Nadia Murad è un’attivista irachena per i diritti umani, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2018, per il suo impegno nell’eradicazione della violenza sessuale nei conflitti armati. Rapita dall’Isis nel 2014, fu segregata, torturata e stuprata dai miliziani per diversi mesi fino a quando riuscì a fuggire e arrivare in Germania. La sua storia è dettagliatamente raccontata nella biografia di questa settimana per Calendaria 2023.

Il sostegno alle vittime di violenza sessuale è la parte fondamentale dell’attivismo di Nadia Murad che ha più volte testimoniato il suo calvario e quello delle altre sopravvissute, affinché il silenzio e la vergogna non l’abbiano vinta. Da questo nasce il Murad Code, un codice di condotta per raccogliere e utilizzare informazioni riguardanti l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra. Il documento è rivolto a chiunque si occupi di attivismo, ricerca e raccolta dati riguardo il fenomeno.

La terminologia adottata all’interno del testo definisce “sopravvissuta/o” la vittima di qualsiasi età, adulti e minori, e di tutti i generi e identità. Il Codice mira a tutelare i diritti delle vittime di simili atrocità quali il diritto alla dignità, alla riservatezza, alla salute, alla sicurezza e all’accesso alla giustizia. Al suo interno sono elencati diversi princìpi che sono il perno su cui si deve basare l’intero lavoro di inchiesta.
Quando si intraprende un’indagine di questo tipo è necessario chiedersi l’obiettivo che si pone la ricerca e se rappresenterà un valore aggiunto alla conoscenza del fenomeno. Qualunque sia il pubblico interesse a presentare dati e studi non può in alcun modo essere più importante della sicurezza delle vittime e dell’etica professionale: la priorità sarà sempre salvaguardare l’incolumità psicofisica delle persone che accettano di partecipare allo studio. Poiché i numeri e i risultati della ricerca saranno da condividere con un pubblico, ci si dovrà assicurare che ogni partecipante abbia espresso il proprio consenso alla diffusione di tali dati e informazioni. Si parte sottolineando l’importanza di riconoscere che ogni persona è unica e non sarà permesso generalizzare le esperienze, interiorizzando preconcetti o facendo supposizioni circa le reazioni o i comportamenti delle vittime. Durante le interviste dedicate alla raccolta dati, è necessario dare priorità alla sicurezza, identificando eventuali rischi di vittimizzazione secondaria e prendendo specifiche precauzioni per evitare che ciò si verifichi. Sarà indispensabile tutelare la persona, cercando di ascoltare senza pregiudizi e rispettare i suoi tempi, le pause, il bisogno di essere accolta e compresa. Si chiederà sempre se ha bisogno di avere vicino famigliari o altre conoscenze, oppure se preferisce essere da sola. Si cercherà di porre domande aperte, in modo da lasciare la possibilità all’intervistata/o di rispondere con calma e confidare solo ciò che si sente. L’obiettivo è entrare in comunicazione con chi ci troviamo di fronte, instaurare un dialogo costruttivo e rispettoso, quindi deve essere chiaro che non si tratta di un interrogatorio.

Le/i sopravvissute/i a stupri di guerra e riduzione in schiavitù sessuale hanno diritto di richiedere giustizia per i crimini subìti e il team di ricerca ha il dovere di supportare eventuali richieste a tal fine. L’inclusività e la non discriminazione rappresentano un altro tassello fondamentale. Deve essere assodato che la violenza sessuale può colpire chiunque e non saranno tollerate discriminazioni in base al genere o all’identità sessuale della vittima che avrà sempre il diritto di essere riconosciuta come tale, ascoltata e supportata.
Dato che lo stupro è un crimine che priva chi lo subisce della propria volontà, risulta essenziale restituire alla persona la possibilità di autodeterminarsi. Ciò significa che in ogni momento l’intervistata/o può rifiutarsi di continuare il racconto, può interrompersi, può decidere di rinunciare al suo ruolo nella ricerca in corso.
Tutti i dati devono essere secretati per garantire la sicurezza e la riservatezza e questo tipo di raccomandazioni è di primaria importanza quando ci si trova di fronte a minorenni: sarà molto importante valutare la possibilità per le/i minori di partecipare alle raccolte dati, in base alla loro età, maturità, al tipo di trauma vissuto e all’ambiente in cui si trovano. Il lavoro con minori vittime di abusi dovrà essere intrapreso solo da coloro che hanno le competenze e capacità di entrare in comunicazione con bambini e bambine in un momento così delicato, in modo che ognuna/o si senta accolto e al sicuro. Nessuna vittima deve essere spinta a condividere informazioni e bisogna prestare attenzione a eventuali sbilanciamenti di potere che possano indurre le persone a sentirsi obbligate a partecipare alle interviste: in nessun caso devono essere offerti scambi di favore per convincerle a raccontare il proprio vissuto.
Sarà fondamentale capire il contesto in cui ci si trova a raccogliere queste informazioni e la cultura di appartenenza di coloro che si andranno a intervistare. La violenza sessuale è ancora oggi un argomento tabù attorno al quale ruota lo stigma della vergogna e della paura del giudizio, quindi anche il tipo di comunicazione deve essere empatico e non giudicante.
Tutta la squadra che condurrà le interviste avrà l’obbligo di formarsi ed essere preparata ad affrontare argomenti delicati: il team che si andrà a costituire dovrà essere selezionato tra diverse figure professionali quali interpreti, intermediari, guide, psicologhe/gi con competenze specifiche in materia. Il Murad Code si impegna anche a tutelare tutte le persone facenti parte del team, poiché gli episodi di violenza raccontati possono causare traumi pure a chi ascolta.

Il trauma vicario è un rischio di cui bisogna essere consapevoli e riguarda il coinvolgimento eccessivo tra chi svolge, in questo caso, un lavoro di ricerca e le vittime intervistate. Chiunque faccia parte della squadra investigativa ha la possibilità di chiedere un supporto psicologico qualora riconosca di essere sopraffatta/o dagli eventi e a rischio di burnout. In uno dei suoi ultimi articoli pubblicati sui social, Nadia Murad ha spiegato il motivo per cui ritiene di vitale importanza la stesura del codice di condotta e questo è uno stralcio di quanto ha dichiarato: «Quando sono riuscita a scappare dai miei rapitori in Iraq, ho iniziato a parlare. Volevo che il mondo venisse a conoscenza dell’uso sistematico della violenza sessuale perpetrato dall’Isis. La mia voce è stata l’unico mezzo che avevo per salvare le mie amiche e famigliari che erano ancora tenute prigioniere. Sarò per sempre grata ai/alle giornaliste/i che sono venute/i nel campo profughi dove mi trovavo e mi hanno dato voce. Molte/i di loro […] erano gentili, sensibili e si sono presi il tempo di capire il mio dolore, prima di farmi qualunque domanda. Chiedo ai/alle giornaliste/i investigative/i di cercare noi, donne nascoste e vulnerabili. Il lavoro portato avanti da giornaliste e giornalisti investigative/i nelle zone di guerra può fare davvero la differenza e questo codice è uno strumento fondamentale per chi vuole portare le nostre storie alla luce».
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Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.
