Il processo di unificazione italiana non si concluse con la proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861. Nel Mezzogiorno, l’annessione fu seguita da una stagione di conflitti in cui la costruzione del nuovo Stato passò anche attraverso l’intervento militare, gli arresti e le operazioni contro le comunità sospettate di sostenere il brigantaggio. Le truppe sabaude, poi inquadrate nell’esercito italiano, si trovarono a fronteggiare bande armate che non erano riconducibili a un’unica causa: vi confluivano fedeltà borboniche, tensioni sociali, interessi locali e percorsi individuali differenti, come è stato già spiegato in precedenza.
In Capitanata, fra il Gargano, il Tavoliere e il Subappennino Dauno, il conflitto coinvolse paesi, masserie e campagne. La presenza delle bande rendeva difficile distinguere chi partecipasse alla lotta armata da chi offrisse loro rifugio, viveri o informazioni, per convinzione, convenienza o necessità. Il sospetto di connivenza poteva trasformarsi in una colpa sufficiente a richiamare l’attenzione delle autorità. A essere coinvolti non erano soltanto gli uomini che imbracciavano le armi, ma anche i loro familiari e le persone che abitavano nei territori attraversati dalle operazioni militari. Giuseppe Clemente, nel volume Il brigantaggio in Capitanata. Fonti documentarie e anagrafe (1861-1864) (Archivio Guido Izzi, 1999), censisce 505 persone indicate come briganti, vere o presunte, fucilate o uccise in combattimento nell’arco di quattro anni. Di queste, 235 morirono nel solo 1862. I dati provengono da elenchi ufficiali che lo stesso studioso riconosce come incompleti e talvolta imprecisi: non rappresentano quindi il bilancio complessivo delle vittime del conflitto, né consentono di ricostruire le circostanze di ogni morte. Restituiscono, tuttavia, la dimensione della repressione in un territorio nel quale la guerra alle bande coinvolse anche la popolazione civile.
La legge Pica, approvata il 15 agosto 1863 ed entrata in vigore il 5 settembre, affidò ai tribunali militari il giudizio su determinate bande armate e sui loro complici, introducendo strumenti repressivi che colpivano pure persone sospettate di sostenere il brigantaggio. Ma la repressione aveva preceduto la legge. Nella documentazione raccolta da Clemente compare la denuncia di un proprietario di Ascoli relativa alle persecuzioni subite dai parenti dei briganti. Lo storico osserva che negli archivi militari da lui esaminati non ne rimane traccia. Altre carte confermano quanto l’arresto dei familiari e dei presunti manutengoli fosse considerato uno strumento utile per contrastare le bande e perciò sfruttato ogniqualvolta ve ne fosse l’occasione. Il controllo militare non si esercitava dunque soltanto sul campo di battaglia, ma penetrava nelle relazioni familiari e nella vita quotidiana delle comunità.
Questa sproporzione documentaria pone una questione che riguarda anche le donne. Le violenze perpetrate sulle donne appartenenti alle bande e attribuite ai briganti compaiono con una certa frequenza nei fascicoli giudiziari, mentre gli abusi commessi dai militari risultano più difficili da ricostruire attraverso le stesse fonti. Non è possibile dedurne che una violenza fosse più frequente o più grave dell’altra, occorre, piuttosto, interrogarsi su chi producesse i documenti, su quali fatti fosse interessato a registrare e quali esperienze siano rimaste ai margini degli archivi. Il 28 giugno 1862, a Piano delle Piscine, sul Gargano, una vicenda permette di osservare da vicino questo intreccio fra repressione e condizione femminile. Secondo il rapporto ufficiale riportato da Pasquale Soccio, alcuni uomini della banda di Angelo Maria Del Sambro e tre donne si erano rifugiati in una casetta della tenuta di don Giuseppe Luigi Ciavarella, resistendo all’arrivo dei militari. Per costringerli ad arrendersi, la porta fu incendiata con del combustibile. La resa arrivò quando il fumo stava ormai soffocando le persone all’interno. Fra le arrestate figuravano Vittoria Cursio, compagna di Del Sambro, Annantonia Ciavarella e Maria Michela Stoduto, mogli di due uomini coinvolti nell’episodio. Le fonti non coincidono del tutto sulla posizione del capobanda durante l’operazione: il rapporto ufficiale lo colloca in altre case vicine, mentre la cronaca di Giuliani lo vuole nella stessa cascina insieme alla compagna. Il dissenso non annulla il valore dell’episodio, ma ricorda quanto sia necessario distinguere ciò che i documenti attestano dai particolari che restano incerti. Delle tre donne, inoltre, non conosciamo il destino successivo attraverso le informazioni oggi disponibili.
La violenza che investì le donne non proveniva sicuramente da una sola direzione, le carte giudiziarie della Capitanata documentano anche reati attribuiti alle bande. Il 20 aprile 1862, nel territorio di Carlantino, Michele Scaglione fu accusato di estorsioni, della complicità nell’omicidio di Michelangelo Tanzitti dopo gravi sevizie e negli stupri di Rosaria Conca, Benedetta Ritucci e Pasqualina Tanzitti. Il 20 giugno, nella masseria Piano della Vedova, a Casalvecchio, Angela Marchiane sarebbe stata violentata da Celestino Orsogna e da altri cinque briganti, che le sottrassero pure sessanta piastre. Si tratta di sintesi di atti giudiziari, non di sentenze qui ricostruite integralmente, perciò non è possibile affermare, sulla sola base di queste schede, quale sia stato l’esito dei procedimenti penali.
