Artiste contemporanee a Casa Andersen 

Lo scorso lunedì 28 settembre alle ore 17.30 è stata inaugurata la mostra Artiste Contemporanee a Casa Andersen. Il corpo come dimora, ospitata a Roma alla Casa Museo Hendrik Christian Andersen. Aperta fino al 22 novembre 2026, mette in dialogo la visione monumentale del corpo elaborata da Andersen, scultore, pittore e urbanista statunitense, di origine norvegese, stabilitosi poi a Roma, con le molteplici forme con cui le artiste contemporanee hanno rappresentato il corpo come luogo di esperienza, memoria, relazione. Corpi vissuti, fragili, desiderati, feriti, prendono il posto accanto al corpo ideale e armonico immaginato dal padrone di casa. 

Inaugurazione mostra

Presentata dalla direttrice dell’istituzione museale, Maria Giuseppina Di Monte, curata da Nicoletta Castellaneta, Luisa Catucci e Giuseppe Simone Modeo, è stata ideata e organizzata dall’Associazione Ars Nova. Quarantadue artiste e sessanta opere occupano gli spazi di Villa Hélène, dal piano terra alle scale fino al secondo piano, entrando in relazione con l’atmosfera della casa. 
Una delle prime artiste che incontriamo nel corridoio del primo piano è Louise Bourgeois, qui presente con Give or Take III del 1992, grandi artigli bronzei dal palmo concavo. L’artista francese, naturalizzata americana, famosa per i suoi Ragni, usa le mani nel gesto di offrire e quello di trattenere, come suggerisce il titolo stesso. I suoi artigli dialogano bene con l’opera di Maike Frees, Die Erben No. 47 (The Inheritor No. 47), del 2019, un volto segnato da tagli, ferite che indicano la natura fragile, instabile dell’individuo.  

Give or take III, Louise Bourgeois, 1992
Die Erben No. 47 (The Inheritor No. 47), Maike Frees, 2019

Der Mantel (Il Mantello), Elisabeth Masé, 2017/oggi

Le opere esposte nella sala specchio raccontano un comune bisogno universale: quello di sentire protezione, di tutelare la nostra instabilità, coniugato in diverse modalità, offrire, negare, chiedere sicurezza. Al centro della stanza domina Der Mantel (Il Mantello) di Elisabeth Masé, prodotto in Iran, una delle tappe del progetto dell’artista svizzera, che include tre mantelli, realizzati in tre Paesi, Benin, Italia e Iran. Ricamato a mano con le parole, i disegni e i nomi delle persone coinvolte, avvolge il corpo, lo protegge e ne custodisce i desideri. 

Nella stessa stanza troviamo altre tre artiste famose. Di Miriam Schapiro, pioniera del femminismo americano, è presente Blue Angel, dove una figura femminile è seduta come Marlene Dietrich nel film omonimo del 1930, a cavalcioni sulla sedia girata al contrario. Dietrich vi incarnava un’aggressività magnetica, Schapiro ne eredita l’icona, ma la racchiude in un riparo che protegge quella posa sfrontata, come le ali di un angelo, che sembrano irradiarsi dalla figura. 
Di Tracey Emin, tra le figure più note delle Young British Artists, sono due piccole opere, un biglietto manoscritto e un ritratto fotografico, momenti di una pratica artistica che esibisce la vita privata senza censure. Capture di Kiki Smith ritrae un volto di profilo, lo sguardo teso verso l’orizzonte, come a vigilare su una lontana minaccia.

Blue Angel, Miriam Schapiro, 1987
Untitled Dyptich, Tracey Emin, 1999
Capture, Kiki Smith, 2016

Al primo piano, la sala mediana è dedicata al tema della sessualità, al desiderio femminile, a lungo taciuto, negato che viene ora rivendicato dalle artiste. 
Tutto ruota intorno alla scultura di Sarah Lucas, Oh Nob!, un piccolo fallo di filo di ferro, il cui titolo ironicamente fa riferimento a uno slang inglese che significa “persona ricca, altolocata”, quindi si può tradurre come “Oh, signore”. L’artista, tra le figure più note emerse dal movimento delle Young British Artists, costruisce da sempre con oggetti di scarto e biancheria intima. 

Oh Nob!, Sarah Lucas, 2007

Su una parete domina il grande quadro, coloratissimo, di Barbara Boekelman, pittrice di origine olandese, che vive e lavora in Nuova Zelanda. Il dipinto, dal titolo No Means Yes, si presenta a prima vista come astrazione cromatica, e invece, se lo si guarda a lungo, nascosta tra le pieghe del colore, emerge una scena che ritrae diverse donne in atti sessuali: un’immagine che l’artista lascia volutamente nascosta, affidando al titolo la chiave di lettura dell’opera. 
In Bosom di Kiki Smith da un seno gocciolano lacrime, o forse latte: una nudità che, spogliata di ogni connotazione materna, diventa erotica.

No Means Yes, Barbara Boekelman, 2025
Bosom, Kiki Smith, 1991

E ancora una nudità, che questa volta appartiene alla sfera intima dell’artista, Natalia LL, nome d’arte di Natalia Lach-Lachowicz, pioniera dell’arte concettuale e femminista in Polonia. Con Fotografia Intymna l’artista ha ritratto il corpo del marito, inquadrato da vicinissimo, in un primo piano che rende l’intimità quanto mai esplicita.  

