Nei giorni scorsi ho visto un meme divertente, ve lo descrivo: nella parte superiore, una donna con il burqa e, nella parte inferiore, una donna, che poteva essere la stessa, con volto scoperto, canotta e minigonna nere. Le due immagini erano accompagnate da questo testo: «Ho tolto il burka per far contenti Salvini e Meloni, ma ora Tajani mi dice che la minigonna mi fa apparire poco affidabile».
Il meme riassume un po’ le discussioni delle settimane scorse, dopo l’ennesima gaffe, stavolta sessista, di Tajani, a seguito della quale c’è stata un’esplosione di meme per prenderlo in giro, ricca, varia, divertente, che è riuscita a tirarci un po’ su il morale. Un paio d’anni fa avevo scritto un piccolo libro sul sessismo diffuso attraverso i meme e concludevo proprio auspicando che diventassero anche uno strumento per ridicolizzare il sessismo.
Dicevo, il meme, deridendo l’uscita di Tajani, riassume le discussioni su veli e burqa, ma spiega anche bene perché il corpo delle donne, il modo in cui si vestono o si spogliano, o si truccano o scelgono di non truccarsi o sono sempre perfettamente pettinate o decidono di non dare peso alla piega dei capelli, sia sempre sotto la lente di ingrandimento.
Burqa o lunghezza gonna sempre controllo è. Naturalmente è controllo rigido, direi totale, da parte di chi impone alle donne regole severissime, non solo di abbigliamento ma di vita, ma è controllo anche quello di chi ci osserva per strada (noi donne siamo continuamente osservate, a qualsiasi età) o si esprime come il ministro degli Esteri che, comunque, ha detto cose che tanti uomini pensano (e dicono, a proposito delle donne stuprate) o influenza le nostre scelte attraverso messaggi pubblicitari e mediatici in generale.
Parlando di quel che avviene sul corpo delle donne in queste ultime settimane non si può tacere delle battute e dei meme che abbondano su come Giorgia Meloni appaia sempre più diversa nei lineamenti e, non possiamo negarlo, sempre più bella oltre che più giovane. Non mi unisco al coro di critiche su come abbia scelto di rifare i suoi lineamenti perché anche questa è una libertà femminile, che può non piacerci, ma va accettata (Meloni la giudico per altro). Non possiamo rivendicare la libertà dai veli o la lunghezza delle gonne e al contempo poi protestare per un lifting o, in altri casi, per un costume troppo ridotto. Casomai siamo costrette a una riflessione sui modelli espressi dai media che portano tante donne a esasperare l’idea della bellezza e cercare di raggiungerla al punto di non essere più se stesse.
Dunque farei la stessa riflessione che vale per le ragazze con il velo che per i lifting: la libertà non si conquista a colpi di precetti o di critiche ma apprendendone il valore e acquisendo la consapevolezza di poterla perseguire. Sembra facile dire che bisogna seguire i propri desideri, ma spesso i desideri sono manipolati dall’educazione, dai modelli mediatici, dalle pubblicità, dalle rappresentazioni di vario tipo. Quindi si deve educare a riconoscere il proprio reale desiderio.
I consigli, gli obblighi e i precetti lasciamoli ai talebani, agli imam, agli ayatollah… oppure a Tajani. Io preferisco la discussione, il confronto, credo nel potere della relazione e soprattutto nella forza di un ambiente scolastico sano, quale luogo per discutere, tra le tante cose, anche della libertà femminile.
Ci siamo stancate di essere giudicate dall’aspetto fisico, ci siamo scocciate di dover sottostare a una serie di regole che per gli uomini non esistono: occuparci della ricrescita, ricordarci di dare un po’ di colore alle guance…
Se mi sono anche stancata dei post che affiancano le foto di Meloni di oggi a quelle di cinque/dieci anni fa, detesto quelli, ancora più brutti, che deridono il volto di Elly Schlein o il suo abbigliamento troppo casual. Per non parlare di chi ci spoglia, o ci paragona, con l’intelligenza artificiale.
Infatti, ugualmente assai sgradevole è la finta foto con Giorgia Meloni e Silvia Salis, la prima imbruttita e resa goffa e la seconda che appare ancora più avvenente, usando, in modi diversi, entrambi i loro corpi. Le donne sono sempre ridotte al livello dei concorsi di bellezza.
