Luisa Muraro nel mio ricordo

Ricordo Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano, negli anni ’80 del secolo che abbiamo alle spalle, quando la sede era ancora in via Dogana al numero 2, a fianco della piazza del Duomo. Allora mi stavo laureando in filosofia con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Papi, ma nella mia tesi di laurea ha avuto grande importanza anche il suo pensiero e insegnamento. Ho, infatti, amato e inserito in bibliografia il suo Maglia o uncinetto. Metafora e metonimia, poi pubblicato anche come libro monografico da Feltrinelli, ma da me letto e utilizzato nella sua prima formulazione sulla rivista Aut Aut n. 175-176 del gennaio-aprile 1980.

AUT AUT. Foto di Danila Baldo

Mi piaceva soprattutto, al di là delle sottili e profonde disquisizioni linguistiche, il titolo: che bello richiamare e valorizzare, anche in ambiti di alta filosofia, ciò che attiene alla vita quotidiana delle donne!!! Volere per le donne una diversa considerazione in società, rispetto al passato, ruoli autorevoli e di governance, non può voler dire omologazione al maschile, negazione di ciò che è sempre stato importante e proprio del mondo femminile: questo è l’insegnamento del “pensiero della differenza”, che porterà poi anche alla costituzione di quella fondamentale comunità di filosofia quale è Diotima, nata a Verona e a cui Luisa Muraro ha contribuito a dar vita.

In quegli anni fine Settanta/inizio Ottanta, alla Libreria la ricordo al centro di una grande tavolata, dove si raccoglievano duemila lire a testa, per mangiare tutte insieme mentre si discuteva di filosofia, politica e femminismo. Il suo era un pensiero al di fuori di qualsiasi schema, sia accademico sia “ideologico”, e questo mi piaceva, esaltava il mio essere “contro” l’educazione religiosa, classica, perbene che avevo avuto fino ad allora. Lei si era laureata all’Università Cattolica di Milano, ma poi aveva deciso di fare tutt’altro, andando a insegnare nella scuola dell’obbligo, dove aveva avviato un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: un esempio di come incarnare la filosofia, mettere in pratica la teoria, e l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, Einaudi, 1973.

Aveva fondato con altre, nel ’75, proprio la Libreria delle donne sul cui sito ancora oggi si legge (vedi qui) «Sì, perché la Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione». Io ho respirato a pieni polmoni, da giovane studente di filosofia, quegli anni così vivaci e intensi, con la gran voglia di sovvertire la cultura tradizionale in cui eravamo cresciute, e quel “partire da sé” è sempre stato al centro del mio essere e agire. Noi donne siamo ben capaci di pensiero astratto, razionale, filosofico, ma sempre incarnato nella nostra esperienza, vissuto corporeo, materialità singola, ben consapevoli che l’universale non è un monolite, ma un prisma, in cui le diverse facce si confrontano, affiancano, uniscono, ma rimangono distinte, sé stesse.

Luisa Muraro si è spenta nella mattinata del 13 giugno scorso, e tantissimi sono stati in queste settimane gli scritti che hanno parlato di lei e delle sue opere, a partire dalla prima comunicazione della sua scomparsa, sul sito della Libreria da lei fondata: nell’articolo di Laura Colombo c’è il richiamo a ciò che Luisa diceva, che occorre «andare a fondo nel presente» per non cadere nell’«inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più». Non pensiamola quindi come una mancanza, perché il suo pensiero continua ad agire anche ora più che mai vivo, «il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera».
Innumerevoli i suoi scritti, sia accademici, sia divulgativi. È stata traduttrice di molte opere di Luce Irigaray e a questo proposito non posso non ricordare un magnifico pomeriggio a Milano in cui noi giovani studenti abbiamo accompagnato Luisa Muraro e Luce Irigaray in visita alla città. Luce parlava solo francese e Luisa un po’ dialogava con lei e un po’ si rivolgeva a noi per chiedere se avevamo seguito tutto e se avevamo domande. Un po’ una lezione a cielo aperto e un po’ un momento di vita indimenticabile.
Al posto di elencare tutte le sue importanti opere, che si possono ritrovare ovunque, voglio invece qui ricordare un suo piccolo scritto che ho sempre trovato geniale!!! Eccezionale perché distribuito gratuitamente in un luogo pubblico, rivolto anche forse a chi non è abituato a leggere testi complessi, distribuito in un luogo, la metropolitana, dove si va di fretta, e su un tema non certo comune: la lingua sessuata, che non esclude ma rende visibile il femminile in quel luogo simbolico per eccellenza, il linguaggio, che non solo descrive il mondo, ma contribuisce a formarlo. 

Articolo Metronews

Riporto qui la parte che ha poi indirizzato sempre più il mio modo di parlare, di insegnare, di agire e di essere: «La donna che lavora in fabbrica si chiama operaia, se lavora in campagna, contadina, se vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, ministro, deputato, ma solo perché erano di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più.
Da qui lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università? Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione e sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere». Era il 2012, ma quanto è attuale!

In copertina: particolare da www.metronews.it di mercoledì 28 marzo 2012.

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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.

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