L’antica Grecia in cucina. Filosofia e realtà

Νοῦς ὑγιὴς ἐν σώματι ὑγιεῖ — dicevano gli antichi e, nonostante sia errata la convinzione che provenga dall’antica Grecia (in realtà si attribuisce al poeta romano Giovenale, in originale Mens sana in corpore sano), la frase si rivela molto significativa, rappresentando quasi alla perfezione lo spirito con cui i miei antenati si approcciavano all’alimentazione.
Nell’antichità classica il cibo veniva considerato come uno dei vizi e perciò si consigliava la massima moderazione, arrivando a volte a delle posizioni estreme come quelle degli abitanti di Sparta. Infatti, nel Peloponneso dell’VIII secolo a.C., l’alimentazione veniva controllata rigidamente dalla legislazione attraverso le leggi di Licurgo. L’obiettivo era di proteggere la popolazione dagli eccessi e di assicurare l’uguaglianza tra cittadini, vale a dire uomini liberi spartani, essenzialmente vietando ciò che si percepiva come lusso. Il risultato era un’alimentazione semplice e frugale a base di orzo, formaggio, fichi e olio di oliva, sempre in quantità essenziali, con l’aggiunta del celebre brodo nero. Si trattava di una sorta di zuppa, simbolo della frugalità spartana, composta unicamente da quattro ingredienti: la carne di maiale bollita, il sangue di maiale, l’aceto e il sale dal sapore famosamente pessimo. 

Affresco da Creta rappresentante uomini con diversi vasi in ceramica

Tornando invece ad Atene, le convinzioni riguardanti gli eccessi erano analoghe ma gli usi significativamente diversi. Per quanto riguarda la teoria, Platone consiglia ai giovani di nutrirsi «non con il pesce, ma con la carne arrostita senza salse o spezie» (Platone, Repubblica, 404b-d) mentre Ippocrate suggerisce carni preservate in sale, vino o aceto con erbe (timo, aglio, sesamo) e accompagnate da verdure. Anche Omero si esprime contro i pesci in maniera più implicita, evitando di farli consumare dai suoi eroi a meno che non si trovino in condizioni estreme, e apparecchiando le tavole dei suoi re con carni pregiate. Ateneo, invece, nel suo libro I DeipnosofistiI Dotti a Banchetto, avverte dei pericoli del consumo eccessivo di vino raccomandando ai saggi di «fermarsi al terzo calice di vino, dato che il primo è benefico per la salute, il secondo per l’amore e il godimento, il terzo per il sonno, dopo il quale i saggi tornano comodamente a casa loro. Il quarto calice causa l’insolenza, il quinto il rumore, il sesto l’ebbrezza, il settimo gli occhi gonfi, l’ottavo l’arrivo delle forze dell’ordine, il nono la rabbia e il decimo la mania» (Δειπνοσοφιστές, ΙΙ.36b-c). 

Cratere, vaso per la mescolazione del vino con l’acqua
Idria, contenitore di trasporto per l’acqua
Anfora

La pratica è una storia completamente diversa, almeno per quanto riguarda gli ateniesi. Innanzitutto, nell’Atene antica si cenava sempre in compagnia, che fosse la famiglia oppure gli amici, tali erano i casi dei simposi. I pasti si consideravano momenti di socializzazione, di scambio e di condivisione e perciò mangiare da soli era visto come un semplice riempimento dello stomaco adatto solo alle bestie e ai barbari. Questa distinzione è evidente anche nella lingua essendoci due verbi relativi al cibo, τρώγω che significa propriamente consumare il cibo e γευματίζω che invece deriva dal sostantivo γεύμα inteso come pasto condiviso. 
Curiosa è la questione riguardante l’inclusione del pesce nell’alimentazione. Infatti, è ampiamente noto che gli ateniesi adoravano il pesce e lo mangiavano talmente spesso che il loro nome per il pasto a esso attribuito finì per significare proprio pesce. In greco moderno, al posto di ιχθύς, la parola originale, si utilizza ψάρι, derivante dalla parola οψάριον, cioè il pasto che si consuma in tarda mattinata, un brunch ante litteram. Risulta, quindi, al minimo particolare il fatto che non solo Platone, che è un filosofo, ma addirittura Ippocrate, un medico, e anche Omero stesso cercano di dissuadere dal consumo di questo alimento così diffusamente amato in antichità. 

