Via delle Muratte n° 78. Qui visse Maria Velleda Farnè

Sulla parete del palazzo al civico 78 di via delle Muratte un’iscrizione marmorea ricorda che in quell’edificio Gaetano Donizetti compose due opere, Il Furioso all’isola di Santo Domingo e Torquato Tasso, entrambe nel 1833. Sullo stesso muro potrebbe trovar posto un’altra targa commemorativa, quella dedicata a Maria Velleda Farnè, pioniera della scienza medica, prima donna a laurearsi in Medicina all’Università di Torino e seconda a livello nazionale dopo Ernestina Puritz-Manassé.

Michele Monfroni, Ritratto di Maria Velleda Farnè, 2022, marmo, Università di Torino

Una pioniera sconfitta è necessario aggiungere, che non ce l’ha fatta, che ha faticato a vivere del suo lavoro e delle sue competenze, che ha dovuto arrendersi di fronte ai molti ostacoli e ai diffusi pregiudizi. Di lei ha scritto recentemente Loretta Junk sul numero 183 di Vitamine vaganti, riprendendo uno studio di Paola Novaria apparso sulla rivista Annali di Storia delle università italiane.
Quando Maria Velleda Farnè arrivò a Roma doveva avere molte speranze e altrettanti sogni da realizzare.

Maria Velleda Farnè con i docenti e i colleghi dell’università di Torino, 1878-1880,
Archivio storico dell’Istituto di Anatomia umana normale

Nel 1881, pochi anni dopo la laurea, era entrata a far parte del personale sanitario di casa Savoia per volontà della regina Margherita che l’aveva nominata medica onoraria, un titolo prestigioso dai contorni economici incerti. L’incarico a corte attirò comunque l’attenzione di Matilde Serao che, sulle pagine del Corriere di Roma, la innalzò ‒ chissà se per un banale refuso o per una clamorosa svista ‒ al ruolo di medica ordinaria. Forse in cuor suo Serao, con quella sostituzione di lettere, voleva auspicare per Farnè una brillante carriera, più che meritata dopo anni di studio e lavoro «lungo, durissimo spesso, spoetizzante sempre» che non era riuscito a scalfire, secondo il giudizio di Serao, la sua grazia femminile innata. Erano i primi giorni di gennaio del 1886 quando fu pubblicato l’articolo, probabilmente Maria Velleda era giunta qualche tempo prima nella capitale e aveva cominciato a esercitare la libera professione.

Matilde Serao

Medica «per le signore e per i bambini» aveva scritto Serao, un impegno circoscritto non particolarmente malvisto dall’opinione pubblica: la pediatria somigliava così da vicino a quanto facevano le mamme in casa, mentre la ginecologia praticata da una donna toglieva dall’imbarazzo e dalla vergogna le pazienti e i loro congiunti. Si trattava di attività professionali solo appena tollerate. Tutti gli altri campi erano interdetti alle poche mediche praticanti, che destavano diffidenza ‒ quando non malcelata sfiducia ‒ tra le persone da curare e aperta contrarietà tra la gran parte del personale sanitario, praticamente solo maschile. La carriera di una donna laureata in Medicina alla fine dell’Ottocento era tutta in salita, unico sbocco la libera professione che però, viste le poche richieste di visite o interventi, consentiva scarsi guadagni. Le strutture ospedaliere erano fuori dalla loro portata, le mediche potevano solo sognare di potersi muovere tra le corsie di un ospedale, ancor meno sperare di raggiungere una posizione preminente tra il personale sanitario.
Maria Velleda Farnè non abitò subito in via delle Muratte, la sua prima residenza romana fu in vicolo Sciarra 64A, in una casa di proprietà del principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, la cui madre, la principessa Carolina dei Marchesi d’Andrea di Pescopagano, era una blasonata paziente di Farnè, probabilmente non l’unica ma le notizie in tal senso sono avare.
Sempre a caccia di lavoro, nel 1886 Maria Velleda ottenne l’incarico di visitare il personale femminile della Direzione compartimentale romana dei telegrafi: l’indipendenza economica tanto agognata era complicata da raggiungere, tutta da costruire e sempre molto precaria.

Nei primi anni di vita a Roma, Maria Velleda Farnè ebbe la possibilità di cimentarsi nella scrittura di articoli per il mensile Rassegna degli interessi femminili fondato nel 1887 da Fanny Zampini Salazar, donna intelligente e combattiva legata a Maria Velleda da una sincera amicizia. Il primo articolo apparve sul primo numero della nuova rivista, un progetto editoriale voluto fortemente da Fanny Zampini Salazar per combattere «l’oppressione, l’ingiustizia, il pregiudizio che tiranneggiano spietatamente la più debole metà dell’uman genere».

Maria Velleda Farnè, 1886
Ritratto di Fanny Zampini Salazar

Con il titolo L’estetica dell’igiene, il pezzo di Farnè rivolgeva l’attenzione sui danni che l’uso del busto e del corsetto e, più in generale, la sottomissione ai dettami di una moda costrittiva potevano provocare al corpo femminile. La moda che furoreggiava negli ultimi anni del XIX secolo, con i suoi ideali estetici forzatamente sottili, sinuosi e innaturali, non era solo limitante per le funzioni vitali del fisico, ma anche per la libertà di movimento e per la qualità di vita di una donna e Farnè non esitò a scrivere di preferire le linee morbide di un abbigliamento simile ai «panneggiamenti delle donne greche e romane», capace di preservare la salute e garantire allo stesso tempo l’espressione naturale della bellezza femminile.

