Editoriale. Sulla traccia di Lea

Ho avuto la fortuna di incontrare Lea Melandri quando era una bellissima giovane docente dai capelli rossi e gli occhi chiari, mi sembra di ricordare fossero verdi. Ero nell’età della preadolescenza, avevo fatto da poco il mio ingresso nella scuola media di Via Cavour, a Melegnano, e il volto di quella insegnante mi colpì moltissimo. Frequentavo la sezione L, l’unica sezione femminile in cui si insegnava l’inglese e come docente di italiano, storia, geografia e latino facoltativo avevo una professoressa, Maria Motti Scarani, che ci parlava spesso di Lea come di un’innovatrice. Frequentavo alcuni studenti che mi parlavano benissimo di lei, tra cui un mio carissimo amico Pippo.

Porto un cognome che probabilmente a Lea suscita ancora brutti ricordi, quello del Presidente dell’associazione genitori della scuola media di Melegnano, che all’epoca era mio padre. Fu da allora che cominciò a incrinarsi il rapporto con lui, impegnato ad appoggiare la battaglia intrapresa dall’insegnante di religione, don Giampiero Invernizzi, scatenato contro le presunte “pericolosissime” lezioni di “educazione sessuale” a scuola. Furono anni di discussioni accese con mio padre Alberto e divieti continui, anni in cui appresi che certe cose erano consentite al fratello in quanto maschio e proibite a me, in quanto femmina, perché «di te mi fido» mi diceva «ma di tutti gli altri no». Naturalmente in seguito divenni una ribelle, cominciai a frequentare il Collettivo donne di Melegnano e a leggere tutto quello che potevo del pensiero femminista.

L’anno della battaglia bigotta e sessuofoba del parroco del quartiere Giardino, che si vantava “di avere mandato 10 ragazze a suora” (sic) e che ci aveva provato inutilmente anche con me, fu talmente doloroso per Lea che quando nel 2016, in occasione del Convegno nazionale di Toponomastica femminile Ontheroad, organizzato in parte a Melegnano, provai a invitarla a tenere una relazione, disse che non se la sentiva di tornare nella città che tanto l’aveva fatta soffrire.

Ho seguito Lea e il suo pensiero, così originale ed eccentrico all’interno del femminismo, ogni volta che ne ho avuto occasione e adesso leggo avidamente ogni suo post sui social e ogni suo articolo su Comune.info e sui diversi quotidiani che la ospitano, per trovare una bussola capace di orientarmi in questi anni terribili di guerra e di violenza.

Con Lea condivido il fatto di essere stata in famiglia «la prima che ha studiato», anche se con minori difficoltà a raggiungere la scuola rispetto a quelle affrontate da lei; soprattutto condivido «la convinzione, maturata proprio grazie al femminismo, che un cambiamento nei rapporti di potere possa essere ottenuto solo indagando i nessi tra la vita intima e quella sociale e restituendo un significato politico a quello che è sempre stato posto al di fuori della storia, come le relazioni tra donne e uomini, la sessualità, gli affetti familiari, la maternità e l’essere figli e figlie» (Da Il fatto quotidiano).

L’analisi di Melandri sul voto per il referendum sulla giustizia è stata per me la più convincente perché ha saputo mettersi in ascolto delle ragioni delle tante persone, di generazioni diverse, che avevano smesso di votare.

Così come nel suo scritto La guerra ha un genere ho trovato la condanna della «“neutralità” delle analisi politiche che si leggono sulle tante guerre in corso, così come sulle ragioni che le muovono». Scrive Melandri: «A nessuno viene in mente che, se la globalizzazione ha rinfocolato difese nazionalistiche là dove era atteso un pluralismo nella diversità di culture e lingue, è perché ancora stenta a cadere la prima e più duratura delle “differenze”, quella che ha assegnato a un sesso e all’altro parti inscindibili dell’umano: corpo e pensiero, sessualità e politica, biologia e storia […] Che cosa impedisce di dire che la guerra trova la sua spinta primordiale, per non dire il suo piacere, in una “virilità” perennemente ostile a quanto di “femminile” si porta dentro?
Dei più feroci dittatori si conoscono le tenerezze private, senza che si veda in questa divisione paradossale il primo muro, o il primo assalto, che l’individuo di sesso maschile ha fatto a se stesso».

