Da Bice Crova a Dolores Hayden, passando per l’Unione Sovietica: raccontiamo una storia poco nota di architettura e lavoro domestico.
Solitamente pensiamo alla casa come al luogo degli affetti, del riposo, della famiglia. Ma per moltissime donne la casa è soprattutto un luogo di lavoro: pulire, cucinare, lavare, accudire figli e anziani. Un lavoro senza orari, senza stipendio e senza riconoscimento, che crea disparità e dipendenza all’interno dei nuclei famigliari. Eppure c’è stato chi, già più di un secolo fa, ha provato a immaginare una casa diversa, progettata per alleggerire questo peso. Una casa, addirittura, senza cucina.
Il lavoro che non risulta lavoro. Bice Crova è una ingegnera, seconda donna laureata della Scuola di Applicazione per Ingegneri dell’Università Sapienza di Roma, nel 1916. Nella sua vita scrive moltissimi articoli su diverse questioni legate allo spazio, alle condizioni dell’abitare, alle strutture come asili o sanatori, alle case e alle condizioni di vita negli ambienti rurali.
Nel 1952 pubblica L’abitazione nei suoi riflessi sociali. Si tratta di un libro sulla casa, che la analizza dal punto di vista della salute (dimostrando tramite la presentazione di statistiche disaggregate sulla mortalità da Tbc la correlazione tra l’insalubrità dell’ambiente domestico e la mortalità femminile), dal punto di vista sociale e del sovraffollamento, dal punto di vista storico. L’ultimo capitolo del libro si intitola Case e lavoro, che, tra gli altri argomenti, contiene una parte intitolata La casa e la donna lavoratrice, cercando di rispondere a questa domanda «Come si può conciliare il diritto della donna al lavoro con le esigenze della famiglia e della casa?» (Crova, 1952: 123).
Crova intende il lavoro in senso ampio: quello domestico svolto nella propria casa o in quella di altri, e quello svolto fuori dalle mura domestiche. Il suo punto di partenza è netto: l’organizzazione della casa comporta una fatica spesso enorme e sempre logorante nella sua monotonia, tanto da contribuire alla morte prematura di molte donne.
La sua denuncia è anche sociale. Il lavoro domestico, osserva, è una forma di attività ancora poco studiata, che nessuna legge assicurativa tutela e che, per un egoismo tradizionale, si continua a considerare non produttiva. Rivendicare la cura della casa e della famiglia come lavoro a tutti gli effetti, nell’Italia del dopoguerra, era una presa di posizione tutt’altro che scontata.
Quando il progetto salva la vita. Il libro non si limita alla critica: raccoglie le soluzioni progettuali di chi si è posto il problema di facilitare la vita domestica. Una è la celebre cucina di Francoforte, pensata per ridurre i passi e i tempi di lavoro. È stata progettata dalla giovane architetta viennese Margarete Schutte-Lihotzky, che ha analizzato i movimenti necessari alle massaie nelle mansioni tipiche svolte in cucina (preparare il cibo, lavare i piatti e rassettare) e ha progettato di conseguenza un ambiente che li riducesse al minimo, in modo da alleggerirne e razionalizzarne il lavoro – si vedano in proposito Cibo, spazi, corpi. Spunti per una riflessione sull’abitare quotidiano nella città pubblica e oltre, di Paola Di Biagi e Dalla cucina alla città di Margarete Schútte-Lihotzky, a cura di Lorenza Minoli.
Un’altra è la distribuzione degli spazi in modo che, mentre si cucina, sia possibile tenere d’occhio bambini e bambine. Questa scelta, adottata in alcune case popolari, ha portato a una diminuzione della mortalità femminile tra le abitanti. Un dato che racconta bene quanto l’architettura non sia neutra: il modo in cui è disegnata una casa può alleggerire o appesantire la vita di chi la abita.
L’idea americana: eliminare la cucina. Appena tornata da un viaggio negli Stati Uniti, Crova propone quella che le sembra la soluzione ottimale per conciliare carichi domestici e lavoro fuori casa: la casa a servizio centralizzato, o casa senza cucina. L’obiettivo è dare alla lavoratrice, assente per molte ore al giorno, un’abitazione che riduca al minimo il lavoro domestico senza sacrificare l’igiene.