Abiti femminili della seconda metà dell’Ottocento

Il secondo articolo pubblicato due mesi dopo, nel mese di marzo, affermava l’importanza dell’igiene del corpo che «non è un lusso, non è perditempo. È salute, è raffinatezza di sentimento, è perfezionamento di educazione».
Maria Velleda, pur con difficoltà, sembrava avercela fatta ad assicurarsi un posto sul palcoscenico mondano della Capitale. Serao le dedicò un secondo articolo, sempre sul Corriere di Roma, in cui tracciò un veloce ritratto della giovane medica «dai modi semplici» ma «dalla volontà ferma come l’acciaio», che «dove è andata, dove va, è accolta, è stimata, è rispettata dai colleghi: giammai nessuno si è sognato di porre ostacoli alla sua carriera, ella lavora liberamente e quietamente, confortata dall’appoggio e dall’affetto dei medici maggiori di Roma». Matilde Serao, un po’ troppo ottimista riguardo l’andamento della professione di Maria Velleda, si schierava dalla sua parte, ne apprezzava l’indipendenza lavorativa e l’autonomia intellettuale ma anche i “modi semplici” che la rendevano così diversa dalla collega Anna Kuliscioff sempre in preda a una «smania di propaganda» e che «ha bisogno di far proseliti».

Anna Kuliscioff

Maria Velleda Farnè, che non si interessava alla politica, appariva invece moderata nei toni e nei modi e, pur lavorando e cercando la propria indipendenza, non tentava di sovvertire l’ordine e le convenzioni sociali. In questo Matilde Serao e Fanny Zampini Salazar mostravano di avere idee simili, propense a un femminismo pragmatico e non rivendicativo, attente verso ogni forma di oppressione delle donne, favorevoli all’istruzione femminile, all’autonomia economica e lavorativa delle donne ma meno disposte a seguire le più radicali richieste politiche di diritti, libertà ed emancipazione. Entrambe ebbero per Maria Velleda simpatia, stima e considerazione ma purtroppo il loro appoggio non fu sufficiente. Partecipare a conferenze di carattere scientifico, scrivere su riviste di prestigio, far parte di enti o istituzioni in favore delle donne poteva creare un’aura di indipendenza e di carriera brillante, ma i profitti economici con cui vivere e andare avanti erano altra cosa. Anche la nomina a medica dell’Istituto di collocamento per le giovani disoccupate, ottenuta nel 1889, si rivelò un incarico un po’ di ripiego.
Gli anni a seguire furono sempre più difficili e culminarono con la rinuncia alla libera professione presentata da Maria Velleda nel 1899: le imposte da pagare erano evidentemente un pericolo per le sue limitate entrate e potevano costituire un ulteriore motivo di impoverimento. Maria Velleda si trovò in precario equilibrio sul rischioso crinale tra autonomia e povertà, equilibrio messo infine in crisi dalla necessità di intervenire per far fronte al dissesto finanziario della sua famiglia d’origine e per sostenere economicamente il trasferimento del fratello Alfredo in Sardegna. Lei, che si prodigava per le donne in povertà perorando interventi benefici da parte della regina Margerita, fu costretta a chiedere più di una volta alla sovrana aiuti economici per sé. «Per quanto m’industri a farmi tutto da me, ‒ scrisse all’inizio dell’estate del 1900 ‒ e a fare la più stretta economia in tutto, mi trovo ad avere bisogno di 500 lire per far fronte ai miei urgenti impegni e bisogni di mia madre che, a 82 anni, non può rinunziare». Quanto scoramento dietro quel «per quanto m’industri a farmi tutto da me»: c’è tutta la tenacia di una vita, la «volontà ferma come l’acciaio» che aveva colpito Serao anni prima, ma anche il senso della sconfitta.
Altre elargizioni seguirono negli anni successivi: 300 lire, poi 200 e altre 200 alla fine del 1902, necessarie per pagare l’affitto della dimora di via delle Muratte. Nell’estate del 1904, nonostante avesse da tempo manifestato l’intenzione di lasciare l’abitazione alle pendici del Quirinale forse troppo cara per le sue limitate risorse economiche, era ancora nel suo appartamento a chiedere soccorso economico alla regina tramite la sua prima dama d’onore, la marchesa di Villamarina: «Mi costa assai rivolgerLe questa preghiera, e proprio debbo essere senza un soldo per averne coraggio».

Marchesa Paola Pes di Villamarina

Comincia l’ultimo miglio del soggiorno a Roma di Maria Velleda Farnè. Alla fine di aprile del 1905 fece parte del comitato romano di ricevimento del V Congresso internazionale di Psicologia, con lei numerosi colleghi e due sole altre donne, Maria Montessori e Teresa Labriola. Ma sono riconoscimenti che non risolvono le necessità primarie della sussistenza. Pochi mesi dopo, il 9 novembre, Maria Velleda Farnè venne trovata morta e sola a Rivalba, poco distante da Torino, in una casa che in passato era stata la dimora delle vacanze estive della sua famiglia.

La villa a Rivalba dove il 9 novembre 1905 morì Maria Velleda Farnè

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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