L’umanità sofferente di Bianca Orsi

«Altissime, turrite, rupestri donne di legno, di terracotta, di bronzo. Non sorridono, anzi le facce hanno grinte dure e proterve, scostanti: stanno in piedi vigorose, strane, in certo senso indiscutibili» (Dino Buzzati – “Il Corriere della Sera”). 
Nel panorama della scultura italiana del secondo Novecento, Bianca Orsi, di cui questa settimana ricorrono i dieci anni dalla morte, è una figura notevole, purtroppo ancora sconosciuta ai più. Artista solitaria, lontana dalle logiche del mercato e dalle mode del tempo, Orsi ha dato vita nel corso della sua lunga attività a un’opera coerente e potente, caratterizzata da una intensa espressività e da una straordinaria energia, in cui la creatività si intreccia con l’esperienza personale e l’impegno civile.
Le sue figure, sia donne che uomini, sono spoglie e aspre perché sono immagini di violenza, di tortura, di soprusi, di prevaricazione; sono ricordi della guerra, ma anche espressione della costrizione a cui è sottoposta la condizione umana, ieri come oggi. Uno dei suoi colori preferiti è il rosso, che richiama il sangue versato per la conquista degli ideali, che sono da sempre per Orsi il lavoro, la pace, la famiglia. La violenza che descrive è soprattutto quella esercitata sulla donna: protagoniste delle sue opere sono, infatti, soprattutto le donne, principali vittime di soprusi e ingiustizie, e raccontano la sofferenza, la resistenza, ma anche la dignità umana della condizione femminile. «Sono le donne degli artigiani, degli operai e dei contadini della nostra Italia settentrionale, quelle che l’emiliana, ormai milanese, Bianca Orsi ha ben conosciuto e con le quali ha sentito rapporti di solidale comprensione in tutta la sua vita». (Raffaele De Grada – “Vie Nuove”)

Donna legata, legno (sin). Donna in marcia, alluminio (dex)
Figura di donna, legno (sin). Uomo liberato, legno (dex)

Bianca Orsi (Salsomaggiore Terme, 20 dicembre 1915–Milano, 5 luglio 2016) si è formata all’Accademia di Belle Arti “Brera” di Milano, seguendo gli insegnamenti di Carlo Carrà, Aldo Carpi, Marino Marini e Giacomo Manzù. L’influenza dei suoi maestri è percepibile nella monumentalità della figura, ma l’autonomia si avverte nella maggiore asprezza della sua forma, meno interessata all’armonia formale e più alla forza espressiva. 
La guerra interrompe i suoi studi e Orsi partecipa attivamente alla lotta di liberazione come staffetta partigiana, arrivando a nascondere armi nella cassetta dei colori. Questa esperienza le è valsa la medaglia di bronzo e ha influenzato in modo indelebile la sua poetica. Si salva dalle rappresaglie proprio grazie alla sua pittura: quando vengono ad arrestarla, il giovane tenente, appassionato di arte, rimane colpito dai suoi quadri e Orsi finisce imprigionata, anziché a Vienna, a Parma, da dove viene rilasciata dopo un mese. Nel 1946, finita la guerra, torna a studiare e fa l’esame di ammissione al corso di pittura; con una borsa di studio si laurea, inizia a esporre, ma passa dalla pittura alla scultura, perché più economica. Prima lavora la creta, poi il legno. La sua opera col tempo comincia a essere apprezzata da intellettuali e giornalisti come Dino Buzzati e Mario De Micheli. Il figlio Alessandro Balducci, attore di teatro, la ricorda affettuosa, forse per compensare il fatto che per lavorare usciva la mattina e rincasava la sera. «Forte di carattere e di fisico, non rinunciava alla femminilità, sempre in gonna, mai in pantaloni». Lavorava con attrezzi da uomo, martelli, trapani e seghe, e con materiali eterogenei, legno, bronzo, rame, iuta e alluminio, realizzando sculture, arazzi, mosaici e incisioni. Il legno fu probabilmente il materiale che le consentì i risultati più originali: le superfici rugose, incise dagli strumenti, contribuiscono a trasmettere un senso di ferita e sofferenza, e comunicano la brutalità della violenza. Dei dipinti che faceva soprattutto in estate, alcuni sono solo bozze preparatorie per le sculture, altri sono dipinti completi. 

