Sofia Casanova 

Sofia Casanova è stata testimone attenta e partecipe di molti dei grandi eventi che hanno segnato la storia d’Europa nella prima metà del XX secolo e come scrittrice, giornalista, conferenziera, prima donna spagnola a svolgere il ruolo di corrispondente di guerra, ne ha lasciato testimonianza in un nutrito corpus di opere. 
Sofia nasce nel 1861 a La Coruña in Galizia ma, ancora bambina, si trasferisce con la madre a Madrid dove ha l’opportunità di frequentare i circoli culturali più in vista e di farsi conoscere; molto giovane collabora con i giornali della Galizia e della capitale, nel 1885 pubblica la prima raccolta di poesie grazie al finanziamento della casa reale e all’interessamento del re Alfonso XII, suo grande ammiratore. 

In questi contesti conobbe il filosofo Wincenty Lutosławski, appartenente a un’importante famiglia dell’aristocrazia polacca, studioso di Platone, di cui contribuì a definire la cronologia delle opere, sostenitore del messianesimo polacco e, in seguito, insegnante universitario impegnato in diverse sedi come Kazan, Cracovia, Ginevra, Losanna, Londra e Parigi. Quest’incontro ebbe un grande peso nella vita di Sofia: Lutosławski, che sposò nel 1887, le consentì di entrare in contatto con la realtà culturale e politica della Polonia e, in seguito, della Russia, di viaggiare attraverso l’Europa, coltivando relazioni importanti, ma nello stesso tempo la costrinse a una sorta di esilio volontario dal proprio Paese di origine, dove tornerà più volte, senza tuttavia fermarvisi in modo definitivo. Subito dopo il matrimonio Sofia seguì il marito in Polonia, soggiornando nella tenuta della famiglia a Drozdowo, dove cominciò a conoscere e amare la nuova patria d’adozione a cui sarà fedele per tutta la vita. Qui si impadronì del polacco, del francese e del russo. La giovane coppia, a causa degli impegni universitari di Lutosławski, visse a Dorpat, l’attuale Tartu in Estonia, e in seguito a Kazan, una città russa a ottocento km a est di Mosca, dove rimase fino al 1893. Da queste esperienze nascono due libri: Sobre el Volga Helado, un diario di viaggio, e soprattutto El doctor Wolski, un romanzo che ebbe una buona diffusione e un certo successo, nel quale Sofia affronta i temi dell’indipendenza della Polonia e dei timori che attraversavano l’Europa alla fine del secolo. La sua posizione sembra contrapporre la tradizione alla modernità, la fede alla scienza e, soprattutto, la capacità femminile di includere e accogliere a una visione maschile del potere.
In questi anni Sofia diventa madre e si occupa con affetto delle figlie e del marito, ma gli impegni universitari di Lutosławski costringono la famiglia a una vita itinerante e a spostamenti continui in mezza Europa, consentendo nel contempo alla donna di immergersi in un ambiente stimolante e ad ampliare la sua conoscenza delle lingue. Tuttavia, questi sono anche anni segnati da un grande dolore: Yadwiga, la terza figlia, di soli cinque anni, durante un soggiorno londinese, si ammala di dissenteria e muore.  
Tra il 1895 e il 1899 la famiglia si trasferisce in Galizia, dove Lutosławski può trovare la tranquillità necessaria ai propri studi e Sofia continua a scrivere articoli sulla vita in Polonia e in Russia che vengono pubblicati su importanti quotidiani nazionali spagnoli. Ma il dolore per la morte della bambina, di cui Sofia ritiene in parte responsabile il padre, e la mancanza di un erede maschio, che, secondo il coniuge avrebbe dovuto diventare il liberatore della Polonia occupata dagli stranieri, minarono il matrimonio e allontanarono i due: nel 1907 Sofia si separò definitivamente dal marito da cui tuttavia non divorziò, in coerenza con la sua profonda fede cattolica. 
Sola, costretta a mantenere sé stessa e le figlie, tornò a Madrid dove iniziò un’intensa attività giornalistica, collaborando con giornali e periodici come El Liberal, La Nueva Era, El Imparcial, La Tribuna. Costante fu anche l’impegno profuso nella scrittura, con la pubblicazione di due romanzi e alcune novelle.

