Neet: not in education, employment or training. Detti e dette anche “né-né”, o persone inattive, sono i giovani e le giovani che in un dato momento non studiano, non lavorano e non ricevono una formazione. L’acronimo nasce dal report della Social Exclusion Unit del 1999 del Governo britannico per indicare una particolare fascia di popolazione, di età compresa tra i 16 e i 24 anni; in seguito ha mantenuto la definizione ma allargato il campo a cui si riferisce, arrivando anche fino alle persone 35enni.
I e le neet sono un argomento scottante: accusati/e dalle vecchie generazioni di essere nullafacenti, vittime di pigrizia e di indolenza, e visti/e dalle nuove generazioni con il timore di fare “quella fine,” sono il frutto di problemi economici legati al mercato del lavoro, che interessano moltissimi Paesi occidentali. Le giovani donne, in particolare, di età compresa tra i 16 e i 25 anni, più di tutte le altre fasce sono accusate di rimanere come sospese in attesa che qualcuno serva loro su di un piatto d’argento l’opportunità della vita. L’Istat, a tal proposito, sembra dare ragione a questa versione dei fatti, osservando che le “né-né” sono il 14,9%, contro i né-né che si fermano all’11,8%.
L’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), tuttavia, ha voluto andare più a fondo: Occhi di ragazze è un’indagine qualitativa su povertà educativa e giovani donne nelle periferie urbane, curata dalla ricercatrice Gabriella Natoli. Si riporta qui l’abstract della ricerca: «Gli occhi che ci guardano dal titolo sono quelli delle ragazze intervistate in quartieri periferici di quattro città metropolitane italiane (Napoli, Roma, Palermo e Torino), interpellate sui loro percorsi di vita, istruzione, formazione e inserimento lavorativo. Il paper presenta i risultati di un’indagine qualitativa realizzata dall’Inapp, con l’ausilio di Save the Children Italia, nel quadro del PN “Giovani Donne e Lavoro”, dedicata, attraverso una prospettiva di genere, alla condizione delle giovani donne che vivono in contesti urbani caratterizzati da povertà materiale e educativa. La ricerca analizza i percorsi educativi e di accesso al lavoro, con particolare attenzione alla dispersione precoce, all’abbandono scolastico e ai processi di inclusione lavorativa e sociale, considerando il ruolo degli stereotipi di genere e delle fragilità dei contesti. Le testimonianze raccolte restituiscono una condizione complessa, esito di processi cumulativi che attraversano l’intero percorso di vita: dalle difficoltà nei passaggi tra ordini scolastici e tra scuola e lavoro, all’intreccio tra aspettative e stereotipi, che allontanano le ragazze dall’istruzione e dall’acquisizione di competenze, relegandole in una solo apparente inattività o orientandole verso lavori poveri e povertà lavorativa. A partire dalle evidenze emerse dalle interviste a ragazze e testimoni privilegiati, un gruppo multidisciplinare di esperte ed esperti ha definito le coordinate di un modello di network volto a promuovere l’occupabilità delle giovani donne e a rafforzare integrazione tra sistema educativo, servizi sociali, formazione e lavoro».
Le interviste sono state condotte su ragazze e “testimoni privilegiati” come assistenti sociali, operatori e operatrici del terzo settore, insegnanti, sindacalisti/e, e rappresentanti istituzionali, toccando le periferie di Palermo (Zen, Zen2, Borgo Nuovo, Borgo Vecchio, La Kalsa, Il Capo), Napoli (Scampia, Rione Traiano, Pianura, Secondigliano), Roma (Tor Bella Monaca, Torre Maura, San Basilio, Boccea, La Pisana, l’occupazione abusiva Spin Time) e Torino (Porta Palazzo, Aurora, Barriera di Milano, Falchera, Vallette). Tutte aree urbane caratterizzate «da povertà educativa e da alti livelli di disoccupazione giovanile e, in particolare, femminile».

I dati Istat 2023 rielaborati dall’Inapp mostrano un divario geografico tra Nord e Sud: l’uscita precoce dal sistema di istruzione tra i 18 e i 24 anni è del 19,8% a Palermo e del 17,6% a Napoli, contro il 12,3% di Torino e il 9,5% di Roma; dati non dissimili da quelli della disoccupazione nelle stesse aree: 16,9% a Palermo, 14,1% a Napoli, 11,1% a Roma, 10,1% a Torino. Il rapporto prosegue evidenziando come la povertà assoluta coinvolga 1,28 milioni di minori, mentre nel 2024 le donne inoccupate sono oltre 7,8 milioni; di queste, il 16% vogliono lavorare, ma non possono a causa di mancanza di servizi di conciliazione, di formazione o di lavori compatibili con i carichi di cura che sono spesso sulle loro spalle.

