghinaggi erano, infatti, collegati alla città e offrivano servizi anche a chi viveva fuori. Le donne si occupavano dell’assistenza alle persone anziane, malate o povere; alcuni complessi disponevano di strutture di ricovero e offrivano forme di istruzione e sostegno alle giovani donne.
È un dettaglio importante: queste comunità non si limitavano a costruire un modo alternativo di vivere al proprio interno. Attraverso le loro attività contribuivano anche alla vita della città.
Molti secoli dopo, un’idea per certi aspetti simile riemerse nelle settlement houses americane. All’inizio del Novecento, nelle città industriali degli Stati Uniti, l’immigrazione e lo sfruttamento del lavoro producevano quartieri caratterizzati da forti difficoltà sociali. In questo contesto nacquero le social settlements, luoghi nei quali alcune donne provenienti soprattutto dai ceti più istruiti e benestanti decidevano di vivere e lavorare a stretto contatto con le comunità locali. Il caso più noto è quello della Hull House di Chicago, fondata da Jane Addams, Ellen Starr e altre intellettuali.
Hull House non era semplicemente una casa per le sue residenti. Era un centro di vita comunitaria, solidarietà e ricerca sociale. Attraverso servizi, attività e studi sul quartiere, le donne che vi lavoravano cercavano di comprendere i problemi della popolazione e di costruire risposte concrete. La casa diventava così un luogo di incontro tra mondi differenti: tra persone di origine diversa, tra residenti e abitanti del quartiere, tra ricerca e azione sociale.
Anche qui ritorna la stessa idea: abitare insieme può diventare un modo per prendersi cura non soltanto di chi vive nella casa, ma dell’ambiente sociale nel quale la casa è inserita.
Un’altra esperienza significativa è quella della Maison des Babayagas, a Montreuil, in Francia, aperta nel 2013 grazie all’iniziativa di Thérèse Clerc. Si tratta di un cohousing pensato principalmente per donne femministe anziane, con alcuni alloggi destinati a donne giovani. Il progetto nasce dalla consapevolezza che l’invecchiamento può comportare una progressiva perdita di autonomia, ma anche dalla volontà di affrontare questa fase della vita attraverso la solidarietà e la condivisione. La soluzione non consiste nel ritirarsi dalla città, ma nel costruire una comunità capace di dialogare con essa. Anche in questo caso gli spazi abitativi si aprono verso l’esterno attraverso attività come l’orto comunitario, il cinema, le mostre, gli interventi artistici e altre iniziative rivolte al quartiere.
La casa, quindi, non è un punto di arrivo. È una base dalla quale entrare in relazione con gli altri e le altre.
Alcuni aspetti tornano in tutti questi casi.
Innanzitutto, la possibilità per le donne di costruire un’identità collettiva che non dipenda dalla relazione con una figura maschile. In secondo luogo, la capacità di mescolare diversi livelli di vita: l’intimità della casa, la dimensione della comunità e quella dello spazio pubblico.
Questi luoghi si trovano in una posizione intermedia. Non sono completamente privati, ma nemmeno semplicemente pubblici. Sono spazi nei quali si può stare insieme, collaborare, ricevere aiuto, offrire servizi e allo stesso tempo mantenere una dimensione personale. È proprio questa zona intermedia a rendere interessante il concetto di “comune”: il comune non è soltanto qualcosa che appartiene a tutti e tutte, ma anche ciò che viene costruito attraverso il fare insieme.
In questo senso, la soglia tra casa e città diventa meno rigida. Non è più una linea che separa nettamente il dentro dal fuori. Diventa uno spazio di passaggio, un luogo nel quale si incontrano mondi differenti. È un cambiamento importante anche dal punto di vista urbanistico. Perché significa mettere in discussione una delle divisioni fondamentali con cui siamo abituate a pensare la città: quella tra pubblico e privato.
Al centro di queste esperienze c’è un’altra parola fondamentale: cura.
La cura viene spesso associata al lavoro domestico e familiare e, proprio per questo, è stata storicamente scaricata in larga misura sulle donne. Ma se si guarda alla cura in modo più ampio, emerge una questione diversa.