Tanti sono i pensieri fini di colei che ha parlato per prima delle donne come del soggetto imprevisto nella storia. Eccone alcuni: la critica degli articoli della Costituzione sulla famiglia, ancora definita «società naturale» e di quell’aggettivo, “essenziale”, riferito alla funzione della donna all’interno della famiglia. Purtroppo l’emendamento soppressivo di questo aggettivo, proposto in Assemblea dalla più lungimirante delle Costituenti Lina Merlin, non fu accolto e ha finito per cristallizzare i ruoli imposti a uomo e donna dalla società patriarcale all’interno della famiglia. Proprio quello che Merlin non voleva; e poi l’analisi approfondita di un libro fondamentale, Una donna di Sibilla Aleramo, che per la prima volta metteva in discussione la maternità come destino. 

Di Lea Melandri hanno scritto, tra le altre, in queste settimane Giorgia Serughetti, Concita Di Gregorio, Simonetta Sciandivasci, Annalisa Camilli ricordando la sua collaborazione con Elvio Fachinelli nell’iniziativa editoriale L’erba voglio, la rivista Lapis, la Libera Università delle donne. Tutte hanno messo in evidenza il ruolo avuto da questa intellettuale con la voce da mondina che si definisce “Compagna di strada”, ma che per molte di noi è stata e rimane una vera apripista. Come siamo solite ricordare all’interno della nostra associazione: «Le donne che aprono strade sono le strade per le altre donne».

Per tutto quello che ha fatto e che continua a fare per ognuna di noi ho aderito alla campagna “Dire grazie a Lea” per assegnarle un vitalizio sulla base della legge Bacchelli.
Queste le parole del comunicato che ha lanciato la proposta: «Lea Melandri ha attraversato e segnato in profondità la storia culturale e politica italiana: con la sua scrittura, il suo attivismo, il suo insegnamento, la sua riflessione sul corpo, sulla sessualità, sulla famiglia e l’infanzia, sulla violenza e sui rapporti tra i generi, ha contribuito a trasformare il modo in cui pensiamo oggi la libertà, il desiderio, la pedagogia e la relazione tra esperienza personale e dimensione pubblica».

La mia soddisfazione più grande è stata quella di proporre alla Banca del tempo di Melegnano, un’esperienza bellissima di riflessione e concretezza tra donne, di aderire a questa campagna. Il Direttivo ha approvato come forma di riconoscimento a una persona tanto illuminata. Un modo di ringraziare una grande intellettuale scrittrice e femminista da parte di una città che, allora, non seppe capirla ma che oggi ha moltissime sue sostenitrici.

Grazie, Lea. 

Qui un video da Frammenti di Lea a cura di Maschile Plurale Le donne sono state considerate “essenzialmente” corpi.

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Il nuovo numero di Vitamine vaganti è un viaggio tra storia, cittadinanza, femminismi, cultura e tradizioni per raccontare percorsi di emancipazione, protagoniste spesso dimenticate e questioni di grande attualità.
Sulla strada della democrazia. L’Italia della Transizione e della Costituente ripercorre il passaggio del nostro Paese dalla dittatura fascista alla democrazia. Il testo evidenzia come i valori dell’antifascismo, della pace, della partecipazione e della solidarietà abbiano costituito le fondamenta della nuova Italia democratica.
Donne al voto nell’America Settentrionale ricostruisce la lunga lotta per il suffragio femminile negli Stati Uniti e in Canada, mettendo in luce il ruolo di diverse attiviste ed evidenziando come la conquista del diritto di voto sia stata intrecciata alle battaglie per l’abolizione della schiavitù e per i diritti civili.
Lilli Suburg, fondatrice della prima rivista femminile in Estonia, fu scrittrice, educatrice e pioniera del femminismo estone. Attraverso la sua rivista promosse l’istruzione, i diritti delle donne e il suffragio femminile.

