Lo spostamento di molte attività dalla sfera femminile a quella maschile non fu un passaggio puramente materiale, fu soprattutto un’appropriazione di potere che tuttavia necessitava di appropriati riti e cerimonie. Mentre la funzione mediatrice della donna da natura a cultura — ad esempio da pezzo di carcassa morta e in via di putrefazione a pelle conciata — era “naturale”, questo non avveniva per il maschio. La donna con i suoi cicli mestruali e la capacità generativa aveva insita la “magia” necessaria per la trasformazione, essa seguiva i ritmi della natura e ne manifestava il potere.
Solo per fare un esempio Plinio il Vecchio così parla del potere delle mestruazioni e del concepimento: «La donna è il solo essere vivente ad avere le mestruazioni, e di conseguenza il solo ad avere nell’utero le cosiddette mole [tumore dell’utero, N.d.T.]: carne informe, senza vita, impenetrabile ai colpi e alla penetrazione del ferro […] (64). Non è facile trovare qualcosa di più prodigioso del flusso mestruale delle donne. All’arrivo di una donna mestruata il mosto inacidisce, toccate da lei le messi isteriliscono, muoiono gli innesti, bruciano le piante dei giardini; dove lei si siede i frutti cadono dagli alberi, al solo suo sguardo si appanna la lucentezza degli specchi, si ottunde il ferro, si oscura la luce dell’avorio, muoiono le api degli alveari, arrugginiscono istantaneamente il bronzo e il ferro e il bronzo emana un odore terribile; bevendo il liquido mestruale, i cani vengono presi dalla rabbia e il loro morso è affetto da un veleno insanabile (65). Perfino il bitume, sostanza appiccicosa e tenace che nel lago di Giudea detto Asfaltite viene a galla in un certo momento dell’anno e si attacca inestricabilmente a tutto ciò che tocca, si scioglie con un filo imbevuto di sangue mestruale. Perfino le minuscole formiche, si dice, hanno sensibilità per esso: rigettano le messi infettate e non tornano a prenderne (66). Questo male capita alla donna una volta ogni trenta giorni – una volta al trimestre è più abbondante; in qualcuna anche più spesso di un mese, in qualcuna mai. Queste ultime non possono partorire, perché è questa la materia con cui si genera: il seme maschile si coagula assieme ad essa e, col passar del tempo, questo insieme prende vita e forma. Perciò quando le donne incinte hanno le mestruazioni, nascono figli deboli e non vitali, o infetti, come sostiene Nigidio». (Plinio il Vecchio, Naturalis historia VII, 63-67).

Il passaggio da femminile a maschile divenne soprattutto un passaggio gestito dalla religione e dal potere: quel passaggio che era naturale nella sfera femminile divenne simbolico nella religione maschile. Perché ciò avvenisse era necessario definire come “impuro” tutto ciò che era appannaggio della sfera femminile: concia, ceramica, lavanderia divennero mestieri “impuri”, svolti dalla classe più infima e/o dagli schiavi, da praticare in appositi spazi segregati, spesso vicino ai cimiteri e sotto la supervisione di sciamani o di sacerdoti. Contemporaneamente a questo esproprio di potere, si separava la donna dalla sua naturalità mediante riti di passaggio e tabù che ne contenessero il potere o la “purificassero”. Il contenimento del potere femminile e la sua purificazione potevano avvenire con l’imposizione di abiti che la celassero, la segregazione durante il mestruo o il puerperio — alcuni gruppi di nativi americani ritenevano che la donna mestruata avesse il potere di fermare il sole, pertanto veniva rinchiusa in una capanna per il tempo “sacro” per impedire tale sciagura — o con l’infibulazione.
Tali riti e tabù rendevano la fanciulla e la donna dipendenti dal potere maschile che si esplicitava nella struttura religiosa che emetteva le leggi “sacre” e i tabù. Essere donna divenne automaticamente essere impura e la “nuova” femminilità gestita dalle religioni divenne sottomissione ed espropriazione di qualunque autonomia fisica, culturale ed economica.

