Da bellum a werra, come cambia la guerra 

Jane Addams, attivista e Premio Nobel per la pace nel 1931, ha detto: «La pace non è semplicemente una passiva assenza di guerra, ma l’amministrazione dinamica della giustizia attraverso la cooperazione… col tempo il nutrimento della vita umana farà svanire la guerra come processo naturale… Il bene che assicuriamo per noi stessi è precario e incerto fino a quando non viene assicurato a noi tutti e incorporato nella nostra vita comune». 
La situazione attuale purtroppo rappresenta il livello di instabilità più alto dal dopoguerra a causa delle 57 guerre aperte in diversi Stati. Eppure, dai tempi antichi a oggi, conosciamo bene perché nascono; infatti, per le guerre le motivazioni si ripetono. Sappiamo che sono guidate da arroganza e ignoranza, da interessi economici, da dispute commerciali, da un desiderio di controllo delle risorse (idriche, minerarie, energetiche ecc.), da dispute territoriali o confinarie, da Stati sovrani indipendenti che non riconoscono un’autorità superiore capace di imporre la giustizia o disarmarli, da motivi etnici, interreligiosi, pseudoculturali, da odio, disinformazione, paura verso gruppi diversi, spesso amplificata dalla propaganda politica per compattare l’opinione pubblica contro un “nemico” esterno da parte di un dittatore o di un potere politico non liberale che, se vede, al suo interno, perdere o incrinarsi il suo potere, distrae la massa del popolo e le opposizioni, o dalla convinzione di dover attaccare per primi per prevenire una minaccia percepita (il cosiddetto dilemma della sicurezza). 
Quello che cambia sono le “soluzioni” tecnologiche e scientifiche adottate da chi esercita la guerra mentre mutano negli anni e nei secoli le strategie di combattimento.

La parola “guerra” deriva dal termine germanico werra (o dal francone werran), che significa “mischia”, “disordine” o “confusione”. E, in effetti, tutti e tutte sappiamo che le guerre non hanno vincitori, sono un business solo per chi vuole speculare su armi e su ricostruzioni postbelliche, creano un senso di vuoto e di perdita, di smarrimento in ognuno/a. 
I dati statistici evidenziano che le guerre sono una sconfitta per l’intera umanità e che, comunque vada, si arriva sempre a un compromesso finale con vittime inaccettabili da ogni parte dei contendenti e delle persone coinvolte; la guerra lascia dolore e fratture nell’anima e strascichi di amarezza tra i popoli. A livello psicofisico, la scienza ci dice che la fine di una guerra non coincide con la fine della sofferenza: il corpo e la mente restano intrappolati in uno stato di allerta cronico che lascia segni profondi e duraturi. 
Durante le invasioni barbariche, il termine germanico werra ha rimpiazzato progressivamente la parola latina classica bellum, che indicava la guerra “ordinata” dei Romani. Nella contrapposizione fra bellum e werra, fra la guerra degli antichi Romani, che aveva un metodo di attacco, e la guerra dei barbari, selvaggia e disordinata, fu la guerra dei barbari tuttavia a prevalere, militarmente e linguisticamente, sull’Impero e nell’Impero, e pare proseguire pure oggi. 
I Romani avevano una rigida regolamentazione giuridico-religiosa che precedeva il conflitto e una disciplina militare senza eguali della legione sul campo di battaglia eppure persero. Per i Romani, una guerra non poteva scoppiare per un semplice impulso. Doveva essere formalmente “giusta” (iusta) davanti agli dei e alle persone, seguendo una procedura rituale e legale precisissima. Se Roma subiva un torto, i Feziali si recavano al confine nemico per chiedere formalmente la restituzione del maltolto o una riparazione (clarigatio). Veniva concesso al popolo rivale un termine esatto di 30 giorni per rispondere. Solo in caso di rifiuto il Senato e il popolo romano potevano votare la guerra. Per dare inizio ufficiale alle ostilità, un sacerdote scagliava una lancia con la punta intrisa di sangue nel territorio nemico (o in un terreno simbolico a Roma). Senza questo preciso ordine burocratico-religioso, la guerra era considerata sacrilega. Ogni singola notte, ovunque si trovasse, l’esercito romano costruiva un accampamento fortificato identico, con strade squadrate, fossati e palizzate. Ogni soldato sapeva esattamente dove dormire e dove posizionarsi in caso di attacco. A differenza delle orde barbariche che attaccavano in modo caotico, senza preavviso e senza una dichiarazione di guerra, la legione combatteva nella formazione del manipolo (e poi della coorte), disposta su tre linee sfalsate (triplex acies). Questo permetteva alle truppe fresche di dare il cambio a quelle stanche in modo fluido e “ordinato”. 
Questo metodo del ricambio viene seguito in modo più scientifico e tecnologico in parte anche oggi. La Pax Romana, Pace Romana, è il lungo periodo di relativa stabilità, ordine interno e prosperità economica che caratterizzò l’Impero Romano dal 27 a.C. (inizio del principato di Augusto) fino al 180 d.C. (morte dell’imperatore Marco Aurelio).  

Oggigiorno, ogni leader o pseudotale ha la sua visione della guerra. Trump richiama spesso il motto «Peace through strength» (Pace attraverso la forza) e ha sostenuto in diverse interviste e sui suoi post che le nazioni evitano i conflitti solo dimostrando una forza militare ed economica dominante. Putin, invece, afferma «Se la rissa è inevitabile, colpisci per primo» e ha citato la frase per descrivere il proprio approccio strategico nei confronti dell’Occidente e della Nato. Xi Jinping sostiene che «spetta a chi ha legato il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo», proverbio cinese espresso a Joe Biden in merito alla guerra in Ucraina, dove la tigre viene associata a Vladimir Putin e il sonaglio alla Nato.
Ma sono ragazze e ragazzi a darci indicazioni sul presente e speranze nel futuro. Come si legge in un articolo pubblicato da AGESCI Veneto: «Non possiamo rimanere inermi e indifferenti davanti al declino della politica e dell’umanità. La guerra non risparmia nessuno, non sceglie chi uccidere e chi far vivere. Essa lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato! Noi siamo chiamati a dare voce ai nostri valori di pace e di fratellanza, praticando l’accoglienza, la solidarietà in ogni sua espressione e in ogni luogo, tra qualsiasi razze e credi e, instancabilmente, ripudiando e condannando ogni azione offensiva e distruttiva».

L’unica guerra giusta la stanno combattendo loro: ascoltiamoli.  

Immagine di copertina tratta dall’articolo di AGESCI Veneto.

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Articolo di Cinzia Boschiero

Laureata in Lettere, è giornalista professionista e docente, specializzata su temi europei nei settori ricerca, salute e innovazione. È titolare di ECPARTNERS e lavora come ufficio stampa per diversi enti, associazioni, imprese e come specialista della formazione. Fa parte del direttivo di EUSJA (Ass. europea giornalisti scientifici) e di diverse ass. femminili, come WILEUROPE, EWMD, Fondazione Bellisario.

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