Disegno di affresco che rappresenta una pasto interrotto

Come si può intuire non esiste una risposta certa sul perché uomini illustri dell’antichità si sono schierati così esplicitamente contro il pesce, che oggi si considera una delle fonti di proteine più sane e pregiate, ma esistono delle teorie avvincenti. La prima racconta che Omero era originario di Smyrna, la odierna Izmir, nella Turchia dell’ovest, dove i pesci disponibili provenivano da laghi e fiumi ed erano conosciuti per il loro cattivo sapore. Tale convinzione è confermata anche dagli abitanti moderni di Izmir che preferiscono i pesci provenienti dal Mediterraneo a quelli pescati attorno alla loro città. Questa cattiva esperienza avrebbe, quindi, portato Omero ad associare questo alimento con situazioni di carestie e a evitarlo per i suoi banchetti e simposi epici. 
Questo spiegherebbe certo l’avversione del poeta, ma non la persistenza dell’opinione e la sua crescita al punto di attribuire a un alimento gustoso e disponibile in abbondanza dei valori negativi per quanto riguarda la virtù degli uomini. A mio parere, è proprio questa la chiave per arrivare alla soluzione di questo enigma, la virtù. Numerosi ricercatori attribuiscono questa discrepanza tra teoria e pratica nell’Atene antica a una questione di classe e di divisione sociale. Il pesce, essendo appunto, disponibile in abbondanza all’epoca, piuttosto facile da ottenere senza dover per forza investire in attrezzature particolari e senza possedere un terreno per crescerlo o farlo pascolare, era il cibo dei poveri. In più, la pesca non era un’attività gloriosa come la caccia, non dimostrava la forza o l’intelligenza, ma piuttosto la tecnica e la pazienza. Il pesce si trovava su tutti i tavoli di Atene quotidianamente, in quantità da sfamare il popolo e senza particolare sforzo e perciò mancava di virtù. Andava, quindi, eliminato e sostituito da alimenti più virili e soprattutto alimenti che potessero dimostrare le capacità economiche dell’uomo che li mangiava. La parte curiosa di questo discorso, però, non è tanto l’attribuzione di valori a degli oggetti a prescindere della loro funzionalità, queste sono semplici regole del mercato, grande offerta significa basso prezzo. Curioso risulta il fatto che una concezione sociale, come lo sdegno per il cibo dei poveri, possa infiltrarsi negli scritti di un medico come Ippocrate, finendo per far considerare un alimento non salutare. 

Skifos, bicchiere semplice

In definitiva, il rapporto degli antichi con il cibo rivela qualcosa di molto più profondo di una semplice questione nutrizionale: si tratta di uno specchio della società, dei suoi valori, delle sue gerarchie e delle sue contraddizioni. Dalla frugalità imposta per legge a Sparta alla doppia morale ateniese, dove la teoria filosofica e medica predicava moderazione e virtù mentre la pratica quotidiana raccontava tutt’altra storia, emerge un filo conduttore comune: il cibo non è mai stato soltanto nutrimento, ma linguaggio sociale. Il caso del pesce ne è l’esempio più emblematico: un alimento abbondante, gustoso e, come sappiamo oggi, estremamente salutare, relegato al rango di cibo volgare non per ragioni scientifiche, ma per pregiudizi di classe.
Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di queste strutture sociali di travestirsi da verità oggettive, infiltrandosi nel pensiero intellettuale e scientifico fino a presentare un giudizio culturale come se fosse una legge naturale. Un meccanismo, questo, tutt’altro che antico: riconoscerlo nel passato ci invita a interrogarci su quante convinzioni del presente nascondano, in fondo, la stessa origine.

In copertina: assortimento di pietanze e spezie.

Tutte le foto sono tratte da Unsplash e Vecteezy e sono di libero dominio.

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Articolo di Chrysanthi Rizopoulou

Archeologa diventata Storica dell’Arte. Greca di nascita e bolognese di adozione, gentilmente accolta a Roma per il proseguimento degli studi. Quindi, forse, studente in eterno, e aspirante alle radici volanti. Quelle che permettono di viaggiare senza sradicarsi.

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