Lo stesso studio evidenzia anche che le aspettative delle adolescenti sono alte ma accompagnate da più timori: il 65% delle ragazze immagina di andare all’università (contro il 55% dei ragazzi), ma più di una su tre teme che il lavoro non garantirà sicurezza economica e quasi la metà ha paura di non trovare un impiego dignitoso, in cui essere rispettata e non sfruttata. Quasi una ragazza su tre, inoltre, teme di non poter realizzare i propri desideri in misura significativamente più alta rispetto ai ragazzi. E la realtà del mercato del lavoro odierno dà ragione a questa visione pessimistica: l’Inapp nota la profondità del divario di genere, causato dal fatto che le italiane lavorano molto meno degli italiani e delle loro coetanee europee, e sono più esposte ai rischi della povertà e alle trasformazioni del mercato del lavoro rispetto ai maschi.
Occhi di ragazze mira, alla luce di ciò, «alla definizione di strumenti utili per rafforzare l’occupabilità femminile e per promuovere una maggiore integrazione tra politiche educative, servizi sociali, formazione e lavoro. Particolare attenzione è dedicata alle giovanissime che hanno concluso la scuola dell’obbligo o interrotto precocemente il percorso scolastico e si trovano ad affrontare il delicato passaggio verso il mercato del lavoro, spesso senza adeguati strumenti, reti di supporto o opportunità». Dalle interviste emerge che il primissimo ostacolo alla realizzazione del futuro è geografico, e non solo per la questione meridionale: nei quartieri che sono stati esplorati mancano spesso istituti secondari, fatto che costringe chi vuole proseguire gli studi a spostarsi anche in contesti sociali assai differenti. Ci sono poi barriere simboliche: un’insegnante di Torino rimarca come l’orientamento tenda a indirizzare verso percorsi professionalizzanti, come a dare per scontato che il liceo non sia adatto per chi viene dalle periferie; la frequenza scolastica è spesso disturbata sin dalle elementari e persiste una certa pressione da parte delle famiglie e della comunità a non proseguire gli studi più del necessario, andando a lavorare il prima possibile.
Contrariamente a quanto si pensa, quindi, l’ingresso nel mondo del lavoro non è ritardato, ma anticipato quasi fino alla tarda adolescenza: «[…] prevalgono occupazioni informali, precarie e legate soprattutto alla cura. La maternità precoce è molto diffusa e spesso vissuta come un destino già scritto o come una risposta ai vincoli sociali e culturali del contesto. A ciò si aggiungono stereotipi di genere ancora molto radicati, oltre ad un elevato controllo familiare e di coppia e alla mancanza di un’adeguata educazione affettiva e sessuale, elementi, questi, che limitano ulteriormente l’autonomia delle giovani donne. Queste condizioni producono effetti significativi anche sul piano personale: molte ragazze mostrano bassa autostima, senso di inadeguatezza e difficoltà a immaginare un futuro diverso. Ciò è aggravato anche dall’isolamento territoriale e sociale che riduce le opportunità di confronto e crescita, contribuendo a mantenere basse le aspirazioni e la capacità di progettare il proprio percorso di vita». Ciò che viene davvero rimandato è la possibilità di investire su sé stesse con percorsi formativi adeguati. I lavori più frequenti sono nel mondo dell’estetica, nella pulizia domestica, nella ristorazione, nella vendita e nell’assistenza domiciliare, quasi sempre con retribuzioni minime a fronte di orari pienissimi e l’impossibilità di cercare qualcosa di migliore, perché le competenze che vanno a sviluppare non sono certificate o tutelate, non spendibili sul mercato del lavoro ufficiale. «Training on the job verso il lavoro povero», lo definisce il rapporto. L’inattività stessa è una categoria ingannevole: molte ragazze fanno le caregiver gratis, assistendo persone malate o anziane senza alcun tipo di riconoscimento.
