Mia madre amava il mare, quindi era al mare che si andava d’estate, dopo aver spedito il baule (proprio un baule, con tanto di cerniere in ferro, tipo tesoro dei pirati) alla pensione dove da un anno all’altro era fissata la stessa stanza, così come l’ombrellone sulla stessa spiaggia. E io mica lo sapevo che mi piaceva la montagna. Quella bassa, però, sotto i duemila, ché le altezze, le rocce e i picchi non fanno per me.
Lo scoprii quando, dopo la nascita di mia sorella, per la prima vacanza il pediatra consigliò la “mezza montagna”. Rossella non aveva ancora un anno, e passammo i mesi estivi in una frazione di un piccolo paese delle Valli di Lanzo, poco più di 800 metri sul livello del mare, qualche centinaio di abitanti e forse un’ora di auto da Torino. Affittammo un appartamento in una casetta bifamigliare, soggiorno e cucina a piano terra e due camere da letto al primo piano, giardinetto davanti affacciato sulla provinciale della Valgrande e fitti boschi di castagni sul retro. Ricordo vagamente che nel secondo appartamento, speculare, c’era un’altra famiglia con un bambino piccolo, che gattonava insieme a Rossella nel box piazzato in giardino.
Io invece andavo a bagnarmi in Stura e a saltellare fra le grosse pietre del greto, oppure sui sentieri dei boschi, insieme all’amichetta che a un certo punto venne a farmi compagnia e a un ragazzo più grande che sapeva i posti e ci faceva da guida. Fu allora, credo, che iniziai a conoscere i funghi e mi innamorai delle cortecce degli alberi, del muschio, del profumo dell’erba appena tagliata e di quello del fieno messo a seccare. Quando in una delle tante escursioni incontrai, in una radura, un grande masso erratico, me ne venne un’emozione forte e strana, come una specie di paura o una voglia di piangere ma senza piangere. Solo molto più tardi capii che avevo scoperto il senso del sacro e che per vie misteriose (e rimaste tali) l’undicenne ignorantissima che ero si era connessa per un momento ad epoche remote, quando quei giganti di pietra erano venerati perché ritenuti sede di forze magiche. Ma allora non ne sapevo niente.
Il mare comunque non mi aveva mai dato sensazioni simili, e non a caso i ricordi più vivi delle mie estati infantili sono legati a quell’unica, lunga vacanza in montagna.
Ci rimanemmo per tre mesi, fino alla fine di settembre, perché la scuola allora iniziava il primo ottobre, e così ebbi la possibilità di godere di un’altra meraviglia: il ritorno delle mandrie dagli alpeggi. Per giorni e giorni scesero per la strada carrozzabile del fondovalle centinaia, migliaia di capi, mucche e vitelli soprattutto, coi pastori e coi cani, e il suono dei campanacci — continuo, per tutta la giornata e parte della notte — aveva un fascino ipnotico che sembrava trasportarti in un altro mondo.
E lo era, un altro mondo. Al giorno d’oggi la transumanza, o quel poco che ne rimane, è in gran parte su gomma, né potrebbe essere diverso: il traffico ha reso impossibile il passaggio di tanti animali sulla provinciale. Ma oggi sento che quel mondo è stata una ricchezza poterlo conoscere.
Copertina: foto di Marco Peccenati.
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Articolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).
