Secondo la leggenda, la sorte volle che la più intraprendente delle due figlie di Servio Tullio andasse in moglie al più ignavo dei discendenti di Tarquinio (presumibilmente i nipoti, più che i figli, dato che Servio Tullio regnò per ben quarantaquattro anni), mentre l’altra, la minore, ebbe in sorte il marito più ambizioso. Ma la provvidenziale morte prematura — le fonti dicono non naturale — del marito e della sorella, spianarono la strada alla Maggiore per coronare il sogno di regnare su Roma: fu lei a convincere il marito Lucio Tarquinio, poi detto il Superbo, a non attendere la morte del suocero e a eliminarlo con la violenza.
«Tarquinio fece irruzione nel foro scortato da un drappello di armati, prese posto sul trono di fronte alla Curia e fece comunicare ai senatori che si presentassero in senato. […] Davanti a loro accusò Servio di essere uno schiavo, figlio di una schiava, che dopo la morte indegna di suo padre, era salito al trono grazie al regalo di una donna. Aveva favorito le classi più abiette della società perché da quelle proveniva e odiava la classe alla quale non apparteneva: perciò aveva tolto le proprietà terriere ai notabili per darle alla plebaglia […]. Servio, svegliato di soprassalto da un messaggero, arrivò nel bel mezzo di questa tirata e, dalla soglia della Curia, gridò: “Che razza di storia è questa, Tarquinio? come hai osato convocare i senatori e sederti sul mio trono, mentre io sono ancora vivo?” […] Tarquinio, costretto dalla situazione a giocarsi il tutto per tutto, favorito dall’età e dalla maggiore vigoria fisica, afferrò Servio per la vita, lo sollevò da terra e, trascinatolo fuori, lo scaraventò giù dalle scale. Servio Tullio, mentre moribondo si trascinava verso la reggia senza il suo seguito abituale, fu raggiunto e assassinato dai sicari di Tarquinio. Sembra (e non stride con i precedenti delitti) che l’idea sia stata di Tullia. In ogni caso questa, arrivata in senato col suo cocchio, per niente intimorita dalla gran massa di persone, chiamò fuori dalla Curia il marito e fu la prima a conferirgli il titolo di re. […] Mentre la riportava a casa il cocchiere impallidì e, bloccando la vettura con un colpo secco di redini, indicò alla padrona il cadavere di Servio abbandonato per terra. La tradizione racconta che in quel luogo fu consumato un atto orrendo e disumano di cui la strada serba memoria nel nome (si chiama infatti via Scellerata): Tullia, invasata dalle Furie vendicatrici della sorella e del marito, ordinò di passare col cocchio sul corpo del padre. Quindi, piena di schizzi lei stessa, ripartì sulla vettura che grondava sangue dopo quell’orrore commesso sul cadavere del padre, e si diresse a casa dove i penati suoi e del marito, adirati per il tragico esordio del regno, fecero sì che esso avesse una conclusione analoga». Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, capp. 47-48, passim.
Questo il racconto di Livio che attesta la grande espansione della città sotto il regno di Tarquinio il Superbo, ma, non volendo riconoscere a quell’ultimo re il valore militare che mal si concilierebbe con l’indegnità morale, afferma che egli riuscì a vincere i popoli nemici solo servendosi della menzogna e dell’inganno.
E i suoi figli non furono da meno: si colloca a questo punto uno dei racconti che ebbe forte valore simbolico per tutta la romanità indicando alle donne attraverso i secoli il modello da seguire, in perfetta antitesi a quello di Tullia. Le principali fonti a proposito di Lucrezia sono ancora Livio e Dionigi di Alicarnasso che ne parlano in modo disteso e con poche varianti, ma negli scrittori successivi si trovano innumerevoli riferimenti al personaggio e alla vicenda che, per quanto assai nota, vale la pena di rileggere.
