Anna Kuliscioff

Se c’è una donna che meriterebbe una statua in ogni città, prima di tutto a Milano, quella è Anna Kuliscioff. Leggendo i suoi scritti ci si rende conto di quanto sia grande il tributo che tutte le donne e in particolare le nostre Costituenti devono a questa donna lungimirante e coraggiosa. La storiografia più recente propone infatti l’esistenza, accanto a quello degli anni Settanta, di un primo femminismo, cronologicamente individuato tra la fine del Settecento e la conclusione della Seconda guerra mondiale, di cui Anna Kuliscioff fa parte a pieno titolo. Di questa grande pensatrice si è scritto già sulla nostra rivista, raccontandone la vita tumultuosa, le storie d’amore importanti, gli arresti subiti e le scelte in tema di socialismo e femminismo. In questa sede ci si soffermerà sulla sua attività di giornalista e scrittrice senza mai perdere di vista il suo impegno per il diritto di voto alle donne e per la difesa dei loro diritti. Ne scopriremo la grande lungimiranza, l’attenzione alle nuove generazioni e lo sguardo sempre rivolto alla società dell’avvenire.

Anna Kuliscioff da giovane
Foto via Wikimedia Commons

Nata in terra di Crimea da una famiglia di commercianti ebrei benestanti il 9 gennaio del 1854, Anna Moiseevna Rosenstejn si sposa giovanissima con l’anarchico Pietro Makarevic seguace di Bakunin da cui si separerà molto presto e di cui si sono perse le tracce. La formazione di Anna è marxista, fortemente influenzata dalla scuola socialista tedesca. Studente brillante, ammessa al Politecnico di Zurigo per studiare Filosofia, passa presto al Dipartimento delle Scienze Esatte, frequentando prima Ingegneria e poi Medicina. In Russia alle donne è vietata l’iscrizione all’Università ma presto lo zar la richiamerà in patria dove per sfida la giovane ribelle straccerà il libretto universitario. Nella sua terra parteciperà all’andata al popolo, un’iniziativa in cui le e gli studenti russi si impegnano a sperimentare la durezza della condizione dei contadini e delle contadine. Questa esperienza la segnerà e i suoi effetti in termini di empatia verso chi soffre, e segnatamente verso le donne e le bambine che lavorano sottopagate 14 ore al giorno e sono sottomesse anche in famiglia, si vedranno nelle diverse attività in cui sceglierà di impegnarsi.

