Si è tenuto a Roma, presso la Casa del Municipio Roma I Centro, in via Galilei 53, il primo appuntamento del ciclo di sette incontri L’autodifesa delle donne. Una storia imprevista, l’iniziativa realizzata da Giuridicamente libera Aps, in collaborazione con la Società italiana delle storiche (Sis) e con il contributo della Regione Lazio — Avviso pubblico “Azioni per la conservazione e la promozione della storia e della cultura delle donne e per il sostegno della libertà femminile”.

«Approfondire le pratiche e le strategie adottate dalle donne contro la violenza di genere, per conquistare spazi di libertà e di autodifesa» è il senso profondo della rassegna, sintetizzato da Ester Stefanelli in apertura del primo incontro Il sesso debole? Sull’importanza storica (della categoria) dell’autodifesa, l’intervento con cui Laura Schettini, ricercatrice in Storia contemporanea all’Università di Padova e socia della Sis, ripercorre il significato assunto dall’autodifesa femminile nel corso della storia.
Accanto a lei siedono al tavolo delle relatrici l’avvocata civilista Ester Aquilino e Silvia D’Oro, consigliera regionale di parità della Regione Lazio. È lei ad aprire il dibattito: citando i dati statistici sulla percezione di cosa costituisca violenza e sulla gravità delle diverse tipologie, la giurista ha sottolineato l’importanza della consapevolezza, quale premessa dell’autodifesa. Riconoscere e definire, nelle parole della funzionaria, diventano azioni preliminari e obiettivi di formazione. Ma non basta! Alla contezza dell’offensività degli eventi, ante omnia di quelli cosiddetti “sentinella”, bisogna affiancare la conoscenza degli strumenti giuridici offerti dall’ordinamento e il rafforzamento, ovvero lo sviluppo strutturato, di reti di supporto. L’obiettivo è un cambio di paradigma culturale la cui portata andrà ben oltre il semplice aumento del numero di denunce.
Provocatorio fin dalle premesse, il quesito che dà il titolo all’evento trova nell’analisi di Laura Schettini la sua risposta più nitida. Il sesso debole, dicitura storica e stigma di un’inferiorità secolare, si trasforma nel pretesto per una riflessione critica e collettiva sulla storia dell’autodifesa femminile, nel punto di partenza per una rilettura condivisa delle strategie di resistenza adottate dalle donne nel corso del tempo.
Storicamente, la costruzione della normalità della violenza maschile contro le donne è stata accompagnata dal discorso — sia esso di stampo filosofico, sociale, psicologico o giuridico — sulla naturale debolezza del sesso femminile. Così si è naturalizzata la subalternità delle donne e la disuguaglianza di genere si è marmorizzata, trapunta da venature paternalistiche che hanno funzionato da agente e nutrimento per la concettualizzazione dello spazio pubblico come luogo intrinsecamente pericoloso.
Un nodo della questione è la funzione storica di questa elaborazione: convincere le donne della propria debolezza. L’insistenza sulla loro fragilità non legittima solo le tutele protezionistiche loro riservate, ma anche la consapevolezza femminile della propria forza, della fiducia in sé stesse, inibendone la reazione. Se il disarmo culturale e la convinzione dell’oppresso di non saper reagire sono parte integrante di ogni sistema d’oppressione, per le donne diventa indispensabile maturare una piena consapevolezza della propria forza. Ma per compiere questo passo occorre anzitutto restituire voce e visibilità a una storia troppo a lungo taciuta: quella dell’autodifesa femminile, individuale e collettiva, della capacità di reazione delle donne. Una narrazione che si snoda attraverso i secoli, trovando uno dei suoi momenti più emblematici nell’esperienza del corpo di autodifesa collettivo del movimento suffragista: donne addestrate al Ju-Jitsu che avevano il compito di difendere le altre compagne e di insegnare le tattiche di difesa.
Il silenziamento progressivo di questo vissuto — che pur all’inizio del Novecento ha ricevuto molta attenzione, guadagnando una dimensione pubblica — la sua invisibilizzazione, equivale a non tramandare orizzonti di possibilità, modelli di esempio.
Ma cosa si intende per autodifesa delle donne? La Società italiana delle storiche è giunta alla conclusione che si tratti di una categoria aperta, multiforme quanto i modi in cui la violenza si dispiega: fisica, psicologica, simbolica, culturale, politica, giuridica. E a chi storce il naso quando si parla di autodifesa fisica, Schettini chiarisce la valenza positiva dell’azione, quale addestramento alla consapevolezza di sé e del proprio corpo nello spazio; la forza viene risignificata come questione di autopercezione.

Nella prospettiva dell’avvocata Aquilino, temprata dall’attività all’interno dei centri antiviolenza, la presa di coscienza della propria forza e del proprio potere non è un dettaglio secondario, bensì il perno fondamentale su cui si innesta il percorso di empowerment delle donne che si rivolgono al presidio. Entrambe concordano sulla necessità di educare al diritto alla reazione — una legittimazione che si scontra, tuttavia, con l’arretratezza di una cornice giuridica ancora incline ad assumere la reazione di una donna maltrattata come spia non già di una relazione violenta ma di un rapporto conflittuale. Tale demistificazione è figlia di una lunga storia che riconosce la vittima come tale solo se passiva e inerte.
Sebbene, infatti, il codice contempli la legittima difesa fin dal diritto romano, e ne abbia nel tempo ampliato i confini fino alla tutela del patrimonio, tale estensione stenta ancora oggi a trovare applicazione nel contesto della violenza di genere, e di quella domestica in particolare. Come evidenziato dalla dottrina giurisprudenziale nazionale e internazionale — pioniera la corte canadese che, con la celebre sentenza R. v. Lavallee, ha riconosciuto la «sindrome della donna maltrattata» (battered woman syndrome) quale legittima estensione della difesa personale — l’attuale disciplina della legittima difesa esclude di fatto il vissuto della violenza domestica, fallendo nel riconoscerla come un continuum persecutorio anziché come un singolo evento isolato.
Vi è poi un altro aspetto storico, con le sue derivazioni giuridiche, da prendere in considerazione: la sistematica patologizzazione della rabbia delle donne. Se fino al 1975 l’internamento coatto delle donne cosiddette «iraconde» era una prassi avallata da un ordinamento civile (civile?) che ne decretava la subalternità al pater familias, oggi quell’eredità, quella specificità femminile, si ripropone nelle aule di giustizia, là dove si assiste alla perpetuazione di quello stesso processo di medicalizzazione delle reazioni delle donne, e l’emotività — risvolto ineludibile dei maltrattamenti subiti — confusa con l’ira. Ne deriva un iter processuale compromesso dall’incapacità valutativa dei servizi sociali e degli organi giudiziari… e il tribunale si fa scenario di una nuova violenza: quella istituzionale.
Da qui l’imperativo che le giuriste si facciano osteggiatrici, “maestrine” quando necessario, monitrici. È una strategia di autodifesa, così come la necessità di impegnarsi nella lotta politica e nella costruzione di reti, di una collettività, formale o informale che sia… perché nessuna si salva da sola!
Il prossimo appuntamento del ciclo di incontri, Femministe (e) ecologiste: origini e trasformazioni degli ecofemminismi, si terrà al Metropolitano Urban Center Roma, in Viale Manzoni 34, il 26 novembre. Per partecipare all’incontro è necessario registrarsi attraverso il Qr Code di seguito:

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
