Patricia del Cármen Verdugo Aguirre, coraggiosa giornalista cilena 

In un’epoca in cui la memoria storica è sovente manipolata o rimossa, c’è un’importante figura femminile che resta di straordinaria attualità. Siamo nell’America del Sud, in Cile, in cui il processo di riconciliazione è ancora in corso e molte delle ferite del passato non sono completamente sanate: le proteste del 2019 e il recente processo costituente hanno riaperto il dibattito sul ruolo dello Stato, della giustizia e della memoria.
In questo scenario, dunque, rileggere Patricia Verdugo, spesso affiancata ad altre grandi donne latinoamericane che hanno trasformato il dolore personale in impegno collettivo, come le Madri di Plaza de Mayo in Argentina, significa ricordare che il giornalismo può essere un atto di resistenza, che la scrittura può farsi e fare giustizia, e che la verità — per quanto dolorosa — è l’unico fondamento possibile di una democrazia autentica. Verdugo non è stata solo una cronista del suo tempo, ma una protagonista di quella lunga e difficile lotta per la verità che continua ancora oggi.

Patricia del Cármen Verdugo Aguirre, nata a Santiago del Cile il 28 ottobre 1947 e ivi scomparsa prematuramente il 13 gennaio 2008, è stata una delle figure più significative nella lotta per i diritti umani e la memoria storica in America Latina. Giornalista, scrittrice e instancabile attivista, ha incarnato con la sua opera e la sua vita l’urgenza della verità, della giustizia e della riconciliazione nel difficile periodo successivo alla dittatura militare di Augusto Pinochet. Attraverso il proprio lavoro giornalistico e letterario, ha portato alla luce gli orrori della repressione politica, rompendo il silenzio imposto dalla paura e dall’impunità. 
Per comprendere appieno l’importanza dell’opera di Patricia Verdugo, è fondamentale inserirla nel contesto storico cileno tra gli anni Settanta e Novanta. L’11 settembre 1973 il Cile fu travolto da un violento colpo di Stato militare che pose fine al governo democraticamente eletto di Salvador Allende, il primo Presidente marxista a salire al potere attraverso elezioni libere. Il golpe, guidato dal generale Augusto Pinochet con il supporto implicito (e in certi casi esplicito) degli Stati Uniti, instaurò una delle più brutali dittature del continente. Durante i diciassette anni di regime (1973-1990), il Cile fu teatro di gravi violazioni dei diritti umani: migliaia di persone furono arrestate, torturate, fatte sparire o uccise. Le stime parlano di oltre 3.000 vittime e decine di migliaia di casi di tortura. Il Paese fu ridisegnato anche dal punto di vista economico e sociale, con l’introduzione di un modello neoliberista radicale, che generò profonde disuguaglianze. In questo scenario tragico, la stampa fu ampiamente censurata e i mezzi di comunicazione furono piegati alla propaganda del regime: chi osava raccontare la verità rischiava la vita. Ed è proprio in questo contesto che emerge la voce coraggiosa di Patricia Verdugo, nata nella capitale in una famiglia della classe media. Studiò giornalismo presso la Pontificia Università Cattolica del Cile, si laureò a soli 21 anni con il massimo dei voti e iniziò presto a lavorare per importanti testate locali, tra cui ErcillaRevista Vea, La Nación, Apsi. Si sposò con il noto collega Edgardo Marin. La sua carriera giornalistica fu interrotta e allo stesso tempo trasformata da un evento personale che cambiò per sempre la sua vita: l’assassinio del padre. Nel 1976, infatti, suo padre Sergio, militante socialista e funzionario pubblico, fu rapito, torturato e ucciso da una delle unità più temute del regime: la Dina (Dirección de Inteligencia Nacional), la polizia segreta di Pinochet. Secondo diverse fonti, responsabile del sequestro e della morte fu da Dicar (Dirección de Inteligencia de Carabineros). Questo trauma, insieme alla morte del figlio e della figlia piccolissimi, la segnò profondamente e la spinse a indagare sistematicamente sui crimini della dittatura. Non si trattò solo di un dolore privato, ma fu l’inizio di un impegno pubblico che avrebbe lasciato una traccia indelebile nella storia cilena. Decise allora di fondare in proprio una rivista, Hoy (197798), aperta alle denunce contro il regime e alla difesa dei diritti umani. Dall’esperienza nacque il suo primo libro: Una herida abierta (1979, Una ferita aperta), sottoposto a censura. Seguirono altre opere in cui raccontava tragiche vicende realmente accadute, per cui dichiarava: «Io non offendo, io informo sui fatti così come accadono». Nel 1983 assunse la presidenza del Collegio metropolitano dei giornalisti, insieme alle colleghe Maria Olivia Monckeberg e Maria Rozas, nel movimento Donne per la Vita cercando di esprimere il malcontento delle cilene. L’anno successivo si unì a Luis Matte Valdés, ex ministro nel governo di Allende, e nel 1986 dette alla luce il terzo figlio.