Anna Kuliscioff a Zurigo, 1871
Foto via Wikimedia Commons

Riparata nuovamente in Svizzera, vi conosce Andrea Costa, dapprima anarchico e poi primo socialista eletto in Parlamento nel 1882. Con lui si trasferisce a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin ma, arrestata ed espulsa dalla Francia, riparerà di nuovo in Svizzera. Per sottrarsi alle ricerche dello zar sceglierà di cambiare il proprio cognome in Kuliscioff. Nel settembre 1878 a Firenze viene arrestata e assolta dopo molti mesi trascorsi in carcere, dove probabilmente contrae una forma di artrosi che attacca i polmoni e che ne minerà da quel momento la salute. Nel 1881 si trasferisce a Imola, con Andrea Costa, dove dà alla luce la figlia Andreina. In questo periodo cercherà di uniformarsi al ruolo di compagna e madre richiesto alle donne dalla cultura dominante, ma non ci riuscirà. È troppo libera e rifiuta sia il matrimonio religioso che quello di fronte allo Stato. Finita la relazione con Andrea Costa, dopo aver cresciuto la figlia da sola durante gli studi, si unirà nel 1891 a Filippo Turati, con cui stringerà un profondo legame affettivo e politico veramente paritario, anche se non privo di divergenze, soprattutto in merito all’opportunità di riconoscere il diritto di voto alle donne. Su questo punto sarà molto più vicina alle posizioni di Gaetano Salvemini, uno dei più grandi eretici del socialismo italiano.
Dopo una serie di peregrinazioni nelle Università di Berna e Pavia, dove ha l’opportunità di seguire le lezioni di Camillo Golgi, futuro Nobel della medicina, collaborando con una propria ricerca sulle origini batteriche delle febbri puerperali, il 27 novembre 1886 si laurea in Medicina a Napoli, perché a Pavia la laurea le è stata preclusa a causa del suo impegno politico. Si specializzerà in ginecologia prima all’Università di Torino, dove frequenterà il salotto di Cesare Lombroso e ne conoscerà le figlie Gina e Paola, e poi in quella di Padova. A Milano Kuliscioff collaborerà attivamente nell’ambulatorio medico della filantropa Alessandrina Ravizza, anche lei russa e medica, che presta assistenza ginecologica alle donne povere. Nel 1890 si iscrive all’Albo dei giornalisti per poter divulgare articoli che rendano consapevoli le donne lavoratrici dei loro diritti e della condizione di disparità sociale in cui si trovano e per promuovere il suffragio femminile. La conferenza tenuta nello stesso anno al Circolo Filologico Milanese (dove al tempo era preclusa l’iscrizione alle donne) può essere considerata il “Manifesto della questione femminile italiana” e ci fa capire come l’oppressione delle donne fosse per Kuliscioff un fatto di natura sociale. Il monopolio dell’uomo, poi pubblicato da Critica Sociale al prezzo di 50 centesimi, è un testo fondamentale che andrebbe inserito nei programmi delle scuole italiane. Nell’articolo pubblicato sul numero del 4 gennaio 2020 di Vitamine vaganti se ne possono leggere alcuni stralci e l’intero testo si può trovare in rete, in formato pdf, in Anna Kuliscioff. Scritti a cura della Fondazione Kuliscioff. Nell’autunno del 1891 Kuliscioff va a vivere nell’appartamento di Turati di via Portici Galleria al numero 23 a Milano, che viene trasformato anche in studio e redazione di Critica Sociale, fondata da Turati stesso e sul cui primo numero, il 15 gennaio 1891, la grande intellettuale russa scrive un articolo, La santità della famiglia, in cui sostiene che ci sono due forme imperanti di servitù della donna nei rapporti sessuali: la prostituzione propriamente detta e il matrimonio a base mercantile. Nell’appartamento pieno di libri, i due socialisti compagni di vita lavorano insieme al giornale e ricevono importanti visitatori e visitatrici, ma anche persone comuni come le sartine e altre lavoratrici. Anche se già legata a Turati, Kuliscioff ribadirà sempre di non essere la signora di nessuno, ma solo Anna Kuliscioff (si veda Oltre il tempo patriarcale. La lungimiranza di Anna Kuliscioff, a cura di Fiorenza Taricone, Unimore, marzo 2025, pag.53). In Galleria Vittorio Emanuele, a Milano, sopra la vetrina di Tiffany, è affissa una targa che la ricorda insieme a Turati.
La posizione di Kuliscioff nei confronti del femminismo cambia nel tempo. Inizialmente lontana dalle rivendicazioni di un movimento composto prevalentemente da donne della borghesia e fermamente convinta che l’emancipazione della donna dovesse passare attraverso la conquista dell’indipendenza economica raggiunta solo con il socialismo, col tempo ne apprezzerà: «i meriti tra i quali l’efficienza organizzativa, l’abilità nella mobilitazione femminile e la capacità di cercare terreni comuni di intervento anche con le lavoratrici». Da uno studio delle sue lettere a Turati e a Rosa Genoni emerge che la sua mancata partecipazione ai tre Congressi femminili nazionali del 1907 e 1908, organizzati il primo e il secondo dal Consiglio nazionale delle donne italiane a Roma e il terzo, nel maggio 1908 a Milano, dall’Unione femminile, non fu dovuta a diffidenza e ostilità verso il femminismo, ma a motivi di salute, come sottolinea Liviana Gazzetta nel libro sopra citato Oltre il tempo patriarcale. Kuliscioff criticherà il Partito socialista per non avere tenuto nella giusta considerazione la questione femminile, difendendo i Congressi femminili dall’irrisione degli uomini socialisti ma nel contempo criticherà i Congressi delle donne per non essere giunti all’affermazione dell’indipendenza economica come elemento indispensabile per il raggiungimento della vera emancipazione femminile.

Filippo Turati e Anna Kuliscioff, bassorliievo, Piazza Duomo, Milano, 1987
Foto via Wikimedia Commons, autrici: Virginia Gregorio, Federica Rivoli

Se come pensatrice e attivista politica a lei si devono importanti interventi a favore del suffragio femminile, purtroppo mai abbastanza ascoltati all’interno del proprio partito, e proposte molto avanzate in materia di tutela delle madri lavoratrici, minori lavoratori e lavoratrici e, in preparazione di quella che poi sarebbe stata la legge Carcano, anche la rivendicazione della parità salariale, è nella sua qualità di giornalista che emergono le sue doti migliori. Penna graffiante e diretta, sa prendere di petto ogni questione andando dritta al cuore dei problemi. La maggior parte dei suoi articoli, però, su Critica Sociale sono condivisi con Filippo Turati o firmati “t – k” o “Noi”. Questo fatto sarà ignorato da tutti quelli e quelle storiche che non hanno ancora sviluppato occhiali di genere. Ne La Difesa delle Lavoratrici, che aveva fondato nel 1912 e diretto per alcuni anni, passando poi il testimone alla massimalista Balabanoff, gli articoli non sono firmati col suo nome. Kuliscioff non vuole emergere per non nuocere alla causa, in un periodo in cui un’eccessiva esposizione femminile avrebbe potuto suscitare reazioni preoccupanti, scegliendo di firmare solo pezzi su questioni di principio da lei ritenute fondamentali. Questa conversatrice brillante e carismatica dalle doti di leader e statista, che Collodi definirà magnetica, sarà fondamentale all’interno del partito socialista, di cui è stata nel 1892 l’unica fondatrice tra i fondatori. Ispira il suo compagno Turati, parlamentare italiano, su tante proposte legislative: ricordiamo la redazione di un emendamento parlamentare alla legge Giolitti del 1912, falsamente detta “sul suffragio universale”, che afferma il diritto di voto “senza distinzione di sesso”. L’emendamento, ovviamente respinto, avrà le seguenti sarcastiche considerazioni da parte di Kuliscioff: «Ormai l’italiano per essere un giorno cittadino non ha che una sola precauzione da prendere, nascere maschio».