Sofia Casanova ritratta da Frederic Ballell i Maymí, 1911
Foto via Wikimedia Commons

In Spagna Sofia ebbe importanti riconoscimenti: nel 1906 viene nominata membro corrispondente della neonata Real Academia Gallega e nel 1911 viene eletta all’Academia de Poesía Española.
Nel 1910 tenne una conferenza all’Ateneo di Madrid, uno dei principali forum dell’intellighenzia locale, presentando una relazione dal titolo “La donna spagnola all’estero”; in tale occasione si comincia a delineare il pensiero, complesso e composito, di questa intellettuale che, formatasi nella Spagna cattolica e monarchica, si era confrontata con altre realtà, in particolare aveva potuto osservare il ruolo riconosciuto alle donne in Polonia. Il Paese, posto sotto il controllo russo dal 1863, continuava a nutrire un forte spirito di indipendenza e ad alimentare un ideale patriottico che coinvolgeva anche le donne; la lotta per la liberazione della patria doveva cominciare in casa e alle mogli e madri veniva demandato il compito di tenere vive le tradizioni etiche e morali della nazione svolgendo il loro tradizionale ruolo di cura ed educazione, inoltre a esse veniva riconosciuta una parte attiva nella gestione economica della casa, pertanto si considerava importante l’istruzione femminile e ci si adoperava per alfabetizzare anche le adulte. Sofia Casanova sottolinea la distanza con la situazione in Spagna dove era diffuso l’analfabetismo soprattutto femminile, e rivendica uno spazio di azione per le donne, capaci di «migliorare, addolcire e ingrandire» la società.

Sofía Casanova insieme al celebre romanziere e drammaturgo Benito Pérez
Galdós durante le prove della prima opera teatrale di Casanova, La madeja, 1913

Foto via Wikimedia Commons

Nel 1914 Sofia torna a Varsavia, dove riprende i contatti con la società letteraria — incontra il premio Nobel per la letteratura Henryk Sienkiewicz — e dove ha, forse, un ultimo chiarimento con il marito che la addolora e le provoca una crisi nervosa. Decide dunque di recarsi a Drozdowo, la tenuta in campagna dei Lutoslawski, dove risiedono le figlie Halina e Maña.

Sofía Casanova, fotografia pubblicata su Vida Gallega, 1919
Foto via Wikimedia Commons

Sono giorni terribili per l’Europa: il 28 giugno 1914 viene assassinato a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando e il mese successivo ha inizio la Grande guerra. La donna viene sorpresa con le figlie e i nipoti dalla mobilitazione delle truppe russe, che si stanziano nella tenuta, decide dunque di spostarsi con la famiglia a Varsavia. Lascia testimonianza diretta di questi giorni convulsi nelle pagine che scrive, quasi un diario indirizzato alla madre, nelle quali è evidente la capacità di analisi e di interpretazione degli eventi e che, proprio per tale motivo, verranno pubblicate tra l’ottobre 1919 e il febbraio 1920 dal periodico El Ideal Gallego.  
A Varsavia Sofia si impegna come infermiera, cercando di alleviare le sofferenze degli innumerevoli soldati feriti che passavano per l’ospedale di emergenza della stazione. Compare in una foto, abbigliata con la divisa bianca, l’8 aprile 1915 nelle pagine di ABC, il quotidiano che le aveva da poco conferito l’incarico di corrispondente di guerra in Polonia e per il quale scriverà ininterrottamente per trent’anni. Il direttore del giornale Luca de Tena prese la decisione, piuttosto inusuale, di offrire il ruolo a una donna, per diversi motivi: era una scrittrice già conosciuta ed affermata, parlava correntemente molte lingue, apparteneva per matrimonio a una famiglia facoltosa ben inserita nella società polacca. Tuttavia, il suo lavoro non fu sempre valutato adeguatamente, quasi fosse stata una buona madre di famiglia occasionalmente prestata al giornalismo.

Sofia fu invece una corrispondente attenta e acuta, capace di raccontare in modo partecipe ma equilibrato la tragedia della guerra. I suoi pezzi erano attesi con grande interesse da lettori e lettrici di ABC: la giornalista dava conto della vita di trincea, delle terribili nuove armi — come i gas venefici, le mitragliatrici, gli Zeppelin tedeschi, non perdeva occasione di verificare di persona le informazioni e l’esperienza diretta del conflitto la spinse verso un pacifismo antimilitarista che vedeva nell’imperialismo l’origine prima dell’immane tragedia a cui l’Europa stava assistendo. Da queste riflessioni nacque la sua convinzione che fosse necessario un maggior coinvolgimento nella vita politica delle donne, capaci, forse, di immaginare altri modi per risolvere i conflitti. 