«Durante le pause della guerra i figli del re [Tarquinio il Superbo] ammazzavano il tempo spassandosela in festini e bevute. Un giorno, mentre stavano gozzovigliando nella tenda di Sesto Tarquinio e c’era anche Tarquinio Collatino, figlio di Egerio, il discorso cadde per caso sulle mogli e ognuno dei presenti diceva meraviglie della sua. La discussione si animò e Collatino affermò che le chiacchiere erano inutili: di lì a poco si sarebbero resi conto che nessuna poteva tener testa alla sua Lucrezia: “saltiamo a cavallo — propose — e andiamo a verificare di persona il comportamento delle nostre spose. La prova più sicura sarà ciò che ciascuno di noi vedrà all’arrivo inaspettato del marito”. Eccitati dal vino, volano a Roma dove arrivano alle prime luci della sera e di lì proseguono alla volta di Collazia. Là videro Lucrezia intenta ad attività assai diverse da quello delle nuore del re, sorprese nel pieno di un festino in compagnia di coetanei: nonostante fosse notte fonda, la moglie di Collatino era seduta in mezzo all’atrio e si affaccendava intorno ai gomitoli di lana insieme alle serve anche loro indaffarate. Fu indiscutibilmente sua la vittoria in quella sorta di gara tra le mogli. All’arrivo di Collatino e dei Tarquini, Lucrezia li accoglie con estrema gentilezza e il marito vincitore invita a cena i giovani principi. Fu così che Sesto Tarquinio, provocato non solo dalla bellezza, ma dalla provata castità di Lucrezia, fu preso dalla pazza voglia di possederla a tutti i costi. […] Qualche giorno dopo tornò a Collazia all’insaputa di Collatino. Accolto ospitalmente, dopo cena andò a dormire nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, quando vide la strada libera — tutti erano nel primo sonno — sguainò la spada e andò nella stanza di Lucrezia che dormiva: la immobilizzò puntandole la mano sul petto e disse: “Zitta, Lucrezia! Sono Sesto Tarquinio e sono armato. Se parli sei morta!” La povera donna, svegliata dallo spavento, capì di essere a un passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora a dichiararle il suo amore, ad alternare suppliche a minacce e a tentarle tutte per far cedere il suo animo di donna. Ma vedendola irremovibile e decisa a non cedere nemmeno di fronte alla prospettiva della morte, aggiunse all’intimidazione la minaccia del disonore: affermò che, dopo averla uccisa, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo accanto, in modo che si dicesse che era stata uccisa perché sorpresa in un abominevole adulterio. Con questa spaventosa minaccia, il libidinoso Tarquinio ebbe la meglio sull’ostinata castità di Lucrezia; poi, fiero di aver violato l’onore della donna, ripartì. Lucrezia, affranta, manda messaggeri al padre a Roma e al marito ad Ardea, pregandoli di raggiungerla, ciascuno con un amico fidato. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, e Collatino con Lucio Giunio Bruto. La trovano seduta nella sua stanza, immersa in una profonda tristezza. Alla vista dei parenti, scoppia a piangere e, alle domande del marito, risponde: “Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo: ma solo il corpo è stato violato, il cuore è puro. Lo proverò con la morte. Ma prima giuratemi che l’adultero non rimarrà impunito: è Sesto Tarquinio, che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui”. Uno dopo l’altro giurano tutti, ma poi cercano di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo sull’autore di quell’azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima; inoltre non è il corpo che pecca, ma la mente e quindi, se manca l’intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei replica: “Sta a voi stabilire quel che si merita lui. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non mi esimo dalla punizione. Da oggi in poi nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!” Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre. […] Bruto, mentre gli altri erano in preda allo sconforto, estrasse il coltello dalla ferita e, brandendolo ancora stillante di sangue, disse: “Su questo sangue, purissimo prima che un principe lo contaminasse, io giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che di qui in poi perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata moglie e tutta la sua stirpe col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo mi sarà possibile e non permetterò che né loro né altri regnino più a Roma”. Quindi passa il coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio, tutti sbalorditi dall’incredibile evento. Subito dopo trascinano fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiano in mezzo al foro dove poco alla volta si accalca la gente. Tutti si scagliano indignati contro la violenza criminale del principe. Allora Bruto li invita a smetterla con i pianti e li esorta a esser degni del proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi ha osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armano e si offrono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù. […] Bruto dopo aver ricordato l’indegna fine di Servio Tullio e l’episodio orrendo della figlia che ne calpestava il cadavere col cocchio, invocò gli dèi vendicatori dei crimini contro i genitori. Così infiammò il popolo, lo trascinò ad abbattere l’autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio con moglie e figli. […] Sesto Tarquinio partì alla volta di Gabi, ma lì fu assassinato da quelli che volevano vendicarne le stragi e le razzie. In seguito, attenendosi a quanto scritto nei diari di Servio Tullio, i comizi centuriati, convocati dal prefetto della città, elessero due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino». Ivi, capp. 57-60, passim.
