Sostenibile per chi?

Al banco del pesce la sostenibilità ha spesso il colore dell’acqua pulita e la forma di un’etichetta che promette attenzione verso l’ambiente e che ci permette di tornare a casa senza troppi sensi di colpa. Nel frattempo l’animale è già diventato un prodotto e la sua vita non conta nulla rispetto alla nostra voglia di appagamento culinario: ci basta conoscerne l’origine, ma non ci domandiamo mai ciò che ha attraversato prima di finire nel nostro carrello della spesa. 
Da questa distanza prende le mosse la conversazione con Simone Montuschi, presidente di Essere Animali, nella puntata di Considera l’armadillo del 25 settembre 2026, condotta da Cecilia Di Lieto e Federica Giordani su Radio Popolare. L’intervista sugli allevamenti ittici porta a chiedersi quanto sia credibile definire sostenibile una produzione nella quale la sofferenza degli animali rimane una variabile secondaria. La domanda riguarda l’acquacoltura, che comprende l’allevamento di pesci, molluschi e altri organismi acquatici, anche con sistemi estensivi. La conversazione si concentra sugli allevamenti intensivi di pesci, in vasche a terra e gabbie in acqua: secondo la FAO, nel 2022 l’acquacoltura ha fornito il 51% della produzione mondiale di animali acquatici in peso, superando per la prima volta la pesca di cattura, in un conteggio che include anche organismi diversi dai pesci. Proprio il peso è l’unità attraverso cui questo mondo viene raccontato, osserva Montuschi, perché i pesci sono contati in tonnellate, una misura che da sola non restituisce quanti individui vivano e muoiano dentro quella quantità. Essere Animali stima che in Italia siano oltre cento milioni all’anno, per circa cinquantamila tonnellate: una stima che rende visibili gli animali dietro una produzione il cui peso tace sull’esperienza degli esseri viventi. 

Quell’esperienza riguarda anche il dolore, che non può essere liquidato come sentimentalismo: la revisione di Lynne Sneddon del 2019, pubblicata dalla Royal Society, raccoglie evidenze sui recettori degli stimoli nocivi e sulle risposte comportamentali e fisiologiche, alcune delle quali persistono oltre il riflesso immediato e vengono attenuate dagli analgesici. La ricerca distingue la nocicezione (cioè la rilevazione di uno stimolo dannoso) dall’esperienza del dolore, e il quadro delle evidenze sostiene fortemente la capacità dei pesci di provarlo; ignorare quella sofferenza perché manca un grido umano incrina sempre più il nostro alibi e diviene sempre meno giustificabile. Ignorarla pesa soprattutto nell’abbattimento, quando, come denuncia Montuschi, i pesci sono immersi in acqua e ghiaccio o lasciati morire per asfissia fuori dall’acqua, scambiando l’immobilità per assenza di sofferenza. Per spigole e orate, una revisione scientifica del 2021 rileva che la miscela di acqua marina e ghiaccio non è pienamente adeguata al benessere perché la perdita di coscienza è ritardata; anche il Codice sanitario per gli animali acquatici dell’OMSA, capitolo 7.3 include raffreddamento con ghiaccio e asfissia tra i metodi associati a scarso benessere, indicando di evitarli quando siano praticabili alternative appropriate alla specie. Se queste conoscenze esistono, il modo in cui vengono tradotte in obblighi riguarda direttamente la politica, come mostra il regolamento europeo 1099/2009, che agli articoli 1 e 3 estende ai pesci il principio generale di risparmiare dolore, angoscia e sofferenze evitabili durante l’uccisione, escludendoli però dalle altre prescrizioni dettagliate del regolamento. La debolezza della disciplina specifica lascia alle scelte produttive una parte decisiva dell’applicazione del principio, quando servirebbero garanzie indipendenti da chi alleva.