Lo eterno. Sofía Casanova. Madrid, 1917. 1ª edición. Imprenta Prensa Popular.
Director Jose de Urquia

Foto via Wikimedia Commons

Nell’agosto del 1915 lo Stato Maggiore ordinò di evacuare Varsavia ma Sofia decise di rimanere, convinta di dover continuare a offrire il suo aiuto come infermiera e corrispondente; lasciò la città solo alla partenza dell’ultimo treno per Minsk, dove si ricongiunse alla famiglia con la quale condivise, come rifugiata, anni difficilissimi a Mosca e a San Pietroburgo. Fu testimone della Rivoluzione russa di cui fu fiera avversaria: la sua formazione, ispirata dal cattolicesimo e dalla monarchia, l’assassinio della famiglia dello zar, ma forse soprattutto l’uccisione da parte dei bolscevichi dei due cognati, accusati di essere controrivoluzionari, la spinsero su posizioni decisamente critiche rispetto ai massimalisti. Nonostante le difficili condizioni Sofia continuò la sua attività di scrittrice e corrispondente, ne danno prova l’intervista a Trotsky, allora ministro degli affari esteri di Lenin, i tanti articoli poi raccolti e pubblicati in De la guerra. Crónicas de Polonia y Rusia, e i libri De la revolución rusa de 1917, La revolución bolchevista. Diario de un testigo e En la Corte de los Zares. Del principio y del fin de un imperio. 
Alla fine della Prima guerra mondiale, grazie ad alcune trattative diplomatiche, Sofia e la sua famiglia riuscirono a tornare a Varsavia e, in seguito, in Spagna, dove si recò spesso fino al 1938. Qui venne accolta molto favorevolmente: aveva raccontato alla popolazione spagnola la guerra e fatto conoscere la Polonia e la Russia, aveva avuto il coraggio di essere testimone in prima persona e di prendere posizioni antimilitariste e pacifiste. 

Sofía Casanova, fotografia pubblicata su Vida Gallega, 1933
Foto via Wikimedia Commons

Durante la Guerra civile spagnola, Sofia si schierò a favore del fronte nazionale, che sostenne con i suoi articoli da Varsavia, tanto che Franco espresse il desiderio di conoscerla di persona. Nel dicembre del 1938 incontrò il Caudillo, al quale riservò parole di stima: «Credo nel Caudillo come si crede in un essere superiore, e la sorte della Spagna guidata da lui sarà la più grande e feconda della nostra storia» ebbe a dichiarare a La Voz de Galicia.  
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale la trovò a Varsavia, ancora una volta testimone degli orrori di un conflitto, impegnata a difendere la sua martoriata Polonia. L’ultimo articolo inviato ad ABC fu censurato dal direttore, che non volle dare spazio alle sue posizioni di condanna nei confronti del Nazismo, ma, nonostante l’età ormai avanzata e una incipiente cecità, Sofia continuò a scrivere, testimoniando l’invasione nazista di Varsavia. 
La divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti la isolò definitivamente dal suo Paese natale, morì a Poznan, quasi centenaria, nel 1951. 

Sofia Casanova, scrittrice prolifica e giornalista impegnata, è stata dimenticata per molto tempo, forse a causa della complessità a volte contraddittoria del suo pensiero e della libertà delle sue posizioni: per gran parte della vita operò in difesa della patria d’elezione, tessé legami tra la Polonia e la Spagna, permettendo ai due Paesi di conoscersi, fu una conservatrice, profondamente legata al modo cattolico, capace però di schierarsi contro la follia della guerra e di affermare il ruolo delle donne nella società. 

Qui link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

In copertina: illustrazione di Margherita Mazzoli. 

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Articolo di Tiziana Concina

Ho insegnato per molti anni italiano e storia negli istituti tecnici e italiano e latino nei licei, mi interesso di letteratura femminile italiana e straniera, in particolare mi sono occupata di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Attualmente rivesto la carica di vicesindaca e di assessora alla cultura in un comune in provincia di Rieti.

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