Il libro più famoso e importante di Patricia Verdugo è Los Zarpazos del Puma (1985), tradotto in italiano come Gli artigli del Puma. In questa opera coraggiosa e documentata ricostruisce uno degli episodi più oscuri della repressione: l’Operación Retiro de Televisores, un piano sistematico di eliminazione di presunti oppositori politici messo in atto dal regime nel 1974. Non fu solamente un atto di denuncia, ma un grido di giustizia in un Paese ancora immerso nella paura, un libro con il quale l’autrice mostrò come il giornalismo potesse essere uno strumento di resistenza, una forza morale capace di opporsi all’oblio. Il titolo fa riferimento al battaglione militare conosciuto come “El Puma”, responsabile dell’arresto e dell’esecuzione extragiudiziale di decine di militanti di sinistra, che si serviva di un elicottero tristemente famoso chiamato Puma per piombare all’improvviso ovunque. Il volume, basato su testimonianze, documenti ufficiali e interviste a sopravvissute/i, ebbe un impatto enorme e vendette in breve 100.000 copie: fu immediatamente censurato, ma continuò a circolare clandestinamente grazie a testi fotocopiati e passaparola. Si stima che ne siano state distribuite oltre 60.000 copie in forma non ufficiale, rendendolo una delle opere più lette e influenti dell’epoca. 

Nel 1988 Verdugo fu tra i fondatori del movimento politico Indipendenti per il Consenso democratico. Con la fine della dittatura nel 1990 e il ritorno alla democrazia, divenne una dei principali portavoce del movimento per la memoria e la verità. Partecipò attivamente alla Commissione Rettig, che tra il 1990 e il 1991 investigò le violazioni dei diritti umani commesse durante il regime. Continuò a scrivere, pubblicare e intervenire nel dibattito pubblico, chiedendo con forza che i responsabili dei crimini fossero portati in giudizio. 
Negli anni Novanta e 2000 si oppose apertamente alla figura di Pinochet, che, grazie all’amnistia auto-concessa e al ruolo di senatore a vita, rimase a lungo impunito. La battaglia per la giustizia attraversò anche i tribunali internazionali: nel 1998 l’arresto di Pinochet a Londra su mandato del giudice spagnolo Baltasar Garzón riaprì la questione della responsabilità penale per i crimini di lesa umanità. In questo contesto la voce di Patricia Verdugo fu ancora una volta decisiva: in interviste, articoli e conferenze ribadì che non poteva esserci riconciliazione senza giustizia, né democrazia senza memoria. Come darle torto? 

Per il suo impegno instancabile ricevette numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Maria Moors Cabot dell’Università della Colombia nel 1993, destinato al miglior giornalismo praticato nel continente, il Premio Nacional de Periodismo in Cile nel 1997, il Premio Lasa nel 2000 e l’Human Rights Watch Award. Intanto pubblicava altri volumi di inchieste, di denuncia e di informazione, fra cui uno sul ruolo degli Usa nella morte di Allende e uno contro l’uso della tortura. La sua vasta opera è stata tradotta in varie lingue e ha ispirato una generazione di giornalisti e giornaliste, attivisti e attiviste in tutto il mondo. Il suo approccio alla scrittura, diretto ma profondamente umano, univa rigore investigativo e partecipazione emotiva, senza mai cedere alla retorica: era, come diceva ella stessa, una testimone «con l’obbligo morale di raccontare ciò che altri vogliono dimenticare».

Patricia Verdugo morì il 13 gennaio 2008 a causa di un tumore alla cistifellea, a soli 60 anni. La sua scomparsa fu pianta in tutto il Cile come la perdita di una coscienza civile. I funerali furono un evento pubblico, partecipato da politici/che, attivisti/e, intellettuali e persone comuni. Il suo nome è oggi associato alla lotta contro l’impunità, all’importanza della memoria e alla resistenza delle parole contro la violenza del potere. 
L’eredità di Verdugo non risiede solo nei suoi libri o nelle sue denunce, ma nell’avere contribuito a costruire una cultura della responsabilità e dei diritti umani in un Paese segnato da profonde ferite. In un mondo ancora troppo ferito a morte. 

Qui il link alle traduzioni in spagnolo, francese e inglese.

In copertina: illustrazione di Valeria Cáceres 

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Articolo di Virginia Mariani

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Docente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

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