Ci sono persone che cambiano le cose facendo molto rumore e altre che lo fanno quasi in punta di piedi. Rosellina Archinto appartiene alla seconda categoria: se oggi sfogliamo un albo illustrato e lo consideriamo un oggetto capace di essere contemporaneamente racconto, immagine, arte e design, è anche grazie a lei.
La storia comincia ancora prima che Rosellina Archinto diventasse un’editrice. Da bambina amava costruirsi da sola dei libri: ritagliava immagini dai giornali, le assemblava, le incollava sui quaderni. Non poteva saperlo, naturalmente, ma in quei quaderni stava già sperimentando qualcosa che sarebbe diventato il centro della sua vita: il libro come oggetto da inventare, non semplicemente da leggere.
Nacque a Genova nel 1933 e dunque nel 1966, quando fondò Emme Edizioni, aveva trentatré anni, oltre a cinque figli.
Erano anni di grandi trasformazioni culturali. L’Italia stava vivendo il boom economico, e, nell’ambito di questo, una crescente attenzione verso la grafica, il design e le nuove forme della comunicazione. Invece, i libri per l’infanzia restavano ancora legati a modelli tradizionali: racconti edificanti, illustrazioni decorative e pubblicazioni pensate soprattutto come strumenti scolastici, con intento pedagogico.
Archinto ebbe invece un’intuizione che oggi ci sembra ovvia: bambine e bambini hanno bisogno di libri belli.
Belli perché curati, intelligenti, sorprendenti, capaci di parlar loro senza considerarli lettrici e lettori di serie B. Decise, quindi, di portare nel libro per l’infanzia la sensibilità delle avanguardie artistiche e del design contemporaneo. La forma, la carta, i caratteri tipografici, i colori e il rapporto tra testo e immagine non erano più elementi secondari, ma parti essenziali del progetto editoriale. Attraverso il lavoro editoriale di Emme, trasformò l’albo illustrato in un oggetto culturale completo.
La grande intuizione, che poi ha reso gli albi illustrati un genere letterario a sé, era che non si trattava soltanto di illustrare una storia. L’immagine diventava parte della storia.
Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni fu il primo libro pubblicato da Emme (1967). Due semplici macchie di colore diventano due persone; attraverso il blu e il giallo si raccontano l’amicizia, l’identità, intesa come consapevolezza di sé, la separazione, l’incontro. Non c’è bisogno di riempire ogni pagina di spiegazioni, è molto più importante lasciar libertà di guardare, interpretare, immaginare.
È una rivoluzione silenziosa: l’infanzia non è più soltanto un’entità cui raccontare storie, ma diventa piena di persone piccole a cui affidare una storia. Bambine e bambini non hanno bisogno di un linguaggio impoverito perché ancora non conoscono tutte le parole. Hanno bisogno di essere accompagnati/e dentro un linguaggio nuovo. Non hanno bisogno di immagini semplicemente decorative: hanno bisogno di immagini che permettano loro di pensare. Non hanno bisogno che il mondo adulto decida sempre in anticipo che cosa siano capace di comprendere.
Hanno bisogno, appunto, di libri belli.
E se tutto ciò non è ancora chiaro oggi, figuriamoci quale sia stato lo sforzo e l’impegno per farlo comprendere sessant’anni fa; anche perché, negli anni Sessanta, una donna che fondava una casa editrice e pretendeva di trasformare l’editoria per l’infanzia non entrava in un territorio neutro. Archinto avrebbe raccontato di aver incontrato diffidenza e condiscendenza, anche perché ciò di cui si occupava veniva considerato poco importante. I libri per l’infanzia erano, dopotutto, libretti.
Ma vinse la sua sfida e fu di esempio a successive generazioni di case editrici. E lo fu anche per me, che conobbi i suoi libri come mamma e li apprezzai ancora di più come editrice.
Nel 1985 fondò anche la casa editrice Archinto, dedicata soprattutto alla letteratura, alle lettere, agli epistolari e alle biografie. E, nel 1999, insieme alla figlia Francesca, contribuì alla nascita di Babalibri, continuando quella ricerca sulla letteratura illustrata per l’infanzia che aveva iniziato decenni prima.
La sua storia, dunque, non è soltanto quella di una grande editrice. È la storia di una donna che ha contribuito a modificare il nostro modo di guardare a un oggetto apparentemente semplice come un albo illustrato.