In questo quadro, la famiglia è risorsa e vincolo insieme: le madri lavorano quasi sempre in nero, nel mondo della cura; i padri fanno mestieri manuali con entrate spesso irregolari; i nonni e le nonne, con la loro presenza costante in mancanza di quella genitoriale e la loro pensione, hanno un ruolo centrale nelle dinamiche familiari; una fitta rete femminile di madri, zie e cugine è un sostegno psicologico indispensabile. La maternità, in particolare, è vista dalle intervistate come un naturale progetto di vita, coerente con le loro risorse ed esperienze, a prescindere dalla preoccupazione delle operatrici che le hanno in carico.
Il quartiere di provenienza è sia un rifugio che una gabbia, perché lo stigma sociale impedisce di trovare lavoro in altre zone e la mancanza di una rete di mezzi pubblici adeguata porta a riconsiderare i propri spostamenti in determinati orari e a telefonate costanti ai membri della propria famiglia per far sapere la propria posizione. «Gli operatori hanno evidenziato numerose criticità» continua il rapporto, «tra le quali spicca, comune ai contesti esaminati, la frammentazione dei sistemi di intervento, secondo cui i servizi per il lavoro, l’orientamento e l’inclusione sociale risultano spesso poco coordinati tra loro: scuola, centri per l’impiego, terzo settore e servizi sociali operano in parallelo più che in integrazione».
Il terzo settore svolge una funzione di ponte: funzionano i servizi di prossimità, gli approcci che uniscono orientamento, sostegno psicologico e laboratori pratici, i percorsi personalizzati e le figure adulte di riferimento, i natural helpers, la cui assenza si traduce in «percorsi interrotti e potenziali non espressi». Le periferie non sono solo luoghi di disagio ma anche di solidarietà e innovazione sociale, specie al Sud: «Nelle città analizzate, infatti, cooperative, associazioni e fondazioni svolgono una funzione decisiva nel colmare le distanze tra istituzioni e bisogni reali attraverso azioni come l’accompagnamento personalizzato, la costruzione di fiducia, il supporto educativo e il riconoscimento delle competenze informali».

Il principale prodotto della ricerca è un modello di intervento, le reti annidate, articolato su tre livelli:
– macro: indirizzi strategici, risorse e standard di qualità;
– meso: governance territoriale e coordinamento tra servizi pubblici e imprese sociali;
– micro: équipe multidisciplinari che lavorano nei luoghi di vita delle ragazze, con due figure chiave: l’operatore di rete (primo contatto) e il case manager (titolare del percorso individuale).
«A differenza di una rete intesa come entità unica, stabile e formalizzata, le reti annidate sono plurali (non esiste una sola rete, ma molteplici configurazioni locali), situate (emergono dai contesti specifici di intervento), flessibili (si attivano e riconfigurano in base ai bisogni), relazionali (si fondano su legami fiduciari tra attori) e parzialmente informali (spesso eccedono i confini strettamente amministrativi dell’azione istituzionale)».
Tra gli strumenti, sportelli di prossimità nei luoghi di aggregazione, logiche peer-to-peer e un uso strutturale del digitale che deve affiancare — e non sostituire — la presenza sul territorio. Al centro c’è la “presa in accompagnamento”: una relazione che attraversa scuola, formazione e lavoro e resta anche quando il percorso si spezza. Per la valutazione si propongono indicatori quantitativi (rientri in formazione, continuità occupazionale a sei e dodici mesi, stabilità delle partnership) e qualitativi (autoefficacia, fiducia nei servizi, ampliamento dell’immaginario professionale).
Occhi di ragazze invita a ripensare le categorie, a partire da neet e inattività, giudicate inadeguate e irrispettose per descrivere queste ragazze. E avanza indicazioni di policy: percorsi di presa in carico personalizzati e differenziati per genere, orientamento continuativo sui punti di caduta (passaggi tra cicli scolastici, transizioni scuola-lavoro), un’offerta integrata tra istruzione, formazione, servizi sociali e per il lavoro, servizi per il lavoro di prossimità, standard minimi di qualità del lavoro perché il primo impiego non sia un ingresso precoce nel lavoro povero, e servizi di conciliazione. Con una cautela: politiche place-based, concentrate sui territori più vulnerabili, per evitare il cosiddetto “effetto Matteo”, per cui gli interventi finiscono per premiare i più pronti a coglierli e mancano i destinatari più fragili. Un limite va ricordato: si tratta di 25 storie scelte per varietà, non di un campione statistico. Ma il messaggio che ne esce è chiaro: per capire cosa serve a queste giovani donne bisogna cominciare a guardare il mondo con i loro occhi.
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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.