Bianca Orsi nella sua casa (sin). Il laboratorio tra trapani e martelli (dex)
Manifestazione sotto la pioggia, arazzo in seta

L’opera d’arte tessile Manifestazione sotto la pioggia descrive figure umane stilizzate e nude, sotto ombrelli blu, caratterizzate da tratti espressionistici su un fondo attraversato da linee verticali bianche che suggeriscono l’effetto della pioggia; le grate in primo piano rendono il contesto drammatico. 
La scultrice si firmava “B. Orsi” e diceva che se fosse stata uomo avrebbe avuto più successo. Ha continuato a creare instancabilmente nel suo atelier milanese fino a tarda età, a novantotto anni lavorava ancora, e si è spenta all’età di cento anni. Nel 2016, nei locali del suo studio, in Corso Garibaldi 91 a Milano, è stato istituito lo Studio Museo Bianca Orsi, che ne conserva l’eredità artistica. A pochi mesi dalla sua scomparsa e dopo l’inserimento del suo nome nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, il Comitato provinciale dell’Anpi e il Comune di Milano hanno voluto omaggiarla con una antologica alla Casa della Memoria, che ha esposto oltre cinquanta opere tra sculture di grandi e piccole dimensioni, arazzi, dipinti e disegni.
In un’epoca in cui dominava l’astrattismo, Bianca Orsi è rimasta sempre fedele alla figura umana. Tuttavia i suoi personaggi, donne e uomini, non sono mai ritratti realistici, non hanno una precisa identità individuale: sono piuttosto archetipi di un’umanità sofferente, simboli universali di resistenza e dignità. I corpi sono deformati, tesi, tormentati, come a conservare tracce delle ferite inferte dalla società. «Sono immagini del nostro tempo lacerato, immagini di ritorsione, di tortura, di sopruso, di furore: immagini che vengono da una memoria non cancellata della guerra di ieri e immagini che ci sopraffanno dai paralleli dei nuovi conflitti. Ma sono pure le immagini, i traslati inquietanti, della nostra esistenza, sottoposta da ogni parte e senza risparmio all’offesa e all’oltraggio» (Mario De Micheli).

Uomo sulla sedia di tortura, legno (sin). Uomo, legno (dex)

Uomo sulla sedia di tortura è una grande scultura in legno di rovere realizzata con una complessa lavorazione a tasselli. La figura appare sofferente, simbolo della vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla violenza della guerra, della persecuzione politica, e diventa un monumento alle vittime della storia.

Donna in lotta, rame (sin). Guerriera, legno (dex)

Donna in lotta, realizzata in rame, è colta in un movimento energico, protesa in avanti come spinta da una forza esterna. Non è una donna passiva, non è una vittima, non molla, ma resiste. La scultura esprime uno dei nuclei centrali della poetica di Orsi: la denuncia delle violenze subite dalle donne e, allo stesso tempo, la loro capacità di reagire.
Guerriera è una grande scultura in legno di rovere, alta circa due metri. La figura, monumentale, appare arcaica, quasi un’antica divinità della forza femminile.
Molte opere portano semplicemente il titolo di DonnaBusto di donna o Testa di donna. Anche in questi lavori Orsi non ricerca il ritratto individuale ma una condizione universale, quella delle vittime delle ingiustizie e delle guerre. I volti sono scavati, essenziali, segnati dal dolore o dalla fatica, presentano sporgenze appuntite, lacerazioni e squarci. Sono figure dolorose, caratterizzate comunque da una forza interiore che impedisce loro di trasformarsi in immagini di sconfitta.

Testa di donna, legno (sin). Testa, stoffa ricamata (dex)

Accanto alle donne compaiono numerosi UominiTeste d’uomoBusti: corpi robusti, massicci, lineamenti essenziali, dove prevale una visione espressionistica, l’essenza psicologica del soggetto e non la somiglianza fisica. 

Busto di donna, terracotta (sin). Busto di uomo, terracotta (dex)
Teste in lana ricamate

Le sue ultime sculture sono teste in lana ricamate con dettagli in lurex.
Nata dall’esperienza diretta della guerra e della Resistenza, la sua arte è guidata da una forte indignazione morale. Non rassicura, non offre un piacere estetico; vuole piuttosto ricordare le guerre, le ingiustizie e le discriminazioni che hanno attraversato il Novecento e continuano a segnare il presente. Non cerca effetti decorativi, ma fa della scultura uno strumento di memoria, denuncia e speranza.

Le immagini sono tratte da: www.biancaorsi.it/recensioni e www.biancaorsi.it/opere.

In copertina: uno screenshot da un video.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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