Un’altra testimonianza di violenza emerge di nuovo da Giuliani, cronista di San Marco in Lamis ostile alle bande. Il 28 giugno, lo stesso giorno dell’arresto a Piano delle Piscine, il resto della compagnia avrebbe ucciso sette donne, ritenute responsabili della propria rovina. La notizia proviene dalla sola cronaca consultata e va trattata con cautela, tanto per il numero delle vittime quanto per il movente attribuito agli assassini. Giuliani riferisce inoltre che il 19 giugno erano state trovate morte quattro donne e registra, nelle settimane successive, altre uccisioni di donne appartenenti alla compagnia. Nel complesso, il suo racconto permette di contare circa quindici vittime femminili in sette settimane, un dato che attende conferme in altre fonti.
Le cronache descrivono queste figure attraverso categorie che riflettono il giudizio morale dell’epoca. Alcune sono definite drude, termine con cui si indicava la compagna di un uomo senza matrimonio riconosciuto, altre vengono rappresentate come merce ceduta dai familiari in cambio dell’oro dei briganti. Sono immagini che restituiscono una parte della mentalità del tempo, ma non possono essere assunte come descrizioni neutrali delle loro vite. La condizione delle donne nelle bande era diversa da caso a caso, non esiste un’unica esperienza femminile del brigantaggio, ma all’interno del grande schema non possono essere ignorati i suoi aspetti più ingiusti e violenti. Per le briganti pugliesi le tracce sono più frammentarie rispetto alle donne appartenenti a bande attive in Calabria, Basilicata e Campania: Clemente censisce 33 donne fra le persone indicate come briganti, vere o presunte, in Capitanata, ma i registri ufficiali non consentono di ricostruire tutte le loro vicende. È la natura delle fonti a causare queste lacune. Gli atti della Corte d’assise di Lucera erano destinati a registrare reati e responsabilità attribuiti ai briganti; le cronache locali, come quella di Giuliani, raccontavano gli eventi da posizioni spesso ostili al loro operato. Le violenze dei militari richiedono invece il confronto con rapporti, deposizioni e testimonianze che non sempre furono raccolti o conservati. La denuncia delle persecuzioni dei familiari riferita da Clemente mostra quanto possa essere fragile la traccia documentaria di esperienze che pure vennero portate all’attenzione delle istituzioni.
Non possiamo stabilire, sulla base delle carte disponibili, quale delle due violenze abbia colpito maggiormente le donne della Capitanata. Possiamo però riconoscere che le loro storie ci sono giunte attraverso documenti prodotti soprattutto da uomini e da istituzioni interessate a perseguire, controllare o descrivere il conflitto. Di Vittoria Cursio non sappiamo che cosa accadde dopo l’arresto. Il suo nome rimane, insieme a quello di molte altre, in una documentazione che registra la loro presenza senza restituire pienamente la loro voce. Le storie di Rosaria Conca, Benedetta Ritucci, Pasqualina Tanzitti e Angela Marchionne si interrompono quasi subito dopo il loro ingresso nei documenti. Di loro conosciamo pochi dati, legati soprattutto alle violenze subite e ai procedimenti in cui furono menzionate. Non sappiamo che cosa accadde alle loro vite dopo quegli episodi, quale sostegno ricevettero o se riuscirono a ottenere giustizia. Questo silenzio non dipende da una sola ragione. Le fonti sul brigantaggio restituiscono spesso le persone attraverso i reati contestati, le testimonianze raccolte e le esigenze della repressione giudiziaria. Nel caso delle vittime, il racconto tende a fermarsi proprio dove comincerebbe la possibilità di ricostruirne l’esperienza. A ciò si aggiunge la frammentarietà della documentazione relativa a una parte del territorio pugliese, dove vicende circoscritte ai singoli comuni possono restare affidate a poche carte, talvolta difficili da rintracciare e da mettere in relazione. Per quanto riguarda le donne, si incontrano ulteriori ostacoli, non solo perché la loro esperienza nel brigantaggio è stata meno spesso considerata degna di una narrazione autonoma, ma perché anche quando i loro nomi sono arrivati fino a noi possono essere rimasti subordinati alla storia degli uomini. La ricerca non può colmare ogni vuoto, né attribuire loro parole che non possediamo. Può però riconoscere il limite delle fonti, interrogarsi sulle ragioni per cui alcune esperienze sono rimaste ai margini e restituire ai nomi la presenza nella storia.
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Articolo di Desirèe Rizzo

Studente del corso di laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, dove coltiva la sua passione per la letteratura e la filosofia. Laureata in Beni Culturali all’Università di Roma Tor Vergata, è amante dell’arte e del cinema horror, e si dedica con entusiasmo alla scrittura, con l’obiettivo di affermarsi come autrice di narrativa.