Ho chiesto a Milena Tancredi, responsabile della Biblioteca dei Ragazzi e Ragazze de La Magna Capitana di Foggia, un suo ricordo. «Ho in mente ancora, con emozione, il suo intervento a una Fiera del libro per ragazzi a Bologna, purtroppo non ricordo l’anno, lavoro in biblioteca dal 1990 e frequento la fiera dal 1997, quella stessa fiera che tanto deve al suo sguardo lungimirante. Sentirla parlare di Sendak, Lionni, Ungerer, Carle, Mordillo, e pensare che grazie a lei intere generazioni, dai più piccoli agli adulti, hanno potuto conoscere e amare Enzo e Iela Mari, Munari, Luzzati, Costantini, fu una grande emozione. La sua passione abitava nei racconti, portandola sempre dove altri non osavano andare, alla ricerca costante di qualità e bellezza. Mentre parlava, pensavo alla sua vita, un intreccio di incontri, amicizie e collaborazioni. Amava la libertà, e trasmetteva intatta la sua idea d’indipendenza. Aveva ben chiaro quanto fosse importante lavorare con la scuola, con i maestri e le maestre, con l’esigenza di educare il mondo adulto a una cultura dell’infanzia. Un impegno condiviso anche con il grande maestro e pedagogista Mario Lodi. Abbiamo avuto la fortuna di ospitarlo nella nostra biblioteca a Foggia con la mostra internazionale L’arte del bambino. Tra le sue numerose tappe, la mostra fu allestita proprio a Foggia, dal 29 maggio al 5 giugno 1994. Ci raccontò di Rosellina Archinto, per la quale nutriva una stima profonda, rammentando quando, nel 1970, Einaudi pubblicò Il paese sbagliato. Quel libro favorì una rivoluzione negli ambienti educativi ed Emme Edizioni pubblicò numerosi saggi critici e interventi teorici, dal dibattito che quell’opera aveva suscitato.
Così voglio ricordarla: come colei che ha stravolto l’editoria, ispirando molte altre case editrici a creare collane dedicate all’infanzia. Un legame, proseguito con Babalibri, segnato anche da un magico incontro avvenuto proprio durante l’edizione del Buck Festival del 2019. Ospite anche la figlia Francesca, le diedi il libro di Eva Montanari Tintamarre et gazouillis, pubblicato in Francia dalle Éditions Thierry Magnier, facendole notare che poteva diventare un titolo Babalibri. Lei, con la sua consueta intuizione, così come avrebbe fatto sua mamma, decise di acquisirlo, tradurlo e distribuirlo. Diede inizio a una collana di enorme successo per la primissima infanzia, che nel 2026 ha vinto il Premio Andersen nella categoria Miglior Libro 0-3 anni con Sogni d’oro, piccolo coccodrillo. Una storia che ben rappresenta il cuore pulsante del nostro festival.
Mi piace pensare che i fili che ci legano sono, in fondo, le storie che scegliamo di intrecciare. Io ho scelto queste storie per ricordare Rosellina Archinto. Mi piace anche pensare che la nostra biblioteca, La Magna Capitana, dal 1974 sia diventata il telaio dove questi fili continuano a correre. Stiamo onorando una promessa. La promessa di portare avanti la sua visione, affinché ogni bambino, bambina e ogni adulto/a che varcherà le nostre porte possa trovare, in quella trama invisibile di parole e immagini, il filo giusto per costruire il proprio, personale, racconto di libertà e di crescita».
Parlando con Milena Tancredi, torniamo, alla fine, proprio a quella bambina che ritagliava immagini dai giornali e costruiva i propri libri.
Non sapeva ancora che sarebbe diventata un simbolo della letteratura per l’infanzia e che l’avrebbe trasformata. Sapeva soltanto che quelle immagini meritavano di stare insieme. Che un libro poteva essere qualcosa di più di una storia stampata su delle pagine.
Aveva capito una cosa semplicissima e rivoluzionaria: che anche i bambini e le bambine meritano la bellezza. Dovremmo ricordarcene ogni volta che scegliamo un libro da mettere nelle loro mani.
In copertina: Rosellina Archinto. Foto di Maria Mulas per gentile concessione della casa editrice Babalibri.
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Articolo di Donatella Caione

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.