Comunque, non era per la sua avvenenza o eleganza che abbiamo desiderato una donna presidente del Consiglio. L’abbiamo desiderata perché facesse politiche per le donne, per la sanità, per il lavoro, per la famiglia, per la scuola, per la casa. Non avremmo mai immaginato che la ministra per le Pari opportunità e la famiglia del primo Governo presieduto da una donna avrebbe dichiarato: «I figli sono un problema delle madri, non disturbiamo i padri».
Ma torniamo al tema del velo di cui si discute insistentemente in questi giorni. Sono assolutamente inorridita da burqa e niqab che cancellano totalmente le donne nello spazio pubblico, il cui divieto considero completamente giustificato, ammesso che non esistesse già. Ma non penso che in Italia, nelle scuole, siano un problema reale perché, se esistono ragazze, nel nostro Paese, cui vengono imposti, certamente queste ragazze non hanno il permesso di andare a scuola.
Non ho invece una posizione assoluta, e diffido delle risposte che pretendono di essere definitive, sullo hijab, che secondo me impone riflessioni più complesse.
Sogno un mondo in cui tutte le bambine, le ragazze, le donne siano libere da costrizioni e simboli religiosi, soprattutto non simmetrici per entrambi i sessi, ma come arrivarci?
Lo hijab può essere imposto dalla famiglia o dalla comunità religiosa e in questo caso è necessario sostenere chi vuole liberarsene, come abbiamo fatto, anche solo manifestando, per le donne iraniane, e pretendendo interventi internazionali reali contro i Paesi che impongono questi e altri terribili imposizioni. Tuttavia, se viene indossato da una donna adulta per fede, appartenenza culturale o scelta personale perché lo Stato dovrebbe vietarglielo? Lo Stato che obbliga a scoprirsi non è poi così diverso da un padre o un marito che obbligano a coprirsi, esercitano sempre una forma di dominio. Sempre di una decisione sul corpo femminile si tratta. Cambia l’autorità, ma resta la stessa sottrazione di libertà. Mi viene in mente la mia professoressa di inglese del liceo che criticava aspramente i miei zoccoli, negli anni Settanta, e arrivò a chiedermi esplicitamente di non indossarli nelle sue ore.
Credo che una posizione laica dovrebbe combattere ogni imposizione del velo e rispettare chi sceglie liberamente di portarlo. La libertà vale anche quando produce scelte che non condividiamo e che personalmente non faremmo. Altrimenti la libertà diventa soltanto il diritto di far vivere gli altri come piace a noi. E, soprattutto, la libertà non va imposta ma va conquistata e va sostenuta quando c’è la consapevolezza di desiderarla. Altrimenti è imposizione.
E, secondo me, le battaglie di libertà vanno condotte dentro la scuola e non creando le condizioni perché a scuola le ragazze non ci vadano più.
Ricordo un incontro che tenni in una scuola primaria di provincia una quindicina di anni fa. Una bimbetta di religione musulmana, comunque senza velo perché era piccina, ci chiese perché le bambine non possono andare in bicicletta. Le spiegammo che non esiste un divieto generale ma solo della sua religione e della sua famiglia e lei ci ascoltò con estrema attenzione. Comprese che non era un limite alle bambine ma a lei. Ebbene, io sono convinta che quella bimbetta sia oggi una ragazza che va anche in bicicletta perché la scuola l’ha aiutata a capire la differenza fra il mondo in casa e fuori e a pretendere la sua libertà. E comunque, non esiste al momento un disegno di legge per vietare il velo, ma si fa in modo di parlarne come se esistesse, perché siamo in campagna elettorale.
La sinistra e le femministe, sulle cui scelte c’è sempre qualcuno che deve pontificare, fanno fatica a parlare del velo? Lasciano il tema della libertà delle donne islamiche alla destra? Sostengono l’islamismo?
No, la sinistra e il femminismo cui sento di appartenere sono per la libertà acquisita con consapevolezza, la libertà conquistata, la libertà non imposta, che è poi un ossimoro. Quando mi occupavo di promozione della lettura citavo l’incipit di Come un romanzo di Daniel Pennac:
«Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare, il verbo sognare. Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: Amami! Sogna! Leggi! Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere! Sali in camera tua e leggi! Risultato? Niente. Si è addormentato sul libro».
E io aggiungerei: «Neanche il verbo liberarsi sopporta l’imperativo».
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Articolo di Donatella Caione

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.