L’autrice sa che il sistema incontra ostilità, in Italia come all’estero, ma è convinta che sia destinato ad affermarsi. Un servizio centralizzato, possibilmente motorizzato, per la pulizia delle abitazioni garantirebbe risparmio di tempo e di manodopera rispetto a qualunque sistema individuale. Anche la cucina unica, in forma parziale o totale a seconda delle abitudini, alleggerirebbe gli oneri femminili e porterebbe vantaggi economici e sociali. Scrive infatti: «sebbene tale sistema incontri ancora in Italia ed anche all’estero moltissime ostilità, pensiamo che esso sia destinato a trionfare nell’avvenire. Poiché […] costituisce un alleggerimento di oneri per la donna, e potrebbe condurre notevoli vantaggi economici e sociali, poiché consentirebbe di ottenere un indiscutibile risparmio di prodotti e costi. Gli oppositori sostengono che ciò distruggerebbe la famiglia, ma mi si permetta di osservare che se l’unità famigliare è rappresentata solo dal pasto cucinato nella propria cucina con enorme sacrificio della donna invece che collettivamente, vuol dire che l’unione familiare è assai discutibile e potrebbe essere compromessa anche da una discussione intorno al desinare non perfettamente riuscito».
La grande rivoluzione domestica. L’idea non era nata con Crova. Nel 1981 l’urbanista Dolores Hayden pubblica The Grand Domestic Revolution, un testo che ricostruisce le proposte delle prime femministe materialiste statunitensi nel XIX secolo. Queste donne mettevano in discussione il lavoro domestico e lo sfruttamento che ne derivava. Che fossero casalinghe o lavoratrici, a loro toccavano tutti i compiti legati alla casa: organizzare e pulire gli ambienti, occuparsi dei vestiti, del cibo, di figli e figlie e delle persone non autosufficienti.
Il risultato era un lavoro faticoso, continuo e poco gratificante: secondo una formula citata da Hayden, il lavoro di casa «non è mai finito». Veniva svolto in una solitudine crescente, senza orari, senza riconoscimento e senza paga, e per questo rendeva le donne fortemente dipendenti dal partner maschile.
La risposta era la stessa che Crova avrebbe ripreso: la casa senza cucina. Nei progetti di edifici di appartamenti privi di cucine, o di quartieri di villette e case indipendenti, il lavoro domestico non gravava più sulla madre di famiglia, ma veniva affidato a cooperative di donne e uomini incaricate di preparare i pasti, pulire le abitazioni, occuparsi del bucato e dei vestiti. I vantaggi, nelle intenzioni delle proponenti, erano molteplici. Il lavoro si sarebbe potuto organizzare in modo razionale e condiviso, con una retribuzione adeguata. I macchinari, usati su scala maggiore, sarebbero stati più grandi ed efficienti. In alcuni casi le cooperative avrebbero introdotto innovazioni nelle tecniche e nelle attrezzature, rendendo il lavoro più leggero e più remunerativo, e offrendo i propri servizi anche a famiglie esterne al complesso.
Dall’America alla Russia rivoluzionaria. Un modello analogo comparve agli albori dell’Unione Sovietica, soprattutto per impulso di Alexandra Kollontai, allora direttrice del dipartimento per le donne del Partito Comunista. La nuova società avrebbe dovuto liberare anche le donne, sciogliendole dai vincoli di dipendenza familiare e dagli obblighi di cura. Donne e uomini avrebbero vissuto in case comuni, con stanze singole, niente spazi di socialità strettamente familiare e grandi ambienti collettivi.
È una versione più radicale e ideologica dell’idea, ma il filo è lo stesso: ripensare lo spazio abitativo per ripensare i rapporti tra i generi e il valore del lavoro di cura.
Un’eredità ancora attuale. Le case senza cucina non sono diventate la norma, e probabilmente la reazione che Crova prevedeva, quella degli “oppositori”, ha pesato a lungo. Ma le domande che queste proposte sollevavano sono tutt’altro che archiviate. Chi si occupa del lavoro domestico? Chi lo vede e chi lo paga? Quanto la forma delle nostre case rende quel lavoro più o meno gravoso, più o meno solitario?
Oggi ritroviamo echi di quelle intuizioni nel cohousing, nelle mense di quartiere, nelle lavanderie condominiali, nei servizi condivisi. Tornare a leggere Crova, Hayden e Kollontai significa ricordare che l’architettura può essere uno strumento di giustizia sociale, e che cambiare la casa può essere un modo di cambiare, concretamente, la vita di chi ci lavora ogni giorno.
In copertina. Foto dell’autrice dell’articolo.
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Articolo di Chiara Belingardi

Ricercatrice in urbanistica, è docente e organizzatrice del Master Città di Genere. Metodi e tecniche di pianificazione e progettazione urbana e territoriale dell’Università di Firenze. È autrice con Zaida Muxì e Flavia Pesce delle Linee Guida per Progetti inclusivi dal Punto di vista di Genere (2022) e con Daniela Poli e Stefania Ragozino di Prospettive Femministe sulla Città (CNR, 2025).