Il racconto di Livio è per noi interessante per diversi motivi. Il primo è che Lucrezia non si uccide subito dopo lo stupro, ma sopravvive per il tempo che le è necessario per organizzare la sua vendetta. Nella variante di Dionigi, prende addirittura la carrozza e va di persona all’accampamento per convocare padre e marito… forse poco credibile. Quello che conta in ogni caso è che Lucrezia non tace, ma prende la parola e fa un discorso molto moderno: distingue corpo e mente. I suoi familiari non possono che essere d’accordo. Tuttavia Lucrezia non ignora che il suo corpo violato non è più in grado di garantire il ruolo di ogni moglie, il motivo per cui è stata presa in matrimonio: procreare figli che siano con certezza consanguinei del padre.
Un’ulteriore spia linguistica sta nel termine adultero (riferito nel testo a Sesto Tarquinio) che è in relazione col verbo adulterare: adultero non è, come siamo abituati a pensare, chi tradisce la moglie, ma colui che, mischiando con lo sperma il suo sangue a quello della donna che viola (è il sangue mestruale la sede della fertilità femminile, per gli antichi) la “guasta” definitivamente e oggettivamente, a prescindere dalla responsabilità di lei. Insomma, se è vero che il matrimonio è finalizzato alla procreazione, Lucrezia ha ragione: deve togliersi di mezzo per permettere a suo marito Collatino di avere una discendenza certa, sposando un’altra donna. Questo è dunque l’esempio che vuole offrire alle matrone romane, il cui nome stesso dice di più del corrispondente greco ghynè.
Altro particolare interessante è la scelta che Lucrezia fa del pugnale, come arma per darsi la morte: un’arma che produce sanguinamento e che è associata al valore e al coraggio maschile, tanto è vero che un altro storico, Valerio Massimo, che raccoglie nove libri di Fatti e parole degne di essere ricordati, non esita a usare per lei l’aggettivo virile. Le donne di solito, Antigone compresa, si uccidono impiccandosi…
La secolare ammirazione per Lucrezia tuttavia non sarà condivisa dagli autori cristiani. Sant’Agostino, in particolare, nel De Civitate Dei esprime un giudizio molto diverso: per prima cosa non si può escludere che la donna abbia comunque provato piacere nell’amplesso. Inoltre, se davvero era innocente rispetto alla lussuria diventa colpevole del crimine di uccidere un’innocente. Del resto il suicidio per i Cristiani non è ammissibile.
Ancora: se Lucrezia si è uccisa per l’incapacità di sopravvivere alla vergogna, si è dimostrata debole. Infine, se l’ha fatto per conquistarsi onore e gloria, ha peccato di immodestia. Vero coraggio è quello delle martiri cristiane, che, peraltro, muoiono vergini.
In copertina: La morte di Lucrezia del pittore italiano Giuseppe Collignon (particolare).
***
Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