Prendersi cura significa sostenere la vita. Significa occuparsi delle persone, costruire relazioni, rispondere ai bisogni e rendere possibile la vita quotidiana. Ogni persona, prima o poi, ha bisogno di cura: e proprio per questo non dovrebbe essere considerata esclusivamente una responsabilità privata. Può diventare anche un principio attraverso cui progettare la città.
Gli esempi dei beghinaggi, delle settlement houses e dei cohousing mostrano, infatti, come gli spazi possano essere organizzati per rendere la cura più collettiva. L’assistenza alle persone fragili, l’incontro tra generazioni, la condivisione di attività e servizi e la costruzione di reti sociali possono diventare parte integrante della vita urbana.
La domanda, allora, cambia: non si tratta più soltanto di chiedersi dove abitano le persone, ma di domandarsi come la città rende possibile prendersi cura gli uni/e degli altri/e.
Le donne e i movimenti femministi hanno progressivamente rivendicato anche strade, piazze, giardini e altri spazi pubblici. Lo fanno attraverso occupazioni, manifestazioni, azioni simboliche, iniziative di toponomastica femminile e forme di presenza collettiva.
Anche dare un nome diverso a una strada o a una piazza può diventare un modo per interrogare la memoria della città: chi viene ricordata/o? Quali figure sono considerate importanti? Quali storie sono visibili e quali rimangono ai margini?
Ma la questione più immediata riguarda la libertà di movimento.
Le donne sono spesso rappresentate nello spazio pubblico come soggetti particolarmente vulnerabili, potenziali vittime che devono adottare comportamenti prudenti per proteggersi. Questa rappresentazione può produrre una conseguenza paradossale: invece di mettere in discussione le condizioni che generano la violenza, finisce per limitare la libertà di chi la subisce. Da qui nascono pratiche collettive come le passeggiate transfemministe e altre iniziative attraverso le quali le donne rivendicano semplicemente il diritto di esserci.
Camminare insieme, attraversare una strada, occupare una piazza, mostrarsi nello spazio pubblico significa allora trasformare temporaneamente quel luogo. La presenza collettiva modifica il significato dello spazio e mette in discussione l’idea che alcuni luoghi appartengano più a determinate persone che ad altre.
La lezione che arriva da queste esperienze è che le donne possono essere costruttrici di città anche senza essere necessariamente architette, urbaniste o progettiste. La città cambia anche attraverso le pratiche quotidiane, le relazioni, le mobilitazioni e le forme di autorganizzazione.
Le esperienze storiche mostrano che è possibile creare luoghi nei quali autonomia e comunità non siano in contraddizione. Si può costruire uno spazio capace di offrire protezione senza isolamento, vicinanza senza perdita di autonomia, condivisione senza cancellare la dimensione individuale.
È soprattutto la distinzione rigida tra casa e città a essere messa in discussione. La casa può diventare un luogo aperto alla comunità; la strada può trasformarsi in uno spazio di relazione; un quartiere può diventare una rete di sostegno.
In questa prospettiva, abitare non significa semplicemente occupare uno spazio, ma partecipare alla sua costruzione. E forse proprio qui si trova il significato più profondo dell’espressione “oltre la soglia”. Attraversare la soglia non significa soltanto uscire dalla casa. Significa trasformare il rapporto tra spazio privato e spazio pubblico, portando nella città pratiche di collaborazione, autonomia e cura.
Le esperienze delle donne raccontate nell’articolo mostrano così una possibilità più generale: immaginare una città nella quale la cura non sia invisibile né confinata dentro le mura domestiche, ma diventi una responsabilità condivisa e un elemento centrale dell’organizzazione urbana.
Una città, in altre parole, non soltanto da attraversare o da abitare, ma da costruire insieme.
In copertina: case di Amsterdam. Foto di Chiara Belingardi.
***
Articolo di Chiara Belingardi

Ricercatrice in urbanistica, è docente e organizzatrice del Master Città di Genere. Metodi e tecniche di pianificazione e progettazione urbana e territoriale dell’Università di Firenze. È autrice con Zaida Muxì e Flavia Pesce delle Linee Guida per Progetti inclusivi dal Punto di vista di Genere (2022) e con Daniela Poli e Stefania Ragozino di Prospettive Femministe sulla Città (CNR, 2025).