Fotografia Intymna, Natalia LL, 1969/2010

Nella sala piccola le opere sono legate al tema dell’ansia, della migrazione, dell’autocensura. Ed ecco una delle opere della serie Umaru, di Claudia Virginia Vitari: sculture in vetro e ferro che portano impresse al loro interno le parole di un migrante in viaggio, la sua storia di dolore e resistenza. 
Nella stessa saletta Fortunata’s Song di Catherine Long, pittrice britannica astratta, la cui arte pittorica è influenzata dal suo background professionale nella danza. E infatti sono i movimenti del suo corpo che guidano la stesura del colore, come si vede anche dal video che scorre sul monitor della stanza.  

Umaru, Claudia Virginia Vitari, 2023 (sin) – Fortunata’s Song 1, Catherine Long, 2026 (dex)

Al secondo piano, ai due lati della porta d’ingresso della sala grande, ci accolgono le gigantesche fotografie di Paola Di Bello che ritraggono figure di senzatetto, mentre dormono, che contrastano fortemente con gli ideali di perfezione dominanti a Casa Andersen. 

Rischiano pene molto severe, Paola Di Bello, 1988

La sala grande, chiamata Agorà, si presenta come uno spazio che si proietta verso il futuro, come in un film di fantascienza, verso altre possibili configurazioni del corpo. Colpisce subito sulla parete di fondo il grande arazzo di Eva & Adele, affiancato da un loro costume iconico. La coppia sosteneva di essere gemelle ermafrodite, arrivate dal futuro con una macchina del tempo, atterrata a Berlino dopo la caduta del Muro.  La loro estetica fonde in un solo corpo tratti convenzionalmente femminili e tratti maschili, come se la distinzione non esistesse più e appartenesse al passato. Eva e Adele avevano scelto di fare della propria vita una performance, un’opera d’arte, mostrandosi nei momenti quotidiani come in occasione di eventi pubblici sempre insieme, sempre vestite e truccate, spesso con abiti appositamente realizzati per loro. 

Friends, 2025 (sin) – Outfit, early, 2000 (dex) – Eva & Adele

The Hollow Men #5 dell’artista toscana Giulia Cenci, creatura ibrida, con la testa canina e l’impalcatura d’ossa metalliche, ricorda una famosa poesia, “The Hollow Men” (“Gli uomini vuoti”), di T.S. Eliot, che esplora temi come la sterilità spirituale, l’apatia del mondo moderno.  
Al centro della sala, davanti all’arazzo di Eva & Adele, l’installazione di Valentina De Mathà, Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano, del 2026, una stanza nella stanza, intreccio di teli piegati e di carta emulsionata in forme contorte, che ci proietta già nell’immaginario delle cellule abitative dei film di fantascienza. 

The Hollow Men #5, Giulia Cenci, 2025 (sin) – Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano, Valentina De Mathà, 2026 (dex)

La fotografia di Vanessa Beecroft rievoca quella che da oltre trent’anni è la sua pratica artistica: figure femminili, spesso nude o quasi, immobili, segno di un’omologazione che spersonalizza il corpo femminile e gli conferisce un aspetto robotico, da manichino. Corpi allineati e identici, che sembrano usciti da una catena di montaggio. 

VB43.037.ali, Vanessa Beecroft, 2000

Un paio di stivaletti, opera dell’artista bolognese Eva Marisaldi, sono trafitti da decine di piccoli aghi metallici, come se la tecnologia si fosse innestata nell’oggetto più quotidiano che esista, trasformando una calzatura in un’arma. 

Senza Titolo, Eva Marisaldi, 1997

Nel corridoio, su un pianoforte antico, si allineano piccole figure di carta igienica, opera di Renée Adams, in una posa muscolare che contrasta con la fragilità del materiale, espressione di una mascolinità che si rivela insicura e inconsistente, nonostante le apparenze.  

Small Men, Renée Adams, 2025

E ancora Identity Painting di Gina Pane, che appartiene al periodo in cui l’artista lavorava ancora nell’astrazione geometrica, prima della svolta verso la Body Art: i segni blu, disseminati sul foglio, come impronte digitali, già preannunciano l’uso del corpo come traccia in quella che diventerà la sua pratica artistica. 
In fondo al corridoio un’opera dell’artista romana Lidia Bachis, abituata a rappresentare il mondo della moda e della cultura che convive con una violenza latente, mostra una figura di modella, quasi una rockstar androgina, abbandonata su una poltrona, che contrasta con la presenza di un fucile.   

Identity Painting, Gina Pane, 1968 (sin) – Rust Chair Fashion House, Lidia Bachis, 2005 (dex)

C’è un’installazione anche sulla porta dell’ascensore: è di Veronica Montanino e porta la scritta Paradossale pluralità di esseri unici (2026), tratta da Vita Activa di Hannah Arendt: ogni individuo è unico, ma l’unicità esiste solo in relazione agli altri. 
La mostra finisce nel vano scala che porta al piano superiore con Chirurgia Plastica di Valeria Catania, 2026.

Chirurgia Plastica, Valeria Catania, 2026

L’opera gioca sul doppio senso del titolo: la chirurgia come intervento estetico sul corpo, e la plastica come materiale di scarto recuperato e trasformato. L’artista restituisce ad oggetti dismessi una nuova vita, attraverso un processo di taglio, fusione e riassemblaggio, come se anche un oggetto di scarto potesse essere sottoposto agli stessi desideri di perfezione e di cura che riserviamo ai nostri corpi. 
La mostra si inserisce in un più ampio progetto perseguito da Casa Andersen e dedicato alla produzione artistica delle donne nel secondo Novecento: intende confrontare linguaggi e pratiche differenti e approfondire le forme del protagonismo femminile nella storia dell’arte recente. Aspettiamo allora la prossima mostra.

Le immagini provengono da foto realizzate dall’autrice dell’articolo.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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