Anna Kuliscioff fotografata da Mario Nunes Vais nel 1908 a Firenze
Foto via Wikimedia Commons
Anna Kuliscioff, 1907
Foto via Fondazione Anna Kuliscioff, di pubblico dominio

Nel 1915 lo scoppio della Prima Guerra Mondiale la vede tra i e le non interventiste, anche se verso la fine del conflitto passerà a posizioni meno intransigenti. Tra le sue migliori capacità sono da evidenziare la consapevolezza della necessità della solidarietà femminile e l’attitudine a creare reti con le altre: con Eva Kuhn, Angelica Balabanoff, Maria Bakunin ed Ernestina Paper all’interno del gruppo di donne russe arrivate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento in Italia animate da idee cosmopolite; con Paolina Schiff e Norma Casati, per la Lega per gli interessi femminili; ancora con Balabanoff e Maria Goia per la costituzione del Comitato socialista per il voto alle donne, con cui condividerà, insieme a Bonetti Altobelli, anche la militanza nel partito socialista e la rivendicazione dei diritti delle donne e delle lavoratrici; con Linda Malnati e Giselda Brebbia con cui fonda a Milano, nel 1912, il periodico La Difesa delle lavoratrici, su cui scriverà anche Lina Merlin; con la cara amica socialista Rosa Genoni, stilista, docente di storia della moda e inventrice di una prima forma di made in Italy, fondatrice del periodico Per la guerra o per la pace. Tesse relazioni e rapporti anche con chi ha posizioni molto diverse dalle sue, come Anna Maria Mozzoni ed Ersilia Bronzini Majno, esponente del cosiddetto femminismo pratico o materno. La Difesa delle lavoratrici, avventura editoriale e politica di lotta e di riflessione, è la prima rivista quindicinale nazionale delle donne socialiste di un partito di massa, in cui il Comitato di redazione era «lo stato maggiore del femminismo socialista dell’epoca», «una finestra sul mondo, un viaggio delle idee, un vero laboratorio politico», secondo la definizione della docente ordinaria e di pensiero politico e questione femminile all’Università di Cassino e del Lazio meridionale Fiorenza Taricone. Per un certo periodo fu in redazione e vi scrisse anche la critica d’arte Margherita Grassini Sarfatti. In questo giornale, che chiuderà, con uscite irregolari, nel 1925, a causa delle leggi liberticide mussoliniane, Kuliscioff alleva un vivaio di giornaliste e militanti propagandiste incaricate di sensibilizzare le lavoratrici, che per il 70% all’epoca erano analfabete, sui loro diritti e sulla loro condizione di sfruttamento. La poliglotta Kuliscioff, che conosce quattro lingue, riceve e smista in redazione articoli del socialismo internazionale. Sul primo numero della Difesa delle lavoratrici compare l’immagine di Bebel, autore del volume di circa 600 pagine La donna e il socialismo, un’opera fondamentale per il futuro, ma all’interno del giornale troviamo rubriche che riguardano la vita quotidiana delle fabbriche e dei campi, l’igiene, l’unione delle donne, il diritto al voto, alla giusta paga e all’istruzione, temi considerati importanti quanto le riforme economiche e i messaggi dei Congressi internazionali e degli/delle intellettuali. Così ne scrive Kuliscioff: «È una guida moderna per l’allevamento fisico e morale dei vostri figli, e colle novelle, colle voci dai campi e dalle officine, coi dialoghi presi dal vero, porta sollievo, mentre colle notizie riguardanti le agitazioni e la propaganda e colle corrispondenze vi affratellate le compagne che lottano per gli stessi principi.»

Anna Kuliscioff si spegne il 29 dicembre del 1925 a causa di una lunga malattia. Al Cimitero Monumentale di Milano il feretro viene attaccato da un gruppo di fascisti e ne nasce una rissa. «Ai fascisti — ricorda Nenni — anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile […] Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità». Oggi aggiungeremmo “sorellanza”.
La grande pensatrice russa naturalizzata italiana ci lascia in eredità la capacità di collaborare con altre donne, creando reti importanti anche quando non c’è con loro un idem sentire, grazie a una grande attitudine alla mediazione politica, nel senso più alto del termine, il riconoscimento del patriarcato come fonte di oppressione femminile e la consapevolezza di lavorare non per sé ma per le giovani generazioni. Ci lascia anche l’esempio di un atteggiamento veramente laico (o laicista) nei confronti delle scelte delle persone, anche se diverse e lontane dal proprio modo di pensare: valga per tutti il grande rispetto per la decisione della figlia Andreina di sposare un imprenditore e per quelle della e del nipote di scegliere di far parte di ordini religiosi. Perché, con un’espressione che avrebbe coniato anni dopo nei suoi scritti ad Auschwitz Etty Hillesum, Anna Kuliscioff era davvero un “cuore pensante”.

Qui il link alle traduzioni in francese, inglese, spagnolo.

In copertina: illustrazione di Martina Zinni.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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