Clelia del Grillo Borromeo. Contemptrix Cloelia Sexus racconta la vita della nobildonna, intellettuale e promotrice delle scienze nella Milano del Settecento. Attraverso il suo celebre salotto culturale sostenne il dibattito scientifico e filosofico sfidando le convenzioni del suo tempo e affermandosi come una delle donne più colte e influenti dell’epoca.
Storie e leggende di una Conversano al femminile propone un viaggio nella storia e nelle tradizioni di Conversano attraverso figure femminili reali e leggendarie. Tra potere, cultura, religione e folklore, il testo mette in luce il contributo delle donne all’identità storica e sociale della comunità conversanese.

Oltre la periferia della pelle raccoglie le riflessioni di Silvia Federici sul corpo femminile come spazio di controllo, sfruttamento e resistenza all’interno del capitalismo contemporaneo. Attraverso una prospettiva femminista e intersezionale, si affrontano temi quali la riproduzione, il lavoro, la maternità, l’identità e i diritti, mostrando come l’emancipazione delle donne sia strettamente connessa alla trasformazione delle strutture sociali ed economiche.
Per una medicina delle differenze. Scenari e prospettive future evidenzia la necessità di un approccio sanitario che tenga conto delle specificità biologiche, sociali e culturali delle donne, sottolineando l’importanza di investire in ricerca, prevenzione, innovazione e politiche sanitarie più eque.
Il femminicidio nella cronaca italiana mostra come i media spesso descrivano i femminicidi come casi isolati o “delitti passionali”, minimizzandone le cause culturali. L’autrice sottolinea l’importanza di utilizzare il termine femminicidio per evidenziare la dimensione strutturale della violenza di genere.
Femminismo, spiritualità e passione politica racconta la presentazione del libro “Lilith se ne va” di Paola Cavallari, un’opera autobiografica che intreccia femminismo, ricerca spirituale e impegno sociale. Attraverso la figura simbolica di Lilith, il libro offre una riflessione sul rapporto tra donne, religione ed emancipazione. 

Il racconto vincitore della sezione C, Narrazioni, della XIII edizione del concorso “Sulle vie della parità” di Toponomastica femminile è La gabbia di vetro che racconta la storia di Greta, una giovane donna omosessuale che lotta tra il desiderio di libertà e il peso dei pregiudizi sociali e familiari, affrontando temi quali identità, discriminazione, accettazione di sé e autodeterminazione. 
Amare gli animali basta? esplora il contrasto tra l’amore per gli animali e le pratiche che ne legittimano lo sfruttamento. Attraverso i concetti di carnismo e antispecismo, l’autrice invita a mettere in discussione le abitudini culturali e a sviluppare una maggiore consapevolezza etica nei confronti di tutti gli esseri senzienti.

La cultura della corda. Corde, nodi e tasse. Parte dodicesima approfondisce il ruolo dei quipus, complessi sistemi di corde e nodi utilizzati dagli Inca per registrare dati amministrativi, censimenti, tributi e turni di lavoro obbligatorio. Questi strumenti erano anche mezzi di comunicazione, memoria storica e resistenza culturale, tanto da essere considerati da alcuni studiosi una vera e propria forma di scrittura.
Incontri notturni nel bosco è una meditazione sul rapporto tra natura, conoscenza e meraviglia. Durante una passeggiata notturna sotto le stelle, l’autrice racconta l’emozionante incontro con un tasso, trasformandolo in un momento di profonda connessione con il mondo naturale e con il mistero del creato.
Concludiamo con Sottovetro. Melanzane sott’olio, una ricetta tradizionale che permette di conservare e gustare durante l’inverno i sapori dell’estate. 

Buona lettura a tutte e tutti!

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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