Un esempio tragico della percezione del potere femminile e della sua sterilizzazione si può leggere nell’uso che in Costa d’Avorio, ma non solo, si fa delle clitoridi escisse di donne e bambine. Secondo le tradizioni locali le clitoridi di bambine e ragazze, vittime di mutilazioni genitali, vengono essiccate, ridotte in polvere e vendute sul mercato nero per scopi di magia nera. In particolare questi riti di magia nera dovrebbero dare successo, potere e ricchezza. Per diventare “grandi capi”, dominare o ottenere alte cariche politiche i maschi, convinti che essa abbia la capacità di procurare potere, si spalmano sul corpo e sul viso per anni la clitoride fatta essiccare per uno o due mesi, poi pestata con pietre fino a ridurla in una “polvere nera”, spesso mescolata a foglie, radici o burro di karité. Il prezzo varia in base a caratteristiche come la verginità della vittima, arrivando a superare il salario minimo mensile (circa 114-152 euro). Secondo la legge questo commercio è considerato “traffico d’organi”, ma è difficile imporre la legge a causa di una fitta omertà che avvolge tutto ciò che è considerato “sacro”.

Il primo a riferire dell’infibulazione in Egitto è Erodoto, che parla di “circoncisione di ragazzi e ragazze” in Egitto nel V secolo a.C. Un papiro greco del 163 a.C., ora al British Museum, parla di un’operazione che doveva essere condotta su una ragazza di Menfi, tale Tathemis, al momento di ricevere la propria dote, e Strabone nel suo Geographika (17.2.5) scrisse che «Questa è una delle usanze seguite in maniera più zelante da parte loro [gli Egiziani]: allevare ogni bambino che nasce, circoncidere i maschi ed escidere le femmine». Nei Testi dei Sarcofagi, quindi, risalenti al Regno Medio, l’Incantesimo 1117 fa riferimento a una donna “amat”, termine che potrebbe fare riferimento a una ragazza ancora non mestruata, quindi prima del “menarca” (la traduzione è incerta). Nel sarcofago di Sit-hedi-hotep è descritto l’incantesimo che richiede un “ingrediente” chiamato “bad” proveniente da “una donna non circoncisa” (“amat”).

Con lo sviluppo delle civiltà stanziali e l’emergere dell’artigianato come professione commerciale (economia di mercato), la pelle diventa una merce, il lavoro si sposta dalla casa alla bottega e la concia diventa un mestiere prettamente maschile.
La concia, in particolare, era considerata un’attività nociva e “puzzolente” e relegata alla periferia della città, tra i poveri. Molti mestieri “impuri”, come macellai, conciatori, vasai, tuttavia erano allo stesso tempo necessari e ritualmente regolati: tali attività, infatti, manipolavano la soglia tra vita e morte, tra natura e cultura.

Nella religione egizia tutto è ciclico: morte e rinascita sono fasi dello stesso processo cosmico. La pelle animale, che attraverso la concia “non marcisce”, diventa simbolo perfetto e metafora di continuità della vita oltre la morte, stabilità contro la decomposizione, capacità umana di imitare la rigenerazione divina. La pelle diventa simbolo e attributo divino: Anubi, dio dell’imbalsamazione, spesso indossa una pelle di animale come segno del suo potere di trasformazione del corpo, e i sacerdoti sem portavano una pelle di leopardo durante i riti funebri come simbolo di passaggio, protezione e dominio sul caos. La concia e l’imbalsamazione condividono una stessa logica: rimuovere impurità, stabilizzare la materia, impedire la decomposizione, rendere il corpo “adatto” all’eternità. Non è perciò “strano” che nelle tombe egizie siano spesso raffigurati mestieri “impuri” come la concia.

Nell’antico Egitto la lavorazione delle pelli era una tecnologia complessa e altamente specializzata, fondamentale per la produzione di abiti, calzature, briglie, scudi, contenitori, pergamene e oggetti rituali. Le fonti archeologiche e sperimentali mostrano che il processo egiziano combinava tecniche di depilazione, sgrassatura, affumicatura e ingrassaggio, con possibili forme di concia minerale o vegetale. Le pelli venivano immerse in acqua per ammorbidirle e si usavano urina, cenere, o farina e sale per facilitare la depilazione e la conservazione. Fonti storiche generali ricordano che l’Egitto fu tra i primi a sviluppare la concia vegetale con foglie e corteccia tritate di acacia Salam (Vachellia flava, Vacellia nilotica kraussiana) (Veldmeijer & Laidler 2008). Gli affreschi nella Tomba di Rekhmire ci mostrano le varie fasi della concia dall’arrivo delle pelli grezze allo stoccaggio dei prodotti finiti. Sebbene le tecniche non fossero diverse da quelle dei popoli cacciatori raccoglitori, qui la concia era fatta da artigiani specializzati per una produzione di massa.

In copertina: Ninfeo della Ninfa Egeria alla Caffarella, dipinto di Carlo Labruzzi, British Museum (particolare).
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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.
