«Si andava a piedi fino a Malta». Così, a fine settembre, molti giornali hanno riportato i risultati della campagna Bridges, che ha mappato i fondali marini tra la Sicilia sud-orientale e l’arcipelago maltese. Qualcuno ha scritto anche che lo studio era stato pubblicato su Nature. Non è così: su Nature, un anno e mezzo fa, era uscito un altro lavoro che racconta quasi il contrario, e la storia è più interessante dei titoli acchiappa-lettori.
Il mese scorso ho raccontato che il Mediterraneo, alla fine del Messiniano, evaporò, e la soglia del Canale di Sicilia emerse unendo Africa ed Europa. Qui si parla dello stesso tratto di mare, ma a scala diversa: questa volta il ponte lo costruisce il ghiaccio, e dura appena qualche decina di migliaia di anni.
Durante l’Ultimo Massimo Glaciale, tra circa 26.500 e 19.000 anni fa, le calotte glaciali dell’emisfero settentrionale intrappolavano così tanta acqua da far scendere il livello del mare di circa 130 metri rispetto a oggi. Tra Sicilia e Malta il fondale è poco profondo: ne emergeva una lingua di terra lunga, a seconda delle ricostruzioni, tra 90 e 105 chilometri e larga una quarantina. Malta e Gozo erano, a tutti gli effetti, l’estremità meridionale della Sicilia.

Robert A. Rohde / Global Warming Art, dati Fleming et al. 1998 e Milne et al. 2005. CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons.
Poi, tra 20.000 e 18.000 anni fa, i ghiacci cominciarono a fondere e il livello del mare salì. Secondo la ricostruzione pubblicata nel 2016 da Federica Foglini, del Cnr-Ismar, e colleghe/i, intorno a 12.900 anni fa il ponte era ormai in gran parte sommerso e l’arcipelago maltese si era staccato dalla Sicilia, pur misurando ancora 720 chilometri quadrati, più del doppio di oggi. Bridges, progetto del Cnr-Ismar, dell’Ogs e dell’Università di Malta, è nato per guardare da vicino quel paesaggio ora sommerso. La capo missione è Maria Filomena Loreto, del Cnr-Ismar, con Emanuele Lodolo dell’Ogs. I dati sono stati raccolti durante due crociere scientifiche della nave oceanografica Gaia Blu: la prima, a cavallo del Capodanno 2026, rovinata dal maltempo; la seconda, dal 25 agosto al 1° settembre, con mare perfetto. In una settimana sono stati percorsi oltre 1.800 chilometri di rilievi con ecoscandagli multibeam, strumenti che “illuminano” il fondale con un ventaglio di impulsi sonori e ne ricostruiscono la forma in tre dimensioni, e con altrettanti profili sismici ad alta risoluzione, che permettono di indagare le prime decine di metri di sedimenti sotto il fondale.

15.000 anni fa (−100 m) il ponte si era ridotto a una sottile striscia; 10.000 anni fa (−45 m) Malta, Gozo e Comino formavano ancora un’unica isola.
Da Rossi S., Prampolini M. et al. (2025), Earth Surface Processes and Landforms 50, e6061. CC BY 4.0.
Le carte batimetriche disponibili, comprese quelle europee, in quel tratto presentano vistose lacune e non rappresentano correttamente la morfologia. Lo scrivono gli stessi ricercatori nel rapporto di campagna: acque vicine alla costa, attraversate da navi da millenni, e ancora in buona parte sconosciute. Ci si è sempre passati, ma non si è mai davvero guardato il fondale da vicino.
Ancora più sorprendente è la forma del “ponte” che non era una passerella piatta, come le carte lasciavano credere. Il multibeam mostra una serie di rilievi allungati in direzione nord-nordest, discontinui, separati da depressioni; i profili sismici rivelano piccole lagune tra una dorsale e l’altra. L’analogia proposta è quella delle attuali piattaforme tropicali poco profonde: zone basse, creste e barriere, bacini protetti. Più che un istmo, un “arcipelago perduto”, solcato da canali e bracci di mare poco profondi. Sul margine occidentale c’è una zona dalla superficie molto rugosa che potrebbe essere stata un’antica scogliera. Più a est, a circa 95 metri di profondità, è comparso anche un campo di vulcani di fango, piccoli coni da cui risalgono fanghi e gas. Con il ponte non c’entra direttamente, ma è un buon promemoria: quando si guarda un fondale per la prima volta, si trova sempre qualcosa che non si cercava.
In cinque siti sono stati raccolti anche campioni. In cima alla dorsale centrale, a 80 metri di profondità, sono state trovate sabbie costituite quasi esclusivamente di gusci e frammenti di organismi, foraminiferi, briozoi e ricci di mare: un ambiente battuto da onde e correnti. In una presunta antica laguna, a 110 metri di profondità, sono stati raccolti campioni di sabbia più eterogenea, contenente frammenti di roccia: lì arrivava materiale proveniente da terra. Il vero bersaglio, la superficie di erosione lasciata dal mare mentre risaliva e spazzava via la vecchia terraferma, per ora non è stato raggiunto. Bisognerà perforare più a fondo per raccogliere i sedimenti sottostanti e serviranno anche le datazioni al radiocarbonio dei frammenti fossili, per stabilire quando le diverse parti del ponte sono state sommerse.