Anche le promesse delle certificazioni richiedono attenzione, e Montuschi richiama il giudizio negativo sul disciplinare italiano «Acquacoltura Sostenibile», riconosciuto dal Ministero dell’agricoltura. Nel benchmark 2026 dell’Aquatic Life Institute, su dodici certificazioni e due agenzie di rating, il sistema italiano risulta penultimo fra le certificazioni, con 2,55 punti su dieci, secondo il comunicato di Essere Animali ripreso dalla stampa, che segnala fra le carenze l’assenza di requisiti espliciti sullo stordimento efficace. Il risultato ha però un perimetro preciso, poiché Ali — Aquatic Life Institute — valuta il contenuto degli standard sul benessere animale senza misurare direttamente le condizioni negli allevamenti o la sostenibilità ambientale complessiva, come ricorda anche l’Associazione Piscicoltori Italiani nella sua risposta, richiamando i parametri già previsti su acqua, densità e salute. La precisazione lascia aperta la domanda su quali garanzie offra il marchio durante l’uccisione, che richiede una risposta verificabile.
La promessa di ridurre la pressione sui mari va verificata anche guardando a ciò che mangiano i pesci allevati, perché i mangimi delle specie carnivore possono contenere farine e oli ottenuti da pesci selvatici, mantenendo così un legame con la pesca che la presenza di una gabbia non cancella. La revisione di Rosamond Naylor e altre ricercatrici e ricercatori su Nature, del 2021 documenta progressi nell’efficienza alimentare, ma anche una persistente dipendenza da ingredienti marini. Per valutarne il peso bisogna conoscere la composizione dei mangimi, che possono contenere altri ingredienti e sottoprodotti della lavorazione del pesce: la quantità di mangime consumata, quindi, non coincide con quella di pesce selvatico pescato per produrlo. Allevare pesci può modificare la pressione sulle risorse marine, ma non garantisce, da solo, di eliminarla. Questo legame non autorizza ad attribuire a ogni prodotto ittico lo stesso impatto della carne, perché lo studio di Jessica Gephart e colleghi su Nature, del 2021 mostra differenze ampie fra specie e sistemi produttivi, con impatti relativamente contenuti per alcuni alimenti acquatici. Questa diversità richiede una valutazione ecologica e una etica, senza usare un vantaggio climatico per assolvere dalla sofferenza evitabile o estendere un indicatore favorevole a tutto il resto. 

Le scelte pubbliche si leggono anche nei finanziamenti, come emerge dal rapporto Nuove rotte per l’acquacoltura, realizzato con il supporto tecnico di The Good Lobby, nel quale Essere Animali analizza il Programma nazionale Feampa 2021-2027, dotato di circa 987 milioni di euro fra risorse europee e cofinanziamento nazionale, destinati alla pesca, all’acquacoltura e ad altri interventi del programma. Secondo l’analisi, circa otto milioni riguardano la voce «Salute e benessere degli animali» (meno dell’1% del totale), una quota della linea dedicata che però non esaurisce gli interventi potenzialmente utili al benessere. Destinare quei finanziamenti a sistemi di stordimento efficace, alla formazione del personale e ai controlli significa usare il denaro pubblico per ridurre la sofferenza dei pesci, ma non significa eliminarla del tutto. Governo e Regioni devono stabilire le condizioni per accedere ai fondi e controllare che vengano rispettate, senza lasciare che la tutela degli animali dipenda soltanto dalla sensibilità di chi acquista: possiamo scegliere di non consumare pesce, ma le decisioni su quali pratiche finanziare con risorse pubbliche restano una responsabilità delle istituzioni.
A quella decisione il pesce sul banco non può partecipare né contestare il disciplinare, lasciando dalla nostra parte il potere di definire le condizioni della sua vita. Una politica che riconosce soltanto chi può far valere i propri interessi finisce per chiamare sostenibile ciò che conviene ai soggetti più forti: guardare dentro le gabbie significa allora chiedere conto di questa esclusione, senza accettare la parola stampata sull’etichetta come risposta sufficiente. 

Copertina: foto di Thomas Winter.

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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