Una volta li chiamavamo esami di riparazione. Oggi sono diventati debiti formativi, ma la sostanza non cambia. Così ricomincia, a fine agosto, uno scenario noto da decenni. Il giudizio sospeso incombe su orde di poveri alunni e alunne, richiamate all’ordine prima del tempo per dimostrare la propria idoneità al passaggio all’anno successivo. Le loro facce preoccupate si affacciano alla porta dell’aula con aria stravolta, come se quegli occhi e quelle meningi non avessero fatto altro che esercitarsi in tedesco o matematica per tutta l’estate, rinunciando al meritato riposo. Le borse sotto gli occhi, segno inequivocabile di interminabili sere trascorse fuori casa, a chiacchierare o bere qualcosa in compagnia sulle panchine dei parchi cittadini, sono spacciate per tracce indelebili di notti insonni passate a spulciare le sudate carte. Fingono di crederci, ragazze, ragazzi i e prof. – ed è giusto così, perché ogni età ha i propri riti e le proprie priorità, ci mancherebbe fare i pantofolai a diciassette anni! – mentre entrambe le categorie pensano con rassegnazione all’ennesimo inizio d’anno, latore dei soliti organici incompleti, delle nomine fatte all’ultimo momento e un po’ a casaccio, del sostegno che per metà non è specializzato ecc ecc.
Venite avanti, signore e signori: lo spettacolo ricomincia! Sempre uguale, naturalmente, con solo ogni tanto il colpo di scena di qualche acronimo che cambia (Pof che diventa Ptof, o Alternanza che diventa Pcto) o, al più, qualche Istituto che perde l’autonomia per via dei numeri in costante calo.
Del resto siamo un Paese a crescita zero, prima o poi a qualcuno tocca. Sapete cosa vorrei? Che per una volta il Rav (Rapporto di autovalutazione, che ogni scuola è tenuta a stilare rispetto alla propria offerta formativa), diventasse Var (Video assistant referee). Bell’invenzione il Var: la possibilità per gli arbitri di calcio di rivedere le azioni dubbie al rallentatore, da appositi schermi e da diverse inquadrature. Così le decisioni prese sono meno discutibili e il fattore “errore umano” si riduce notevolmente, almeno per le questioni importanti. Per chi si occupa di educazione, sarebbe una gran cosa poter rivedere più e più volte i processi formativi che vengono messi in atto da tutti gli attori e le attrici del contesto. A scuola per esempio, lo sappiamo benissimo che l’errore è dietro l’angolo. C’è quello di cui si parla costantemente, il più noto di tutti, l’evergreen delle aule e dei corridoi: il famigerato errore nel compito in classe, debitamente sottolineato in rosso o in blu (a seconda della gravità) da chi detiene il potere della correzione e ovviamente sempre e solo a carico della popolazione studentesca. Poi ci sono le veniali sbadataggini dei e delle docenti, di chi entra nell’aula sbagliata nell’ora della collega, o di chi spiega due volte la stessa cosa nella medesima classe perché pensava di aver fatto quella lezione nell’altra sezione, invece no, oddio sono rimasta indietro nella B con la programmazione e adesso non posso più riciclare la verifica: esiste tragedia più grande? Infine ci sono gli errori più preoccupanti di tutti, quelli che davvero andrebbero visti e rivisti al Var e di cui, naturalmente, non si parla mai.
Noi docenti siamo bravissime e bravissimi i a rifuggire da tutto ciò che potrebbe minare da vicino la nostra autorità e autostima professionale, non scherziamo. Gli errori a cui mi riferisco sono le cantonate educative, che spesso creano molti più danni di quelli che potrebbe procurare il non saper risolvere un’equazione. Alcune cose che noi adulte/i facciamo o diciamo, sono in grado di creare una curvatura nel percorso di crescita di chi abbiamo di fronte, magari anche piccola, ma che a lungo andare conduce lui o lei completamente fuori strada, lontano dalla sua felicità, dalla realizzazione di sé. A volte proprio noi, anziché essere i cartelli che indicano la direzione, siamo la pietra d’intralcio, il tombino aperto, il semaforo rotto. E non è finita qui. A meritare una costante revisione al Var sarebbero anche le relazioni disfunzionali con colleghi e colleghe, con alunni e alunne, la mala lettura del nostro ruolo, l’incapacità di fare squadra, di lavorare in équipe, il non saper affrontare le critiche o un colloquio sereno con una famiglia, il non fermarsi mai a riflettere sul senso del nostro essere docenti. E proprio noi, che dovremmo essere esperte/i della valutazione, non siamo capaci, non troviamo il tempo né spesso la voglia di sederci attorno a un tavolo e ripercorrere con attenzione e senso critico il cammino fatto.
Ogni anno, a settembre, ci si ripresenta la possibilità di attivare il Var. Insieme, faccia a faccia. Ma che bisogno c’è, se il Rav non evidenzia alcuna criticità significativa, se chi valuta sé stesso/a (una apposita commissione di docenti della scuola è preposta a redigere il rapporto di autovalutazione d’Istituto) è sempre molto generoso/a con il giudizio globale su processi e contenuti? Niente Var neppure quest’anno! E continuiamo così, alla va là che vai bene, tanto l’emergenza educativa è solo uno slogan, da sfoderare giusto due o tre volte l’anno, quando la cronaca ci inchioda inevitabilmente, come adulte e adulti, alle nostre responsabilità di società educante, riportandoci tristemente alla realtà.
***
Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

Un commento