A distanza di un mese ricorderemo Edmondo De Amicis e Carlo Lorenzini: ligure-piemontese l’uno, toscano l’altro, di famiglia borghese e benestante l’uno, povera l’altro, padri entrambi della letteratura per l’infanzia nella seconda metà dell’Ottocento, ma pure giornalisti e patrioti, erano nati a distanza di venti anni precisi: De Amicis nel 1846, Lorenzini nel 1826; morirono tutt’e due a poco più di sessant’anni, nel pieno della fama, acquistata in un caso con Cuore, nell’altro con Le avventure di Pinocchio.
A 180 anni dalla nascita, stiamo per affrontare il primo, visto che gli spunti offerti ancora oggi sono vari e meritevoli di attenzione.

Edmondo De Amicis nacque a Oneglia (Imperia) il 21 ottobre 1846, aveva un padre banchiere regio e studiò a Cuneo e a Torino; divenuto sottotenente, aderì alle campagne antiaustriache dopo l’Unità, nel 1863. Nel 1891 si iscrisse al Partito Socialista e fu affermato giornalista, reporter dall’estero (Marocco, Olanda, Parigi, Londra, Costantinopoli), bozzettista e scrittore. Negli ultimi anni abbandonò la vena creativa, oppresso da lutti e dolori; gli morì la madre a cui era molto legato, si acuirono i dissidi con la moglie, il figlio maggiore si suicidò e l’altro si ritirò a vivere in solitudine, per diventare poi avvocato e modesto scrittore, morendo senza eredi; in seguito il cospicuo patrimonio scomparve misteriosamente. De Amicis si limitò in quel periodo a pubblicare le Memorie (1900), i Ricordi d’infanzia e di scuola (1901) e un omaggio a Manzoni dal titolo L’idioma gentile (1905). Morì a Bordighera l’11 marzo 1908.
Del celebre romanzo Cuore, uscito con grande successo nel 1886, 5 anni dopo il capolavoro di Collodi, si sa molto, o almeno si crede di ricordare più o meno la trama, imperniata su un anno scolastico raccontato dal bambino Enrico Bottini, pur essendo passato di moda e ritenuto un testo superato nella forma e nei contenuti. Tuttavia ebbe un ruolo importante nell’educazione delle giovani generazioni che dovevano formarsi in quanto cittadini e cittadine italiane dell’appena nato Regno: come aveva operato Manzoni con I promessi sposi, in primo luogo c’era bisogno di utilizzare e diffondere una lingua unitaria e comprensibile ovunque, in opposizione ai dialetti ancora predominanti. Si doveva poi dare il senso dello spirito risorgimentale e della “patria” a chi non si sentiva pienamente rappresentato, una patria garantita dalle comuni leggi e dalle istituzioni. C’era la necessità di fornire alle scuole primarie (o elementari) un romanzo accattivante, che fosse specchio della società e che ponesse attenzione sulle problematiche del tempo: miseria, scarsa scolarizzazione, lavoro minorile, ma pure esaltasse le virtù, il coraggio, l’eroismo, proponendo modelli da imitare ai piccoli lettori e lettrici. Da evidenziare che non fu gradito al clero e alle persone cattoliche praticanti perché a fede, sacramenti e religione non si fa alcun cenno; significativo del resto che non ci siano alunne in una classe solo maschile, come era prassi comune all’epoca. Nell’opera le figure di donna sono assai poche, quella che più si ricorda è la maestrina dalla penna rossa, prototipo della nuova professionalità di recente estesa al genere femminile, a cui fanno da cornice la maestra Delcati e un’altra insegnante che muore prima della fine del romanzo. Probabilmente la “maestrina”, che indossa appunto un cappello con una piuma colorata, corrisponde a una figura davvero esistita: la maestra torinese Giuseppina Eugenia Barruero (1860-1957).

Abbandonato Cuore, a noi interessa piuttosto occuparci di un racconto semisconosciuto che ebbe la fortuna di essere “ripescato” da Italo Calvino per la collana “Centopagine” di Einaudi, nel 1971: Amore e ginnastica, «probabilmente il più bello, certo il più ricco di humour, malizia, sensualità, acutezza psicologica che mai scrisse Edmondo De Amicis» (Calvino nella Nota introduttiva).

Uscito in modo quasi clandestino nel 1892, è inserito fra i bozzetti del volume Fra Scuola e Casa e ribalta completamente la nostra visione dell’autore. «La casa si prestava ai maneggi e ai segreti d’una passione amorosa. Era una delle più vecchie case di Torino, un antico convento, dicevano»; e qui di passione si parlerà, con al centro una maestra di ginnastica (o meglio di educazione fisica, come già si preferiva dire allora), bella, imponente, atletica e dominatrice, dalla potente voce di contralto, quasi baritonale, “la Pedani“, chiamata sempre per cognome, come si usava nelle scuole e fra persone educate e rispettose. Nel film che nel 1973 fu tratto dal racconto, per la regia di Luigi Filippo D’Amico, era interpretata da Senta Berger, giunonica attrice austriaca, mentre il ruolo del giovane ex seminarista, timido e timoroso, che la adora, Simone Celzani, fu affidato a Lino Capolicchio. Ma… c’è un ma piuttosto conturbante e ambiguo: la maestra convive con una collega, “la Zibelli“, «in un ménage di nubili che ha molte caratteristiche d’un matrimonio» (scrive ancora Calvino); donna questa minuta, femminile, riservata e assai gelosa della compagna, nella pellicola interpretata da Adriana Asti.
A una rilettura odierna il racconto lungo (o romanzo breve) si impone per il gustoso tratteggio dei caratteri e dei rapporti, per la modernità delle situazioni, per certi dettagli di un erotismo garbato, fra cui spiccano una forma di feticismo legata ai provocanti stivaletti indossati dalla maestra e una buona dose di masochismo, troviamo persino il voyeurismo: Celzani spia di nascosto dal buco della serratura o dall’interno di un abbaino segreto; comunque il tutto è filtrato attraverso l’ironia e «una misura, una civiltà veramente rare, priva di complicità ma piena di comprensione umana» (Calvino). Interessante pure il quadro generale: una Torino ottocentesca e una realtà scolastica che ancora una volta attraggono e coinvolgono il nostro autore, con esiti peraltro divergenti rispetto al moralismo di Cuore. Vari amori si intrecciano, passioni sopite, dichiarazioni deluse, mentre l’affascinante maestra che rappresenta il fulcro della storia respinge gli spasimanti, tutta presa dalla sua missione: diffondere il metodo di Emilio Baumann, in opposizione alla dottrina rivale di Rudolf Obermann, i pionieri di un’epoca rivolta al progresso e alla modernità. Il finale riserva una sorpresa in grado di alludere a sviluppi futuri: «nella gioia delirante che lo invase in quell’immenso paradiso oscuro dove si sentì sollevato come da un turbine, non poté cacciar fuori che un grido strozzato: ― Oh!… Dio grande!».
Vale la pena ripescare in qualche biblioteca quel testo che ancora coinvolge e diverte, utile per dare una diversa considerazione allo scrittore, meritevole di una pur tardiva riscoperta.
In copertina: Amore e ginnastica, Senta Berger, la bella protagonista. Immagine di pubblico dominio.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