Foto Frank Vincentz. CC BY-SA 3.0 / GFDL, Wikimedia Commons.
E qui arriviamo al «si andava a piedi». Che il corridoio sia stato percorso da animali è quasi certo, e non solo nell’ultimo periodo glaciale. Malta è stata collegata via terra alla Sicilia più volte, a ogni grande abbassamento del mare. Ce lo raccontano le grotte maltesi: a Għar Dalam, una galleria carsica di 144 metri vicino a Birżebbuġa, gli strati più profondi sono ricchi di ossa di elefanti e ippopotami nani. È il cosiddetto nanismo insulare: su un’isola, con poco cibo e senza grandi predatori, un corpo più piccolo diventa un vantaggio e, generazione dopo generazione, i giganti si ridimensionano.
Gli elefanti di Malta e della Sicilia appartenevano al genere Palaeoloxodon, quello dell’elefante dalle zanne dritte, che nell’Europa continentale poteva superare i quattro metri al garrese. Il suo discendente insulare, Palaeoloxodon falconeri, da adulto raggiungeva poco più di un metro. Elefanti e ippopotami scompaiono dalla grotta circa 80.000 anni fa. Erano arrivati dalla Sicilia e, prima ancora, dal continente europeo: dall’Africa, a Malta, non arrivava nessuno.


SlvrHwk. CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons.
E gli esseri umani? Nell’aprile 2025 il gruppo guidato da Eleanor Scerri, del Max Planck Institute of Geoanthropology e dell’Università di Malta, ha pubblicato su Nature gli scavi della grotta di Latnija, nel nord di Malta: focolari, strumenti in pietra, resti di cervi, tartarughe, volpi e uccelli, e poi foche, cernie, migliaia di molluschi marini, granchi e ricci, tutti cotti. Cacciatori-raccoglitori presenti a Malta circa 8.500 anni fa, un millennio prima degli agricoltori. Il dettaglio decisivo è la data: 8.500 anni fa il ponte era sott’acqua da oltre quattro millenni. Per arrivare a Malta quei gruppi mesolitici hanno dovuto attraversare un centinaio di chilometri di mare aperto, probabilmente su piroghe. È la traversata più lunga nel Mediterraneo finora documentata per popolazioni di cacciatori-raccoglitori.
Insomma: a piedi, a Malta, ci sono arrivati gli elefanti. Gli esseri umani, per quanto ne sappiamo, ci sono arrivati remando.
Gli stessi ricercatori di Bridges lo scrivono con chiarezza: la nuova mappa del ponte non va letta automaticamente come la mappa della prima rotta umana verso Malta. La domanda cambia e diventa più interessante, non più chi abbia attraversato il ponte, ma come le popolazioni di allora abbiano vissuto un territorio mentre si trasformava in mare. Lagune, fondali bassi, isole che si restringevano di generazione in generazione. Era un ambiente ricco di pesci e molluschi e forse anche una scuola di navigazione. Quella domanda è stata formulata per il Mesolitico, ma è coniugata al presente. Anche noi abitiamo coste che il mare si sta riprendendo. A differenza di quei cacciatori, noi sappiamo anche perché.
In copertina: la Sicilia fotografata dallo Space Shuttle, con vista verso sud. Sullo sfondo, le piccole isole maltesi. Foto Nasa Sts100-713-64 (2001), Earth Science and Remote Sensing Unit, Nasa Johnson Space Center. Pubblico dominio. https://eol.jsc.nasa.gov/DatabaseImages/ISD/highres/STS100/STS100-713-64_2.JPG.
***
Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.
